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Le capre non si abbronzano

L’estate non fa in tempo a finire che già mi tocca sentire le lamentele dei forzati della tintarella. “Ah…che peccato! (dicono) come faremo?” C’è chi pregusta una vacanza in qualche caldo isolotto e chi si programma un inverno di solarium nel timore di sbiadire anche solo di poco. Di fronte a queste persone io faccio la figura dell’alieno perché, pur abitando a quattro passi dal mare, non ho un grandissimo rapporto con l’abbronzatura, o meglio, non più. Da ragazzo passavo parecchio tempo in spiaggia ma solo per la compagnia, non certo per passione; con il tempo le mie “ore balneari” si sono ridotte sempre di più, anche perché la mia pelle ha cominciato ad avere un cattivo rapporto con il sole (si sarà  offeso?) e passare il tempo a rosolarmi da piccolo piacere si è trasformato in grossa tortura. Chissà, forse questo mio allontanarmi dal sole unito al “sentimento” del preferire le ore dell’alba e del tramonto che provo da sempre sono i segnali di una mia evoluzione verso il mondo dei vampiri o dei lupi mannari (mannari? :mrgreen: ) sarà bene che dia una controllata a denti e sviluppo di peli nelle orecchie. Il dato certo è che al termine dell’estate la mia abbronzatura tende ogni anno di più a diventare multi-color: si parte da una discreta tintarella per quanto riguarda viso e braccia, si schiarisce leggermente sulle gambe (pantaloni corti quando posso) e sulle mani (indosso spesso i guanti) per arrivare ad un certo chiarore al busto ed un ovvio (ma non per tutti) “bianco” delle chiappe.

Se un cultore dell’abbronzatura ha letto queste righe a quest’ora ha già spento il computer se non è stato colto da malore prima. Se invece ha resistito ed è ancora qui gli chiedo: perché? Cosa ti ha portato verso il mondo della tintarella? La mia è una domanda retorica. Le risposte “standard” le conosco già…se però se ne esce con una motivazione tutta sua sarò ben lieto di leggerla.

Riflettevo su come il culto dell’abbronzatura sia cambiato nel corso degli anni, un po’ come succede nella moda. Oggi una bella abbronzatura ci dice che quella persona ha cura del proprio corpo ed ha un buon tenore di vita, questo ovviamente a grandi linee. Alcuni decenni fa la situazione era esattamente all’opposto. Le persone abbronzate erano quelle dei ceti medio-bassi, quelle che lavoravano nei campi. La persona benestante era pallida 365 giorni all’anno, non a caso le signore bene uscivano da casa rigorosamente armate di ombrellino parasole. Oggi le persone quando escono a far vita mondata si vestono/si truccano cercando di far esaltare lo “scuro” della pelle mentre in passato prevaleva l’incipriarsi per diventare bianchi come fantasmi. Ovviamente non mancavano le persone creative in grado di trovare soluzione alternative; soluzioni come quelle adottate da “a càvara” (la capra), una mia lontana parente.

Era il periodo della mezzadria. Mio bisnonno aveva in gestione un terreno insieme ad alcuni figli e nipoti. Più che una famiglia all’epoca si poteva parlare di vere e proprie comunità visto che sotto lo stesso tetto potevano arrivare ad abitare alcune decine di persone e per questo motivo era necessario attuare delle regole ben precise sulla gestione della casa. Ad esempio le donne, a rotazione, dovevano occuparsi dei lavori domestici con dei veri e propri turni settimanali. Ovviamente quando non erano impegnate nei lavori di casa passavano il loro tempo a lavorare con gli uomini, nei campi…sotto il sole! “A càvara”, si narra, fosse all’epoca una ragazza molto graziosa e , di conseguenza, molto corteggiata nelle sue uscite domenicali. Accampando mille scuse riusciva ogni settimana a saltare il suo turno di lavoro nei campi pur di raggiungere il suo scopo: non abbronzarsi. Quelle poche volte che era costretta a cedere ad altre mestoli e lenzuola si presentava infagottata come l’omino michelin, insensibile alle risate e alle battute di tutti i presenti. Poi finiva che invece di zappare via l’erba zappava i fagioli e veniva cacciata a suon di bestemmioni, ma lei non se ne curava perché era riuscita a difendere il suo nobile pallore dal sole. A càvara.

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