apr 222014
 

trattoria_alfanoVi racconto un sogno.
È sera, diciamo pure notte, mi trovo in compagnia di un gruppo di persone che avanza in fila indiana attraverso una strada di campagna illuminata dalla sola luna piana. Siamo tutti vestiti in modo abbastanza pesante e fa caldo; è sicuramente estate, intorno a noi c’è solo del mais alto non più di 50 centimetri.
Di li a poco entriamo in quella che potrei definire una trattoria (nei sogni i cambi di scena possono essere repentini). «Siamo in quattordici!» dice qualcuno rivolgendosi al proprietario.
Mi guardo intorno, c’è una tavolata già pronta che sembra essere proprio la nostra e qualcuno vi sta già prendendo posto. Gli altri tavoli sono quasi tutti occupati da coppie e persone sole. Al tavolo accanto al bancone vedo seduto Berlusconi, immobile e sorridente, è lui o si tratta di un cartonato? Non voglio investigare, continuo a guardarmi intorno per capire dove sono e sopratutto con chi sono.
È un via vai continuo, qualcuno sta appendendo il giaccone all’attaccapanni (perché siamo vestiti pesantemente con questo caldo?) altri sono andati in bagno a rinfrescarsi. Giro ancora per la sala, sono un po’ spaesato e, se possibile, vorrei sedermi vicino a qualcuno che conosco. Tra i quattordici ho riconosciuto un collega (che frequento poco per la verità) ed un paio di amici ma in questo momento non riesco a vederli e decido di prendere posto nell’angolo dove sono rimasti alcuni posti liberi.
Fa caldo, prendo un tovagliolo di carta e lo appoggio alle labbra. Non sto sudando ma mi ritrovo tra le mani un tovagliolo praticamente inzuppato.
Nel frattempo altre persone stanno occupando i posti rimasti liberi vicino a me.
Di fronte siede il mio collega, quello che frequento poco.
Accanto a lui, alla sua sinistra siede… Angelino Alfano!
Alla mia destra, di fronte ad Alfano, siede…”un’immagine”. Non so come meglio definirla. Nella mia testa vi associo il nome di Anna Maria Bernini ma non è lei, piuttosto è la rappresentazione simbolica della “gnocca in politica made in Forza Italia”.
Il mio collega indossa una pesante camicia da montanaro, io ed Alfano delle sobrie polo, lei invece sembra uscita da una copertina di Vogue con un leggerissimo abitino da sera che lascia ben poco spazio all’immaginazione.
Il mio collega si lamenta perché non ci hanno ancora portato da bere.
Alfano mi ringrazia per non so cosa, ride e scambia battute con le persone accanto a lui che non riesco a vedere. Sembra pure simpatico.
La gnocca di Forza Italia mi si struscia addosso e parla, parla, parla, parla mai io non riesco a capire una sola parola di quello che dice…..
Mi sveglio. Sono quasi le due di notte.
Sono perplesso e divertito allo stesso tempo, prendo carta e penna dal comodino e scrivo due righe utili a ricordare i vari momenti del sogno, spengo la luce e provo a riaddormentarmi. Ronf…
Di come funzioni il nostro cervello ne so ben poco, qualche nozione appresa dai libri e i soliti programmi televisivi di divulgazione scientifica; d’interpretazione dei sogni ne so ancor meno, più che altro punterei sull’effetto collaterale del pranzo (o meglio la cena) del giorno di Pasqua. Per capirci, digerisci male e finisci per trovarti dei politici imbucati nei tuoi sogni.
Se conoscete qualcuno di bravo nell’interpretare questi “fenomeni” fategli pur leggere questo post, così, per curiosità.
Nel mio piccolo Intanto ho scoperto che la tecnica della “carta e penna sul comodino” per ricordare i sogni sembra funzionare, me l’avevano suggerito tempo fa ma solo adesso ho avuto modo di collaudare il metodo. Da riprovare. ;-)

