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BAR SPORT – Stefano Benni

L’uomo primitivo non conosceva il bar. Quando la mattina si alzava, nella sua caverna, egli avvertiva subito un forte desiderio di caffè. Ma il caffè non era ancora stato inventato e l’uomo primitivo aggrottava la fronte, assumendo la caratteristica espressione scimmiesca. Non c’erano neanche bar. Gli scapoli, la sera, si trovavano in qualche grotta, si mettevano in semicerchio e si scambiavano botte di clava in testa secondo un preciso rituale. Era un divertimento molto rozzo, e presto passò di moda. Allora gli uomini primitivi cominciarono a riunirsi in caverne e a farsi sui muri delle caricature, che tra di loro chiamavano scherzosamente graffiti paleolitici. Ma questo primo tentativo di bar fu un fallimento. Non esistevano la moviola, il vistoso sgambetto, il secco rasoterra, il dribbling ubriacante e l’arbitraggio scandaloso, e la conversazione languiva in rutti e grugniti.
Gli antichi romani, invece, inventarono subito la taverna osservando il volo degli uccelli, e la suburra era un vero pullulare di bar. Gli osti facevano affari d’oro, tanto che divennero presto la classe dominante. Cesare cominciò la sua carriera come cameriere, e conservò per tutta la vita la pessima abitudine di farsi dare mance dai barbari sconfitti.
Nei bar romani si beveva molta menta, vini dei colli e assenzio. Le leggi erano molto severe: a chi veniva pescato ubriaco veniva mozzata la lingua. Questo provvedimento fu revocato allorchè in Senato le sedute cominciarono a svolgersi in perfetto silenzio.

I camerieri erano per la maggior parte schiavi cartaginesi. Ma c’erano anche molti filosofi greci, che servivano in tavola per mantenersi agli studi. Aristotele fece il cameriere per due anni al « Porcus rotitus », ed ebbe l’intuizione della sua Logica osservando un cliente che cercava di infilzare con la forchettina una grossa cipolla. Platone fece lo sguattero al « Pomplius », uno dei ristoranti più à la page di Roma dove il carrello del bollito era una biga a due cavalli. Anche in Grecia i bar ebbero grande diffusione. I filosofi Peripatetici insegnavano nei tavolini all’aperto e finivano le lezioni completamente ubriachi. Pitagora inventò la sua famosa tavola perché era stanco di essere imbrogliato sui conti della birra, e Zenone divenne Stoico perché non aveva mai la pazienza di far raffreddare la sua cioccolata in coppa.Il medioevo fu uno dei periodi d’oro dei bar. Fu inventato il posto di ristoro, o stazione per cavalli, in cui i cavalli potevano riposare e i cavalieri rifocillarsi. In realtà la cosa andava così: il cavaliere chiedeva al cavallo « Sei stanco, sì? », si fermava e beveva. Questo avveniva anche trenta, quaranta volte in un chilometro.Nelle taverne ci si fermava a duellare e a schiaffeggiarsi con i guanti. D’Artagnan sfidava e uccideva tutti quelli che sorprendeva a giocare a flipper, perché il rumore lo mandava in bestia.In queste taverne, che avevano nomi come « Il Gallo d’oro », « L’Oca irsuta », « Il Buco del diavolo », si beveva in coppe pesantissime alte fino a mezzo metro, intarsiate di rubini e zaffiri, con olive gigantesche come cocomeri.Una variante celebre di queste taverne erano quelle dei pirati, dove si beveva quasi esclusivamente rhum. In verità i pirati andavano pazzi per il frappe’: ma rozzi e adusi alla vita di mare, finivano sempre per piantarsi i cucchiaini negli occhi. Per questo il novanta per cento portava la famosa benda nera.Molti finirono così distrutti dall’acqua di fuoco, finché il famoso Morgan l’orbo non scoprì che il frappé si poteva bere anche con la cannuccia. Per questa intuizione la regina d’Inghilterra lo nominò baronetto e gli regalò un timone in similpelle leopardo.Alcune di queste taverne erano leggendarie, come il « Cannone delle Antille », il cui proprietario era il famoso O’ Shamrok. O’Shamrok aveva un pappagallo straordinario, Bozambo, che egli aveva addestrato a tenerlo sulla spalla. Cioè era il pappagallo che teneva sulla spalla O’Sbamrok, il quale si teneva aggrappato con i piedi. Il pappagallo serviva i clienti in tre lingue e O’Shamrok fumava la pipa e si limitava a dire delle cretinate come « Shamrok vuole il brustolino » oppure’ « Shamrok dice buonasera. Eeeerk », e così via. In quella taverna si poteva entrare solo con una gamba di legno, o con un occhio di vetro, o con un uncino al posto della mano, tanto che c’era sempre un fabbro pronto a separare gli avventori che si salutavano. Il cliente più gradito era l’Olonese, che era in realtà un comodino con un braccio e un cappello in testa. L’Olonese beveva ogni sera quattro pinte di rhum, che gli venivano versate nei cassetti. Quando era in vena di scherzi, spalancava lo sportello in fondo e mostrava l’orinale, provocando l’ilarità degli astanti. Morì a Maracaibo: i suoi si ammutinarono e di notte gli riempirono il letto di tarli.Un altro cliente abituale era il Corsaro Nero. Aveva una gamba di legno saldata male, e quando cambiava il tempo la giuntura gli dava delle fitte atroci. Quando ciò avveniva, il Nero perdeva la testa, cominciava a urlare e con la scimitarra si tagliava la gamba. Per questo uno dei suoi uomini lo seguiva sempre con una sacca da golf piena di gambe di ricambio. Il Corsaro Nero era molto vanitoso e ne aveva più di trecento, tutte di legno pregiato, da combattimento, da Passeggio e da sera. Ne aveva anche una da affondamento, terminante in una pinna di tek.

Una sera che era molto ubriaco……..

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Inauguro questa nuova versione di 100 Righe utilizzando la stessa cronologia del vecchio blog. Apre le danze il buon Stefano Benni, uno dei mie autori preferiti. Bar Sport è stato il suo primo e forse più grande successo, tanto che molti lo identificano solo con questo libro, o al massimo con la seconda “puntata” dell’opera conosciuta con il titolo di Bar Sport 2000. Benni è molto di più…ed in futuro ve lo farò conoscere…certo che i personaggioni di bar Sport sono indimenticabili. La luisona, il tennico, ecc… 🙂

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