Archivio per gennaio, 2007

Leggevo la biografia di Amedeo Obici ovvero Mr Peanuts, il creatore delle noccioline tostate. Partì ragazzino da Oderzo (TV) con la classica scatola di cartone e, arrivato in America, piano piano creò un impero economico.Oggi sarebbe possibile?
Ho posto recentemente questa domanda ai frequentatori di Answers (senza gran successo per la verità…) e n’è uscita l’ennesima sconfortante risposta di sempre. “Magari è possibile ma non in Italia”….anche discutendo a quattrocchi con le persone è ormai opinione diffusa che oggi non è più possibile raggiungere un successo nella vita, salvo operando illecitamente o grazie all’aiuto di “amici degli amici”. C’è da chiedersi cosa stia mancando in questi anni. Fiducia? Onesta? Spirito di sacrificio? Difficile dirlo forse una somma di tutte queste cose e altre ancora, ma quello che trovo veramente sconfortante è l’assenza del sogno, una qualche icona moderna che possa rappresentare un modello da imitare, un obiettivo da raggiungere.
Il fenomeno che più sembra assomigliare a questo è quello rappresentato dal calderone televisivo (reality & co.).
Ma siamo veramente sicuri della validità di tali modelli? Per il momento mi limito a considerarli “diversi”, poi vedremo…si dice che il tempo è signore ;-)
Per chi non conoscesse la storia del signor Obici ecco una breve scheda:
Amedeo Voltejo Obici nasce ad Oderzo (TV) nel 1878. Nel 1885 rimane orfano di padre dopo alcuni lavoretti saltuari raggiunge lo zio Vittorio Sartor già emigrato negli U.S.A. Si racconta che appena sbarcato in America sia stato avvicinato da un poliziotto che, vedendolo piangere, gli offrì delle noccioline americane (un destino?). Per anni lavora come fruttivendolo e cameriere riuscendo così a raccogliere i soldi necessari per far venire madre e fratelli in America. Nel 1895 inizia l’attività che lo renderà celebre: vendere noccioline tostate. Insieme ad un altro emigrante, Mario Peruzzi, amplia la propria attività fondando la Planters Nut and Chocolate Company. In seguito nasce “Mr Peanuts”, la mascotte simbolo del suo prodotto.
Quando muore nel 1947 lascia un’azienda con migliaia di dipendenti, numerosi negozi sparsi in tutto il Nordamerica ed una fondazione attivissima nel settore sanitario.
(Immagine: da archivio)

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Quando si parla dello Yemen la prima cosa che viene in mente sono i rapimenti dei turisti. Questo lo ha reso un paese turisticamente “temuto” nonostante il grande fascino che da sempre ispira noi occidentali per le sue bellezze e leggende. Ovviamente il buon senso ci dice che se vissuto in modo corretto, organizzato e consapevole un viaggio nello Yemen non sarà più pericoloso di tante altre mete, ma oggi non voglio parlare di turismo in senso stretto ma dell’aspetto sociale del “vivere Yemenita “ testimoniato da un viaggiatore.
Leggendo i giornali Italiani di questi giorni si trovano notizie di ferimenti ed uccisioni perpetuate anche da giovanissimi…viene da chiederci, ma i nostri ragazzi girano tutti con il coltello in tasca? Dobbiamo temere un’aggressione solo per aver guardato storto qualcuno? Questo m’ha riportato alla mente la testimonianza cui accennavo prima. Questo viaggiatore anni fa si è recato nello Yemen seguendo un percorso “non-turistico ma consapevole”, ovvero girare il paese accompagnato da gente del luogo e integrandosi al loro vivere quotidiano. Per questo motivo appena iniziato il viaggio è stato fornito di un bel pistolone da porre in bella vista appeso alla cintura. Questo perché ogni uomo Yemenita deve possedere un’arma a partire dall’età di 12 anni. Da noi questa usanza sarebbe probabilmente considerata socialmente pericolosa, al contrario, da loro rappresenta un valido deterrente contro la violenza. Un semplice esempio per far comprendere la cosa: nello Yemen difficilmente qualcuno si sognerebbe di sparare un colpo di pistola, in quanto, consapevole del fatto che nel giro di un secondo apparirebbero dal nulla altre 100 pistole rivolte contro di lui! Concludo ribadendo il concetto di contesto sociale del possesso di un’arma; è improponibile fare un paragone tra le nostre due società. L’arma nello Yemen è ben più di uno status symbol, basti pensare che se un uomo commette una “marachella” è sufficiente che il capo villaggio gli sequestri il Kalashnikov o qualunque altra arma in suo possesso per condannarlo ad una forma di pena paragonabile ai nostri arresti domiciliari. La “vergogna” di non possedere l’arma sarebbe tale da impedirgli di uscire di casa e farsi sbeffeggiare da tutti.(Immagine da: digilander.libero.it/salamzamzam)