apr 192014
 

La mattina di Pasqua, don Camillo, uscendo di buon’ora, trovò davanti alla porta della canonica un colossale uovo di cioccolata con una bella gala di seta rossa. O meglio: un uovo formidabile che assomigliava molto a un uovo di cioccolato, ma che in realtà era semplicemente una bomba da cento chili, che avevano pitturato di marrone dopo averle segato gli alettoni.
La guerra era passata anche per il paese di don Camillo e gli aerei avevano fatto più di una visita buttando giù bombe. E parecchi di questi maledetti arnesi erano rimasti inesplosi, appena conficcati in terra o addirittura liberi sul terreno, perché gli aerei avevano bombardato da bassa quota. Finito tutto, erano arrivati da qualche parte due artificieri che avevano fatto brillare le bombe giacenti lontano dall’abitato e avevano disinnescato quelle che non si potevano far brillare perché cadute vicino alle case. E le avevano ammassate riservandosi di venirle a prendere. Una di queste bombe era caduta sul molino vecchio squassando il tetto e rimanendo poi incastrata fra il muro e una trave maestra, e poi, tolto l’innesco, non c’era più pericolo. Quella era la bomba che, tagliati gli alettoni, era stata trasformata in uovo pasquale dagli ignoti.
Ignoti per modo di dire perché sotto a “Buona Pascua” con la c, stava scritto: “Per ricambiare la gradita visita”. E poi il nastro rosso.
E la cosa era stata studiata con cura perché, quando don Camillo alzò gli occhi dallo strano uovo, trovò il selciato pieno di gente. Quei maledetti si erano dati tutti convegno per godersi la faccia di don Camillo.
Don Camillo si stizzì e diede una pedata all’arnese che, naturalmente, neanche si scompose.
“E’ roba massiccia!” gridò qualcuno.
“Ci vuole l’impresa dei trasporti!” urlò un altro.
Si sentirono delle sghignazzate.
“Prova a benedirla, chissà che non vada via da sola!” gridò un terzo.
Don Camillo si volse e incontrò gli occhi di Peppone. Peppone era in prima fila, assieme a tutto lo stato maggiore, e lo guardava a braccia conserte, e ghignava.
Don Camillo allora impallidì e le gambe incominciarono a tremargli.
Lentamente don Camillo si chinò e con le mani agguantò la bomba ai
due poli.
Cadde un silenzio di ghiaccio. La gente guardava don Camillo, trattenendo il fiato, con gli occhi sbarrati, quasi con terrore.
“Gesù” sussurrò don Camillo con angoscia.
“Forza, don Camillo!” gli rispose sommessa una voce che veniva
dall’altar maggiore.
Scricchiolarono le ossa di quella gran macchina di carne. Lento e implacabile, don Camillo si levò con l’enorme blocco di ferro saldato alle mani. Ristette un istante guardando la folla, poi si mosse. Ogni passo pesava una tonnellata: uscì dal sagrato e, un passo dopo l’altro, lento e inesorabile come il destino, don Camillo attraversò tutta la piazza. E la folla lo seguiva muta, sbalordita.
Arrivò alla sede della Sezione e qui si fermò. E anche la folla ristette.
“Gesù” sussurrò don Camillo con angoscia.
“Forza, don Camillo!” gli rispose una voce ansiosa che veniva dall’altar maggiore della chiesa, laggù in fondo. “Forza, don Camillo!”
Don Camillo si rannicchiò in se stesso, poi, con uno scatto, si portò l’immane blocco d’acciaio sul petto. Un altro scatto poi la bomba cominciò lentamente
a salire e la gente ne era sgomenta.
Ecco che le braccia si tendono, e la bomba è alta, sopra il capo di don Camillo.
La bomba precipita e si va a conficcare per terra davanti alla porta della Sezione.
Don Camillo si volse alla folla.
“Respinta al mittente” disse a voce alta. “Pasqua si scrive con la q, correggere e rimandare.”
La folla si aperse, e don Camillo ritornò trionfante in canonica.
Peppone non rimandò la bomba. In tre la caricarono su un carretto e andarono a buttarla in una vecchia cava fuori del paese.
La bomba rotolò per il pendio e non arrivò neppure in fondo perché, arrivata ad un arbusto, si fermò rimanendo in piedi. E dall’alto si leggeva: “Buona Pascua”.
Tre giorni dopo accadde che una capra arrivasse nella cava e andò a brucare l’erba ai piedi dell’arbusto. Così toccò la bomba che riprese a rotolare e, fatti due metri, sbatté contro un sasso e scoppiò con fragore spaventoso. E al paese, che pure era lontano, andarono in briciole i vetri di trenta case.
Peppone arrivò poco dopo in canonica ansimando e trovò don Camillo che stava salendo la scala.
“E io…” gorgogliò Peppone“ e io che ho smartellato tutta una sera per scalpellare via gli alettoni!…”
“E io che…” rispose gemendo don Camillo.
E non poté più andare avanti perché si figurava la scena della piazza.
“Vado a mettermi a letto… ” ansimò Peppone.
“Io ci stavo appunto andando” ansimò don Camillo.
Si fece portare poi in camera da letto il Crocefisso dell’altar maggiore.
“Scusate se vi incomodo”, sussurrò don Camillo che aveva un febbrone da cavallo. “Volevo ringraziarvi a nome di tutto il paese.”
“Non c’è di che, don Camillo” rispose sorridendo il Cristo. “Non c’è di che.”

