LA CITTA’ SULL’ORLO DEL NULLA – John E. Stith

Manhattan non dorme mai. Non chiude neanche gli occhi. Quel mattino alle tre era più letargica del solito e ugualmente più movimentata di un asilo nido pieno di bimbi iperattivi e imbottiti di generose dosi di zucchero e caffeina.
All’alba di un evento straordinario, Manhattan giaceva sveglia nell’oscurità.
Appena oltre l’orbita di Saturno, più di quaranta gradi oltre il piano dell’ellittica, alcune particelle ionizzate di vento solare incontrarono una perturbazione in un punto in cui non si era mai mosso nulla.
Lo spazio si era distorto. Un’anomalia innaturale ne aveva deformato il tessuto, ripiegandolo su se stesso e originando così un buco nero. Particelle cariche di elettricità, che in condizioni normali avrebbero attraversato intatte quella regione, presero invece a muoversi ad arco. Mentre la traiettoria del loro corso piegava verso la lente gravitazionale esse acquistarono velocità e, negli ultimi nanosecondi della loro esistenza fuori dal­l’orizzonte degli eventi, emisero raggi X come tante minuscole chiamate di soccorso.
Prima di stabilizzarsi, l’orizzonte degli eventi raggiunse un diametro di svariate centinaia di chilometri. Mentre il vento solare s’incanalava nella regione una grossa astronave nera emerse dal suo interno. La nave, scura quanto lo spazio da cui proveniva, girava lentamente su se stessa, assorbendo tutte le radiazioni dello spettro. Con l’attenuarsi della distorsione l’orizzonte degli eventi si ridusse fino a svanire, e l’unico ostacolo rimasto al vento solare fu la nave stessa.
Tozza e a forma di disco, l’immensa nave sfoggiava alettoni ottagonali. Era alta circa dieci chilometri e grossa come una piccola luna; gli alettoni misuravano più di dieci volte tanto. La nave cominciò a diminuire il proprio movimento rotatorio finoa rimanere immobile sotto la debole luce delle stelle. Poi cominciò a muoversi di propria iniziativa nel vento solare. La grossa figura nera girò su se stessa finché uno dei suoi alettoni puntò approssimativamente in direzione di una stella gialla di classe G. Più precisamente la sua meta era un piccolo pianeta azzurro la cui orbita era la terza fra i pianeti che giravano intorno a quel sole. Qualche istante più tardi la nave aumentò la spinta verso la Terra.
Il whup whup whup delle pale dell’elicottero aumentò in frequenza e volume mentre il pilota tirava il variatore. Il velivolo si sollevò di un metro dalla base alla periferia di Manhattan. I sei passeggeri avevano già allacciato le cinture di sicurezza, e i rumori nella cuffia del pilota erano rassicuranti. Per un momento egli lasciò fluttuare l’apparecchio a mezz’altezza sul cuscino d’aria mentre si passava la cintura intorno alle spalle, poi prese quota. I cerchi formati dalle luci dell’eliporto sulla Sessantesima di Manhattan si facevano sempre più piccoli. Fece piegare lentamente l’elicottero ed esaminò lo spazio aereo sopra i tetti degli edifici vicini. Giunto in vista dell’East River e dell’aeroporto Kennedy al di là, premette il variatore e spinse l’elicottero in avanti senza interromperne l’ascesa.
Quel tragitto da Manhattan al John Fitzgerald Kennedy gli piaceva molto, soprattutto al mattino, durante l’ora di punta. Era una delle poche rotte in cui era possibile “guidare” sopra le strade dell’isola. Provava un piacere immenso nel superare il traffico sulla Harry Truman e la Van Wyck, senza doversi preoccupare delle luci rosse di posizione o di surriscaldare il radiatore.
Raggiunse la quota di crociera a poca distanza dall’East River. Sotto di lui e alla sua sinistra il ponte di Queenesboro faceva del proprio meglio per condurre altra gente verso Manhattan.
Un’ombra apparsa d’improvviso fu la prima indicazione del pericolo. Seguendo l’istinto si abbassò. Non aveva modo di sapere se i passeggeri si lamentassero: la cuffia e il ruggito del motore coprivano ogni suono.
Era già quasi convinto di essersi sbagliato quando un sottile fascio di luce rossa attraversò in verticale il cielo ancora scuro. Spinse con tutte le forze il variatore cercando di virare, ma non ne ebbe il tempo. Il lamento dei rotori mutò improvvisamente d’intensità mentre le pale colpivano il dardo luminoso. L’elicottero si trasformò in un mitragliatore, scagliando nell’aria i pezzi del rotore sinistro frantumato. Nel giro di una frazione di secondo quella luce perforante ridusse ogni rotore alla metà della lunghezza, poi l’apparecchio stesso finì nella sua traiettoria. Come una sega elettrica mossa alla velocità della luce, il laser tagliò il velivolo in due parti. Il motore esplose, l’intelaiatura che copriva gli elementi rotanti andò in pezzi.In caduta libera. Un lungo istante del silenzio più totale venne rotto dalle grida dei passeggeri, mentre le due sezioni dell’elicottero precipitavano verso 1’East River. Il pilota pronunciò la parola che si è soliti ascoltare al termine delle registrazioni delle scatole nere.
Indifferente alla sorte dell’elicottero, un velivolo nero e privo di finestrini avanzò lungo la sua rotta sopra Roosevelt Island, puntando il laser ad altissimo potenziale verso la costa dell’isola di Manhattan. Poco più avanti del foro da cui emanava il raggio la bocca di un mitragliatore vomitò un fiume di proiettili, fitto al punto che il laser sembrava circondato da un fascio di luce scura.
In altri sette punti diversi della linea costiera di Manhattan, altrettante navi identiche alla prima tagliarono il terreno coi laser, dirigendo i proiettili verso le fessure aperte nel basamento roccioso. Il rumore delle cariche che esplodevano nel sottosuolo formava un brontolio continuo
L’unico brontolio che Matt Sheehan avvertì fu quello della vettura della metropolitana che si allontanava dalla stazione di Jay Street a Brooklyn, scendendo sotto l’East River. Dal finestrino l’oscurità era rotta solo dal chiarore occasionale di qua!che lampada di servizio. Di tanto in tanto coglieva qualche stralcio di conversazione, ma non vi prestava attenzione. La folla dell’ora di punta era così fitta che doveva stringere la piccola ventlquattr’ore nella stessa mano con cui si reggeva alla maniglia. La donna di fronte a Matt era rivolta verso la porta, fingendo come lui di non provare imbarazzo per la promiscuità. La massa di corpi ondeggiava compatta a ogni movimento brusco della vettura.Improvvisamente la donna alzò gli occhi verdi e si guardò intorno, furiosa. Studiò il volto delle persone intorno a sé e si fermò su quello di Matt. Sembrava abbronzata, ma a giudicare dal­la levigatezza della sua pelle il colorito doveva essere più probabilmente un retaggio genetico. – Non mi sono affatto …..

Questo romanzo (titolo originale Manhattan Transfer) è uno tra i più “cinematografici” che abbia mai letto. Scorre veloce tra azione, tensione e un velo d’umorismo. Mi chiedo quando hollywood s’accorgerà di questo “gioiellino”. E’ vero…non sarà un capolavoro, ma un paio d’ore di sano divertimento sarebbero assicurate.

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