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Lo sapete chi ha inventato il nanosecondo? Sicuramente qualche tassista Newyorkese! Tra le tante cose che rimangono nella memoria di un turista che gira per Manhattan è la marea di taxi gialli che si accalcano ai semafori. Ed è curioso come allo scattare del semaforo verde quello che sta dietro immediatamente dia un sonoro colpo di clacson al primo della fila (ovviamente in un …nanosecondo).
Questo preambolo per parlare di cosa? Una semplice curiosità…la singolare caratteristica degli Americani di “santificare” anche le cose normali. Una cosa che onestamente trovo pure simpatica, spesso noi Italiani tendiamo a criticare o vedere solo l’aspetto negativo dei servizi che ci vengono forniti. Difficilmente poi si crea una forte simbiosi tra (ad esempio) tassisti e clienti.
Temo che da noi non vedremo mai una statua come quella posta vicino al Grand Central Terminal di New York…un monumento che raffigura l’uomo che chiama il taxi.
(Foto da Archivio)

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In un’intervista radiofonica Roberto Giacobbo (quello di “Voyager”), parla di un suo servizio dal titolo “La vita oltre la vita”. Il tema è facilmente intuibile dal titolo e non intendo certo ora approfondire la cosa che occuperebbe pagine e pagine di post, ma su di un particolare vorrei porre l’attenzione. Giacobbo pone l’attenzione su un episodio diverso dal solito, un episodio che, con tutto lo scetticismo razionale che un uomo esprimere, in questo caso non lascia spazio ad ipotesi d’imbroglio.
La storia: nel reparto rianimazione di un ospedale Londinese viene ricoverato un barbone in condizioni disperate. Fortunatamente i medici riescono a salvarlo e dopo qualche tempo il paziente, ormai fuori pericolo, chiede di riavere il suo unico bene: la dentiera. Come potete immaginare, al momento del ricovero, il paziente era stato liberato di tutti i sui vestiti ed i suoi effetti personali.
Purtroppo nessuno sapeva dove potesse trovarsi la dentiera, e l’infermiera che se n’era occupata in quei giorni stava in ferie. Il fatto curioso è stato che il barbone disse di sapere dove stava la dentiera, sostenne che l’aveva “vista” mentre stava sul lettino della rianimazione.
Ora, noi tutti abbiamo sentito di persone che affermano d’essere “uscite dal loro corpo” quando stavano lottando tra la vita e la morte, e d’aver visto l’operare dei medici sul loro corpo, ma che un paziente avesse “seguito” una cosa personale come la dentiera, questa è una novità.Tornando alla storia, i medici incuriositi della cosa seguirono le istruzioni del barbone che affermava d’aver “visto” l’infermiera entrare in una stanza e chiudere a chiave in un cassetto la dentiera avvolta in fazzoletto. Ebbene, la dentiera si trovava proprio dove aveva detto il barbone, che ovviamente, non poteva aver seguito fisicamente l’infermiera mentre stava lottando tra la vita e la morte! Quest’episodio ha suscitato molto scalpore nell’ambiente medico Londinese, ed ora in quel reparto di rianimazione si stanno svolgendo delle ricerche (con la discrezione del caso) per cercare di comprendere il perché di tali fenomeni.
Insisto su una cosa. Su episodi del genere bisogna partire da una forma di sano scetticismo, ma ciò non toglie che lo spirito di comprensione, la voglia di verità ci deve spingere ad affrontare la lettura di questi fenomeni.
(immagine da: flickr.com)

