Leggevo la biografia di Amedeo Obici ovvero Mr Peanuts, il creatore delle noccioline tostate. Partì ragazzino da Oderzo (TV) con la classica scatola di cartone e, arrivato in America, piano piano creò un impero economico.Oggi sarebbe possibile?
Ho posto recentemente questa domanda ai frequentatori di Answers (senza gran successo per la verità…) e n’è uscita l’ennesima sconfortante risposta di sempre. “Magari è possibile ma non in Italia”….anche discutendo a quattrocchi con le persone è ormai opinione diffusa che oggi non è più possibile raggiungere un successo nella vita, salvo operando illecitamente o grazie all’aiuto di “amici degli amici”. C’è da chiedersi cosa stia mancando in questi anni. Fiducia? Onesta? Spirito di sacrificio? Difficile dirlo forse una somma di tutte queste cose e altre ancora, ma quello che trovo veramente sconfortante è l’assenza del sogno, una qualche icona moderna che possa rappresentare un modello da imitare, un obiettivo da raggiungere.
Il fenomeno che più sembra assomigliare a questo è quello rappresentato dal calderone televisivo (reality & co.).
Ma siamo veramente sicuri della validità di tali modelli? Per il momento mi limito a considerarli “diversi”, poi vedremo…si dice che il tempo è signore ;-)
Per chi non conoscesse la storia del signor Obici ecco una breve scheda:
Amedeo Voltejo Obici nasce ad Oderzo (TV) nel 1878. Nel 1885 rimane orfano di padre dopo alcuni lavoretti saltuari raggiunge lo zio Vittorio Sartor già emigrato negli U.S.A. Si racconta che appena sbarcato in America sia stato avvicinato da un poliziotto che, vedendolo piangere, gli offrì delle noccioline americane (un destino?). Per anni lavora come fruttivendolo e cameriere riuscendo così a raccogliere i soldi necessari per far venire madre e fratelli in America. Nel 1895 inizia l’attività che lo renderà celebre: vendere noccioline tostate. Insieme ad un altro emigrante, Mario Peruzzi, amplia la propria attività fondando la Planters Nut and Chocolate Company. In seguito nasce “Mr Peanuts”, la mascotte simbolo del suo prodotto.
Quando muore nel 1947 lascia un’azienda con migliaia di dipendenti, numerosi negozi sparsi in tutto il Nordamerica ed una fondazione attivissima nel settore sanitario.
(Immagine: da archivio)
 

Quando si parla dello Yemen la prima cosa che viene in mente sono i rapimenti dei turisti. Questo lo ha reso un paese turisticamente “temuto” nonostante il grande fascino che da sempre ispira noi occidentali per le sue bellezze e leggende. Ovviamente il buon senso ci dice che se vissuto in modo corretto, organizzato e consapevole un viaggio nello Yemen non sarà più pericoloso di tante altre mete, ma oggi non voglio parlare di turismo in senso stretto ma dell’aspetto sociale del “vivere Yemenita “ testimoniato da un viaggiatore.
Leggendo i giornali Italiani di questi giorni si trovano notizie di ferimenti ed uccisioni perpetuate anche da giovanissimi…viene da chiederci, ma i nostri ragazzi girano tutti con il coltello in tasca? Dobbiamo temere un’aggressione solo per aver guardato storto qualcuno? Questo m’ha riportato alla mente la testimonianza cui accennavo prima. Questo viaggiatore anni fa si è recato nello Yemen seguendo un percorso “non-turistico ma consapevole”, ovvero girare il paese accompagnato da gente del luogo e integrandosi al loro vivere quotidiano. Per questo motivo appena iniziato il viaggio è stato fornito di un bel pistolone da porre in bella vista appeso alla cintura. Questo perché ogni uomo Yemenita deve possedere un’arma a partire dall’età di 12 anni. Da noi questa usanza sarebbe probabilmente considerata socialmente pericolosa, al contrario, da loro rappresenta un valido deterrente contro la violenza. Un semplice esempio per far comprendere la cosa: nello Yemen difficilmente qualcuno si sognerebbe di sparare un colpo di pistola, in quanto, consapevole del fatto che nel giro di un secondo apparirebbero dal nulla altre 100 pistole rivolte contro di lui! Concludo ribadendo il concetto di contesto sociale del possesso di un’arma; è improponibile fare un paragone tra le nostre due società. L’arma nello Yemen è ben più di uno status symbol, basti pensare che se un uomo commette una “marachella” è sufficiente che il capo villaggio gli sequestri il Kalashnikov o qualunque altra arma in suo possesso per condannarlo ad una forma di pena paragonabile ai nostri arresti domiciliari. La “vergogna” di non possedere l’arma sarebbe tale da impedirgli di uscire di casa e farsi sbeffeggiare da tutti.(Immagine da: digilander.libero.it/salamzamzam)
gen 152007
 

