COMICI SPAVENTATI GUERRIERI – Stefano Benni

Lucio Lucertola festeggiò il suo settantesimo complean­no svegliandosi. Riteneva questo un fondamentale segreto della vita: svegliarsi e addormentarsi un numero di volte esattamente uguale. Se ci si sveglia anche solo una volta in meno non si recupera più, si sputa la pallina, consummatum est, diceva Lucio che era stato professore di latino e italiano, ed era inoltre Curioso in altre scienze, le naturali le fi­losofiche le zoologiche (in particolare i batteri), la botanica urbana, i cinesi, il concetto di inizio finale. Lucio Lucertola sorge dal letto faticosamente, con una protesta rumorosa di tutte le ossa. Un canto melodioso e trionfale lo accompagna. Le stesse cellule senza scrupoli che riempiono di ghiaia arterie e articolazioni del vecchio Lucio, animano il risveglio entusiasta del suo giovane canarino. In un bicchiere sul comodino Lucio ritrova il sorriso da cui si è separato per una flotte. Con un colpo di pettine lusinga i trenta capelli su­perstiti, quindi eroicamente piscia. Ci fu un tempo lontano in cui doveva prendere ogni precauzione perché il dorato arcobaleno non imbizzarrisse e bagnasse ovunque nei din­torni. Ora, proteso sui bianco dell’abisso, sta attento che maligne gocce perpendicolari non gli condiscano le pan­tofole. Tam citus prosilit, nunc prolapsa prostata. Ama comporre versi, il mattino. Si infila gli occhiali. Si avvicini alla tenda della finestra, la squarcia. Appare al mondo, e il mondo gli appare.
Lucio Lucertola sta ora sospeso trenta metri sulla crosta terrestre, in un terrazzo aggrappato alla parete nord del Monte Tre nella catena dei Periferici, i cui seimila appartamenti si snodano con il loro carico di malinconie pensili d quartiere Fagiolo a est al passo dei Quattro Benzinai a ovest Il quartiere che Lucio sta esaminando in veduta aerea deve il suo nome al fiume Fagiolo, così chiamato per la purezza delle sue acque, le quali ricordano appunto la minestra che si ottiene strangolando detto legume. Questo fiume, ormai ridotto a rigagnolo, non ha altro compito se non di accogliere con pazienza lo sfregio delle spazzature, sparger, ogni tanto all’intorno maestralate di fogna e ospitare qualche rana che finisce poi spalmata sull’asfalto dalle auto degli indigeni. Vi si pescano orrendi pesci bitorzoluti con occhi sbarrati che sembran dire: grazie di averci portato via di lì
Oggi (luglio, estate) il quartiere è deserto. Sporgendosi giù, come nel dipinto cinese ove un uomo sul ponte guarda nell’altro mondo acquatico una carpa, Lucio scopre ben pochi animali aggirarsi nell’afa del mattino. Due cani ran­dagi della specie salcicciometiccio, uno scarabeo stercorario che spinge davanti a sé un gran carretto di cartoni, un lavatore solitario di macchina, un Mottarello ambulante negretto commerciante nel ramo elefantini di legno. Più lontano, su una panchina dei giardinetti Kennedy, un vecchio è sdraiato per un riposo non si sa se meridiano o eterno.ll terrazzino di Lucio Lucertola è un regolare terrazzino da periferia con un basilico giallo e un canarino verde (mutazioni da inquinamento). Nel terrazzo sono in mostra diversi splendidi esempi di geranio condominiale, fiore che adeguatamente biberonato fin dalla nascita da un condomi­no amoroso arricchisce terrazze e giardini delle nostre cinture urbane. Su questi muri, d’inverno, la tramontana e il grecale gonfiano il petalo ruvido della Magliadilana, e d’estate mazzi di Mutande ingentiliscono il paesaggio. Su questi muri l’affetto per i gerani ha disegnato un lungo percorso verticale di lacrime: poiché si sa che in questi palazzi ognuno annaffia non i suoi gerani, ma quelli del piano di sotto.
Il piano del Reame di Lucio è l’undicesimo e penultimo. Nemmeno gli uccelli arrivano fin quassù. Solo qualche formica chiodata, o tegenaria parietina, ragno resistente come uno sherpa, si avventura talvolta sulle sue pareti: ma quasi mai arriva alla cima, là dove il vento si perde tra i labirinti dei lenzuoli e sbatte le antenne con rumore di scheletri. Talvolta per il caldo un moscone impazzito entra rombando nella casa di Lucio e si schianta rovinosamente contro un muro. Lucio prende i rottami aerei e li consegna in pasto al canarino. Non c’è tempo per piangere, come dice Dean Martin, e Lucio che vive da anni su queste altitudini lo sa bene. Ora dal terrazzo il suo sguardo effettua una lun­ga carrellata sui monti Quattro e Cinque ove altri Luci su terrazze lontane intrecciano carrellate analoghe, e ne sor­prende due in pigiama a righe, come galeotti. Con gli occhi scende poi al ghirigoro di strade che collega i monti Pe­riferici alla Grande Arteria e da lì al Cuore della Città, al fulgore dei suoi acquari ove nuotano branchi di scarpe, alla maestà dei vetri antiproiettile delle sue banche, ai suoi boleri di clacson. “Tanto auguri a me”, sospira Lucio, e ritorna all’interno dei quaranta metri ove è re. Anche se ogni giorno i suoi gesti sono pesanti, sempre più pesanti, egli coraggiosa-mente solleva una moca da caffè e la depone sul fuoco. Si siede fissando i serpentelli azzurri del gas che hanno tuttora il potere di ammaliano. La moca è una creatura strana col naso a punta. A differenza degli umani che lo fanno se raffreddati, essa fa uscire gocce dal naso una volta riscaldata…..

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Ancora Benni: Questa volta con una storia “completa” e non una raccolta di piccoli racconti. In questo romanzo si ride amaramente. Storie metropolitane s’intrecciano tra loro, personaggi pieni di speranza incrociano il cinismo della realtà contemporanea. Il libro si esalta in un gioco di dialoghi e monologhi trascinanti. In breve… un altro piccolo capolavoro che si fa leggere tutto d’un fiato.

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