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Ormai siamo in piena crisi di “simbologie”. Nell’affanosa ricerca di neutralità si è giunti alla creazione del nuovo Cristallo Rosso. Questo simbolo dovrebbe garantire sicurezza (?) agli operatori umanitare che fino ad oggi hanno operato sotto la bandiera della Croce Rossa e della Mezza Luna Rossa. Mi chiedo quanto siano importanti oggi i simboli….
Quello che segue è un vecchio articolo tratto dal Corriere della Sera che anticipa la presentazione del simbolo:
GINEVRA (Svizzera) – La Croce Rossa perde la croce rossa. E al suo posto ci mette un «cristallo». La decisione, nell’aria ormai da diversi mesi, è stata ufficializzata nella notte tra mercoledì e giovedì alla conferenza internazionale dei firmatari delle Convenzioni di Ginevra.
L’INGRESSO DI ISRAELE – Il summit ha stabilito che il nuovo emblema sia appunto il cristallo rosso e ha aperto in questo modo la strada all’ingresso di Israele nel movimento umanitario internazionale. Da 60 anni, infatti, i soccorritori israeliani erano esclusi dal comitato internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa e questo proprio per una questione di simboli: Tel Aviv chiedeva infatti di potere utilizzare come proprio logo la stella di David, simbolo della religione israeliana, così come la croce e la mezzaluna sono identificate come riferimenti del cristianesimo e dell’islamismo.
SIMBOLO SUPER PARTES – Per ovviare alle contrapposizioni a sfondo religioso a Ginevra si è dunque deciso di voltare pagina e di individuare un logo che, nelle situazioni di conflitto o di crisi internazionale, sia universalmente riconosciuto e rispettato. Il rischio, infatti, è che la Croce Rossa oggi non venga più considerata «intoccabile» in aree del mondo dove il fanatismo religioso arriva a considerare infedeli e di conseguenza nemici coloro che professano una fede diversa.
SENZA UNANIMITA’ – I 192 firmatari hanno votato a maggioranza a favore del nuovo logo (98 sì, 27 no e 9 astensioni), con il voto contrario dei Paesi arabi e musulmani. Il voto è arrivato dopo il fallimento degli ultimi negoziati tra lo Stato ebreo e la Siria: Damasco pretendeva in cambio del suo voto un accesso umanitario ai siriani che vivono sul Golan occupato da Israele nel 1967. Ma l’intesa non è stata raggiunta.
LA RATIFICA – Dopo l’ approvazione del Protocollo da parte degli stati sarà necessario convocare una conferenza internazionale della Croce Rossa e della Mezza Luna Rossa nel 2006 per emendare gli statuti del movimento.