Grazie a Il THeO Per il suo contributo al Progetto 100 Righe.  :-)

apr 152014
 

albero delle patateLa parola “stupore” è scomparsa dal mio vocabolario da molti anni, troppe ne ho viste e troppe ne ho sentite per giustificare la presenza di questa piccola intrusa a zonzo tra i miei (pochi) neuroni. Eppure, di tanto in tanto, eccola tornare e farsi beffa di me esibendo dei virtuali ma espliciti ampi gesti dell’ombrello, come a dire «Pensavi di esserti liberato di me! Eh?».
Un esempio. A tutti sarà capitato di leggere storie che parlano di moderne forme d’ignoranza. Ogni tanto salta fuori qualche inchiesta che vede protagoniste categorie professionali, religioni, popoli…. e magari il classico bambino Americano convinto che le patate crescano sugli alberi come fossero delle mele. Si, la cosa ci stupisce, ci fa sorridere, ma a pensarci bene rispetta pure una certa logica, sia pur triste.
Parliamo di un bambino che quasi sicuramente vive in una grande metropoli di cemento, non è mai andato in campagna e la suo conoscenza della natura deriva da qualche ora passata davanti alla televisione a guardare i documentari del National Geographic. Le uniche patate che conosce, ed ha toccato con mano, sono quelle tagliate a listelli, surgelate e pronte a finire nella friggitrice. Come dicevo, triste (non giustificabile) ma comprensibile.
La storia può assumere contorni ben più inquietanti se sostituiamo l’ipotetico bambino di Detroit con una signora di mezza età nata e cresciuta nell’Italico nordest dove certamente siamo evoluti e moderni ma l’ipad gira comunque da pochi anni, molti di noi tengono ancora una zappa in garage…se vogliano intendere…
Capita così che alla signora, nostra gradita ospite, venga data l’opportunità di gustare i sapori del nostro orto.
«Vieni» La invitiamo. «Raccogliamo i pomodori».
«Se vuoi sono pronte anche le patate, ne vuoi? Sono da quella parte».
Lei inizia a zigzagare nell’orto e dopo un po’ chiede:
«Scusa? Ma dove sono le patate?»
«Ci sei sopra!»
(Silenzio di tomba)
«Quelle piante proprio accanto a te, dai scaviamo!»
«Scavare? Pensavo si potessero raccogliere come i pomodori».
(Mio silenzio di tomba).

apr 112014
 

genteSpesso quando devo raggiungere un determinano luogo a piedi tendo ad estraniarmi da tutto quello che mi circonda, innesco il passo veloce e via! Non mi distraggono i suoni, i profumi, le immagini Nulla! Questo, purtroppo, tante volte mi fa perdere quei piccoli particolari, quelle curiosità di cui in genere sono “ghiotto”, a volte ci scappa pure la brutta figura perché non inquadro neppure le persone che conosco.
«Hei! Perché non mi hai salutato l’altro giorno?». Questa è la frase che da sempre mi ossessiona. «Mi spiace, non ti ho proprio visto». E giù scuse più offerta di caffè per farsi perdonare… con il sospetto che qualcuno ci marci per farsi offrire il caffettino. Chissà.
Al di la della battuta questa divagazione serve ad introdurre il racconto di un fatto che mi è capitato tempo fa.
Stavo camminando velocemente in mezzo alla gente quando d’improvviso mi si para davanti una signora. È un attimo, mi fermo di colpo e vedo che sta muovendo le labbra.
Afferro solo le ultime parole «…mi può dare cinque euro?».
Il tempo non esiste più, anche i rumori del traffico e l’aria gelida che per un istante avevano accompagnato le sue parole sono scomparse. Lei mi fissa, poi avvicina una mano tremante alla bocca, abbassa gli occhi e farfuglia un qualcosa che potrebbe essere «Mi scusi» e la vedo andar via in attimo, così, come mi era apparsa.
Credo d’aver fatto ancora qualche passo, più per inerzia che per volontà di camminare.
Mi giro, torno indietro alla ricerca di quella donna. Sembra assurdo ma in quell’istante mi sembra di nuotare contro corrente, contro una marea di gente che si muove tutta nella stessa direzione e non mi lascia passare.
Desisto. Mi fermo e lascio andare solo lo sguardo dall’altro lato della strada, hai visto mai.
Cento pensieri mi passano per la mente: Chi era? Perché ha fermato proprio me? Cosa cercava? Non era una mendicante, è scappata mostrando quello che sembrava un reale imbarazzo e tutto questo mi porta ad una sola risposta: Aveva bisogno d’aiuto ed io non sono stato lucido e veloce nel capirlo. Bravo pirla.