Lo sapete chi ha inventato il nanosecondo? Sicuramente qualche tassista Newyorkese! Tra le tante cose che rimangono nella memoria di un turista che gira per Manhattan è la marea di taxi gialli che si accalcano ai semafori. Ed è curioso come allo scattare del semaforo verde quello che sta dietro immediatamente dia un sonoro colpo di clacson al primo della fila (ovviamente in un …nanosecondo).
Questo preambolo per parlare di cosa? Una semplice curiosità…la singolare caratteristica degli Americani di “santificare” anche le cose normali. Una cosa che onestamente trovo pure simpatica, spesso noi Italiani tendiamo a criticare o vedere solo l’aspetto negativo dei servizi che ci vengono forniti. Difficilmente poi si crea una forte simbiosi tra (ad esempio) tassisti e clienti.
Temo che da noi non vedremo mai una statua come quella posta vicino al Grand Central Terminal di New York…un monumento che raffigura l’uomo che chiama il taxi.
(Foto da Archivio)
 

In un’intervista radiofonica Roberto Giacobbo (quello di “Voyager”), parla di un suo servizio dal titolo “La vita oltre la vita”. Il tema è facilmente intuibile dal titolo e non intendo certo ora approfondire la cosa che occuperebbe pagine e pagine di post, ma su di un particolare vorrei porre l’attenzione. Giacobbo pone l’attenzione su un episodio diverso dal solito, un episodio che, con tutto lo scetticismo razionale che un uomo esprimere, in questo caso non lascia spazio ad ipotesi d’imbroglio.
La storia: nel reparto rianimazione di un ospedale Londinese viene ricoverato un barbone in condizioni disperate. Fortunatamente i medici riescono a salvarlo e dopo qualche tempo il paziente, ormai fuori pericolo, chiede di riavere il suo unico bene: la dentiera. Come potete immaginare, al momento del ricovero, il paziente era stato liberato di tutti i sui vestiti ed i suoi effetti personali.
Purtroppo nessuno sapeva dove potesse trovarsi la dentiera, e l’infermiera che se n’era occupata in quei giorni stava in ferie. Il fatto curioso è stato che il barbone disse di sapere dove stava la dentiera, sostenne che l’aveva “vista” mentre stava sul lettino della rianimazione.
Ora, noi tutti abbiamo sentito di persone che affermano d’essere “uscite dal loro corpo” quando stavano lottando tra la vita e la morte, e d’aver visto l’operare dei medici sul loro corpo, ma che un paziente avesse “seguito” una cosa personale come la dentiera, questa è una novità.Tornando alla storia, i medici incuriositi della cosa seguirono le istruzioni del barbone che affermava d’aver “visto” l’infermiera entrare in una stanza e chiudere a chiave in un cassetto la dentiera avvolta in fazzoletto. Ebbene, la dentiera si trovava proprio dove aveva detto il barbone, che ovviamente, non poteva aver seguito fisicamente l’infermiera mentre stava lottando tra la vita e la morte! Quest’episodio ha suscitato molto scalpore nell’ambiente medico Londinese, ed ora in quel reparto di rianimazione si stanno svolgendo delle ricerche (con la discrezione del caso) per cercare di comprendere il perché di tali fenomeni.
Insisto su una cosa. Su episodi del genere bisogna partire da una forma di sano scetticismo, ma ciò non toglie che lo spirito di comprensione, la voglia di verità ci deve spingere ad affrontare la lettura di questi fenomeni.
(immagine da: flickr.com)
Suffusion theme by Sayontan Sinha