1 Giant Leap…il progetto.

Appena sentii alla radio la voce di Robbie Williams cantare My Culture pensai subito (come tanti altri) all’imminente uscita di un nuovo lavoro del cantante Inglese. Mai avrei pensato di trovarmi di fronte ad uno dei più interessanti progetti del pop degli ultimi anni. I due artisti hanno girato il mondo per tre anni armati di computer e videocamera “rompendo le balle “ a musicisti più o meno conosciuti (da noi) coinvolgendoli in un album pop intriso di profumi etnici che ne hanno esaltato il valore.
A questo album (e il dvd che ne racconta la storia) ha visto la partecipazione d’artisti occidentali come Robbie Williams & Maxi Jazz, Michael Stipe, Speech & Neneh Cherry, oltre a gente come Asha Bhosle (la “Mina” indiana) ed altri interpreti che vengono dalla Nuova Zelanda e l’Africa.
Il progetto, inizialmente grandioso, si è un po’ spento per strada. Ad oggi non vi è stato seguito al primo lavoro del duo britannico, tranne un susseguirsi di operazioni di merchandising poco artistiche ma utili al portafoglio.
Nell’attesa di un eventuale nuovo capitolo del progetto 1 Giant Leap vi propongo un estratto dal dvd (il brano Braided Hair interpretato da Speech & Neneh Cherry) e una breve intervista ai protagonisti fatta dal giornalista Roberto Gatti
Jamie Catto e Duncan Bridgeman”1 Giant Leap”Averne, di globalizzatori come Jamie Catto e Duncan Bridgeman. Il primo è stato membro fondatore e direttore artistico dei Faithless, autore, fra l’altro, di un videoclip stupefacente come “God is a Dj”: e ora ama definirsi, tout court, “catalizzatore creativo” .
Il secondo è un produttore (e multistrumentista) di provatissime capacità, collaboratore di artisti come Paul McCartney, Eurythmics e Duran Duran. Insieme, i due si sono messi in testa un’idea meravigliosa: girare il mondo alla caccia del miglior “global sound” oggi possibile, seguendo soltanto gli itinerari dettati dall’intuito e dalla premonizione, senza lasciarsi fuorviare da inutili schemi preconcetti. Un po’ come avevano fatto vent’anni fa, ai tempi di “My life in the bush of ghosts”, Brian Eno e David Byrne: che non a caso – insieme al Peter Gabriel di “Passion”, la colonna sonora del film di Martin Scorsese “L’ultima tentazione di Cristo” – sono gli eroi per antonomasia dei nostri due ricercatori._I modelli da imitare nel metodo di lavoro e nell’estasi creativa. E così, un anno fa, attrezzati di computer, registratore digitale e microcamera, con in tasca dodici idee-forza su cui lavorare (“Dio”, “Sesso e saggezza”, “Denaro”, “Felicità”, eccetera) e, soprattutto, un contratto di esplorazione ad amplissimo raggio firmato nientemeno che da Chris Blackwell, il gran capo dell’etichetta discografica Palm Pictures, Catto e Bridgeman si sono messi in marcia. Hanno attraversato Africa, Asia e Australia, hanno arricchito il loro archivio sonoro di una mole impressionante di materiali etnici (tamburi del Burundi e flauti del Rajasthan, “duduk” dell’Armenia e “darbooka” della Turchia) catturati sul campo, li hanno messi in forma di canzone e poi, dulcis in fundo, li hanno sottoposti all’attenzione di alcune conclamate star della Musica Giovane internazionale: Michael Stipe dei Rem, l’ex Take That Robbie Williams, Neneh Cherry, Maxi Jazz, Brian Eno, Michael Franti, le Mahotella Queens del Sud Africa, tanti altri ancora. Perché incorporassero le loro pregiate voci dentro quel “work in progress” ancora magmatico, e lo trasformassero in “quello che il nostro pianeta è, o dovrebbe essere: un solo mondo e una sola voce, costruito dai mondi e dalle voci di tutti”.Ancora non contenti, i due ricercatori inglesi hanno infine aggregato al loro progetto altri testimonial d’eccezione, gli scrittori Kurt Vonnegut e Tom Robbins, l’attore Dennis Hopper, i militanti dello sviluppo sostenibile Anita Roddick, Lynne Franks e Mustapha Tettey Addy: perché “legassero” una canzone all’altra con alcuni “speech” d’autore. E così, a un certo punto, si sente Kurt Vonnegut declamare: “La musica è, per me, la prova dell’esistenza di Dio”, e Tom Robbins esclamare: “La grandezza dell’arte sta nel fatto che non ha alcuna finalità”, e Dennis Hopper interloquire: “Noi siamo un miracolo, noi tutti stiamo vivendo un miracolo”. Un miracolo proprio come “1 Giant Leap” (Nun): un passo da gigante elaborato da Catto & Bridgeman sotto forma di Cd, Dvd e film per la televisione. Che lunedì mattina è stato presentato a Milano in pompa magna, alla presenza (fra gli altri) di Fernanda Pivano, Jovanotti e Mauro Pagani. E che di qui a qualche giorno comincerà a invadere i network e le case di ogni angolo del pianeta Terra, per dare forma e sostanza alla frase – giustamente famosa – pronunciata dall’astronauta Neil Armstrong dopo aver messo piede sulla Luna: “Un piccolo passo per l’uomo, un passo da gigante per l’umanità”.Come avete fatto a coinvolgere tanti personaggi illustri?
Jamie Catto. “Ci abbiamo messo un bel po’ di tempo e ancor più energia, ma devo dire che i risultati sono stati infinitamente superiori anche alle nostre più rosee previsioni. Alcuni “testimonial” interpellati – Woody Allen, Roberto Benigni, Pedro Almodovar, Sting – si sono defilati in grande stile, ma tantissimi altri si sono dimostrati di una disponibilità squisita. Kurt Vonnegut, per esempio, l’abbiamo acchiappato soltanto al quarto tentativo (prima trovavamo sempre suo cugino…): ma a quel punto ci ha detto di raggiungerlo immediatamente, ed è stato a dir poco fantastico!”.