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Appena sentii alla radio la voce di Robbie Williams cantare My Culture pensai subito (come tanti altri) all’imminente uscita di un nuovo lavoro del cantante Inglese. Mai avrei pensato di trovarmi di fronte ad uno dei più interessanti progetti del pop degli ultimi anni. I due artisti hanno girato il mondo per tre anni armati di computer e videocamera “rompendo le balle “ a musicisti più o meno conosciuti (da noi) coinvolgendoli in un album pop intriso di profumi etnici che ne hanno esaltato il valore.
A questo album (e il dvd che ne racconta la storia) ha visto la partecipazione d’artisti occidentali come Robbie Williams & Maxi Jazz, Michael Stipe, Speech & Neneh Cherry, oltre a gente come Asha Bhosle (la “Mina” indiana) ed altri interpreti che vengono dalla Nuova Zelanda e l’Africa.
Il progetto, inizialmente grandioso, si è un po’ spento per strada. Ad oggi non vi è stato seguito al primo lavoro del duo britannico, tranne un susseguirsi di operazioni di merchandising poco artistiche ma utili al portafoglio.
Nell’attesa di un eventuale nuovo capitolo del progetto 1 Giant Leap vi propongo un estratto dal dvd (il brano Braided Hair interpretato da Speech & Neneh Cherry) e una breve intervista ai protagonisti fatta dal giornalista Roberto Gatti
Jamie Catto e Duncan Bridgeman”1 Giant Leap”

Averne, di globalizzatori come Jamie Catto e Duncan Bridgeman. Il primo è stato membro fondatore e direttore artistico dei Faithless, autore, fra l’altro, di un videoclip stupefacente come “God is a Dj”: e ora ama definirsi, tout court, “catalizzatore creativo” .
Il secondo è un produttore (e multistrumentista) di provatissime capacità, collaboratore di artisti come Paul McCartney, Eurythmics e Duran Duran. Insieme, i due si sono messi in testa un’idea meravigliosa: girare il mondo alla caccia del miglior “global sound” oggi possibile, seguendo soltanto gli itinerari dettati dall’intuito e dalla premonizione, senza lasciarsi fuorviare da inutili schemi preconcetti. Un po’ come avevano fatto vent’anni fa, ai tempi di “My life in the bush of ghosts”, Brian Eno e David Byrne: che non a caso – insieme al Peter Gabriel di “Passion”, la colonna sonora del film di Martin Scorsese “L’ultima tentazione di Cristo” – sono gli eroi per antonomasia dei nostri due ricercatori._I modelli da imitare nel metodo di lavoro e nell’estasi creativa. E così, un anno fa, attrezzati di computer, registratore digitale e microcamera, con in tasca dodici idee-forza su cui lavorare (“Dio”, “Sesso e saggezza”, “Denaro”, “Felicità”, eccetera) e, soprattutto, un contratto di esplorazione ad amplissimo raggio firmato nientemeno che da Chris Blackwell, il gran capo dell’etichetta discografica Palm Pictures, Catto e Bridgeman si sono messi in marcia. Hanno attraversato Africa, Asia e Australia, hanno arricchito il loro archivio sonoro di una mole impressionante di materiali etnici (tamburi del Burundi e flauti del Rajasthan, “duduk” dell’Armenia e “darbooka” della Turchia) catturati sul campo, li hanno messi in forma di canzone e poi, dulcis in fundo, li hanno sottoposti all’attenzione di alcune conclamate star della Musica Giovane internazionale: Michael Stipe dei Rem, l’ex Take That Robbie Williams, Neneh Cherry, Maxi Jazz, Brian Eno, Michael Franti, le Mahotella Queens del Sud Africa, tanti altri ancora. Perché incorporassero le loro pregiate voci dentro quel “work in progress” ancora magmatico, e lo trasformassero in “quello che il nostro pianeta è, o dovrebbe essere: un solo mondo e una sola voce, costruito dai mondi e dalle voci di tutti”.Ancora non contenti, i due ricercatori inglesi hanno infine aggregato al loro progetto altri testimonial d’eccezione, gli scrittori Kurt Vonnegut e Tom Robbins, l’attore Dennis Hopper, i militanti dello sviluppo sostenibile Anita Roddick, Lynne Franks e Mustapha Tettey Addy: perché “legassero” una canzone all’altra con alcuni “speech” d’autore. E così, a un certo punto, si sente Kurt Vonnegut declamare: “La musica è, per me, la prova dell’esistenza di Dio”, e Tom Robbins esclamare: “La grandezza dell’arte sta nel fatto che non ha alcuna finalità”, e Dennis Hopper interloquire: “Noi siamo un miracolo, noi tutti stiamo vivendo un miracolo”. Un miracolo proprio come “1 Giant Leap” (Nun): un passo da gigante elaborato da Catto & Bridgeman sotto forma di Cd, Dvd e film per la televisione. Che lunedì mattina è stato presentato a Milano in pompa magna, alla presenza (fra gli altri) di Fernanda Pivano, Jovanotti e Mauro Pagani. E che di qui a qualche giorno comincerà a invadere i network e le case di ogni angolo del pianeta Terra, per dare forma e sostanza alla frase – giustamente famosa – pronunciata dall’astronauta Neil Armstrong dopo aver messo piede sulla Luna: “Un piccolo passo per l’uomo, un passo da gigante per l’umanità”.

Come avete fatto a coinvolgere tanti personaggi illustri?
Jamie Catto. “Ci abbiamo messo un bel po’ di tempo e ancor più energia, ma devo dire che i risultati sono stati infinitamente superiori anche alle nostre più rosee previsioni. Alcuni “testimonial” interpellati – Woody Allen, Roberto Benigni, Pedro Almodovar, Sting – si sono defilati in grande stile, ma tantissimi altri si sono dimostrati di una disponibilità squisita. Kurt Vonnegut, per esempio, l’abbiamo acchiappato soltanto al quarto tentativo (prima trovavamo sempre suo cugino…): ma a quel punto ci ha detto di raggiungerlo immediatamente, ed è stato a dir poco fantastico!”.

E Michael Stipe?
Jamie Catto._”Beh, Michael è sempre stato un grande fan dei Faithless… nel 1996 ha addirittura avuto la carineria di affermare che il nostro era il miglior album dell’anno! Quindi, non è stato per niente difficile raggiungerlo. Ma devo ammettere che sentirlo duettare in “The way you dream” con una voce indiana e una neozelandese… mi fa ancor oggi accapponare la pelle!”.

C’è, ovviamente, Brian Eno, ma stranamente non c’è Peter Gabriel. Come mai?
Jamie Catto. “Sono almeno diec’anni che cerco di intrufolarmi in tutti i progetti messi in piedi da Peter, ma senza alcun successo. E anche questa volta è andata così… Ma quel che mi rende speranzoso per il futuro è che qualche mese fa, quando già il progetto di “1 Giant Leap” era chiuso, Peter ha invitato a cena, a casa sua, Duncan e me! E’ stato delizioso, ci ha perfino chiesto: “Ok, ragazzi, che posso fare per voi?”. Speriamo che se ne ricordi, la prossima volta!”.

Ora che avete rotto il ghiaccio, avete intenzione di continuare?
Duncan Bridgeman. “Certamente, perché “1 Giant Leap” è un autentico work in progress. Abbiamo girato più di 300 ore di materiale video, e quasi altrettante di audio, e a tutte queste ne stiamo aggiungendo altre e altre ancora… Ci interessa soprattutto aumentare il numero degli “speech”, e non soltanto di personaggi famosi, ma soprattutto di gente della strada: perché questo è il veicolo migliore per la comprensione fra i popoli. Il “modello” potrebbe essere quello utilizzato con Baaba Maal: all’inizio, conoscevamo soltanto lui in Senegal; ma poi lui ci ha pilotato verso decine di suoi amici, che sono stati fondamentali per il nostro lavoro. Ecco, questo è un esempio da sviluppare”.

Per chiudere il cerchio, il vostro lavoro è – dal nostro punto di vista – un perfetto esempio di “globalizzazione” rettamente intesa. Che ne dite? Catto & Bridgeman. “Siamo totalmente d’accordo! Occorre globalizzare tutto ciò che è buono e positivo. Bisogna stare dalla parte della generosità e della compassione. Sempre e comunque!”.

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