E Michael Stipe?
Jamie Catto._”Beh, Michael è sempre stato un grande fan dei Faithless… nel 1996 ha addirittura avuto la carineria di affermare che il nostro era il miglior album dell’anno! Quindi, non è stato per niente difficile raggiungerlo. Ma devo ammettere che sentirlo duettare in “The way you dream” con una voce indiana e una neozelandese… mi fa ancor oggi accapponare la pelle!”.

C’è, ovviamente, Brian Eno, ma stranamente non c’è Peter Gabriel. Come mai?
Jamie Catto. “Sono almeno diec’anni che cerco di intrufolarmi in tutti i progetti messi in piedi da Peter, ma senza alcun successo. E anche questa volta è andata così… Ma quel che mi rende speranzoso per il futuro è che qualche mese fa, quando già il progetto di “1 Giant Leap” era chiuso, Peter ha invitato a cena, a casa sua, Duncan e me! E’ stato delizioso, ci ha perfino chiesto: “Ok, ragazzi, che posso fare per voi?”. Speriamo che se ne ricordi, la prossima volta!”.

Ora che avete rotto il ghiaccio, avete intenzione di continuare?
Duncan Bridgeman. “Certamente, perché “1 Giant Leap” è un autentico work in progress. Abbiamo girato più di 300 ore di materiale video, e quasi altrettante di audio, e a tutte queste ne stiamo aggiungendo altre e altre ancora… Ci interessa soprattutto aumentare il numero degli “speech”, e non soltanto di personaggi famosi, ma soprattutto di gente della strada: perché questo è il veicolo migliore per la comprensione fra i popoli. Il “modello” potrebbe essere quello utilizzato con Baaba Maal: all’inizio, conoscevamo soltanto lui in Senegal; ma poi lui ci ha pilotato verso decine di suoi amici, che sono stati fondamentali per il nostro lavoro. Ecco, questo è un esempio da sviluppare”.

Per chiudere il cerchio, il vostro lavoro è – dal nostro punto di vista – un perfetto esempio di “globalizzazione” rettamente intesa. Che ne dite? Catto & Bridgeman. “Siamo totalmente d’accordo! Occorre globalizzare tutto ciò che è buono e positivo. Bisogna stare dalla parte della generosità e della compassione. Sempre e comunque!”.

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