Archivio per ottobre, 2009

Un blog ha senso di esistere soltanto se il suo creatore permette ai lettori d’interagire con lui. Questa interazione prende vita attraverso i commenti ai post e, in alcune occasione, anche via email. Nel mio caso queste due forme di comunicazione sono sempre andate di pari passo, questo probabilmente perché nella prima versione del blog avevo dato più spazio alle comunicazioni via email con il risultato che oggi i miei lettori dallo “spirito comunicativo” si possono dividere in tre distinte categorie: quelli che comunicano solo con i commenti, quelli che comunicano sia con i commenti che via email/form e quelli che utilizzano esclusivamente email/form anche per commentare un post. Attraverso il form mi arrivano occasionalmente anche richieste d’ informazioni, suggerimenti (grazie), insulti (comunque grazie) e anche semplici saluti.

Tra tutte queste email una dell’agosto2008 mi colpì particolarmente, anzi… diciamo pure che mi mi fece sentire “inadeguato”. Si trattata di una vera e propria richiesta d’aiuto: una donna raccontava di venir picchiata dal marito ormai da anni. Raccontava di una famiglia in apparenza felice, una figlia brava a scuola, un buon reddito, una buona reputazione, ma poi, nell’intimità della casa, le botte. Come ho detto dopo aver letto questa email mi sentii decisamente inadeguato. Perché l’aveva scritta a me? In che modo potevo rendermi utile? Decisi di rispondere nel tentativo di capire come affrontare questa storia. Mi risposte con un laconico “Ho bisogno d’aiuto”. Le scrissi ancora ma questa volta mi rispose il mailer daemon”… l’indirizzo di posta elettronica era scomparso. Si trattava di un indirizzo temporaneo e questo mi aveva fatto sorgere qualche dubbio sull’identità della donna ma, considerando la delicatezza della cosa, avevo lasciato aperta una porta all’ipotesi che la scelta di questo tipo di email derivasse dalla sua paura. Il tempo passava ed io non sapevo che fare: denunciare la cosa? Provare a farla uscire allo scoperto pubblicando l’email o contattando il suo gestore? Decisi di fare una ricerca in rete e li trovai la (relativa) sorpresa. Una lettera praticamente uguale era stata scritta ad un giornale, cambiavano alcuni particolari nell’intestazione ma il senso del discorso e la firma erano le stesse. A quel punto mi convinsi definitivamente che si era trattato di uno scherzo di pessimo (veramente pessimo) gusto. Vorrei sperare che anche la lettera al giornale facesse parte dello scherzo perché, se così non fosse, da qualche parte c’è veramente una donna che ha bisogno d’aiuto. Una donna che non ha amici e parenti in grado d’aiutarla e che non ha trovato altre soluzioni se non quella di scrivere ad un giornale una lettera che si chiude con “…ma io intanto muoio dentro”.

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La cenere di legna è un buon fertilizzante, particolarmente ricco di potassio e fosforo ideale sia per l’orto che per il giardino. E’ anche un ottimo deterrente contro chiocciole e limacce, flagelli dei nostri amati ortaggi. Le uniche accortezze da tenere nell’utilizzo della cenere sono di NON abusarne (tende a salinizzare il terreno) e di NON usare sulle piante acidofile (azalee, ortensie, orchidee…) perché non amano il calcio. Pregno di così tanta cultura e memore del fatto che il sottoscritto da qualche anno scalda la sua tana con una stufa a legna, un amico, da poco dedito all’orticoltura, mi ha chiesto di tenergli da parte un po’ di cenere. A questo scopo mi ha consegnato un bidone che passerà poi a riprendere una volta riempito. Ovviamente non tengo questo voluminoso ed antiestetico bidone in casa; mi sono procurato un piccolo contenitore che meglio s’integra con il mio arredamento e che posso andare a svuotare mediamente ogni tre giorni.

Ieri è passata a trovarci la signora R…. E che c’entra? Direte….centra…centra… . La signora R. è una nostra ex vicina che ogni tanto torna a farci visita. Brava donna, per carità, ma leggermente impicciona, nel senso che, se vede qualcosa di “nuovo”, non sa resistere alla tentazione di toccare o aprire. Così è capitato che ieri la signora R., mentre ci raccontava dei bla-bla-bla su figli ,marito e vicini, abbia afferrato il piccolo contenitore ed aprendolo abbia detto: -”Cos’è questo?”- “Sono le ceneri di un mio amico!”- Ho risposto…-” E’ della cenere per un mio amico!”- Mi sono corretto….ma la frittata era già fatta! La signora R. bianca in volto si è seduta e non ha toccato più nulla. Ha ripreso il suo bla-bla-bla ma onestamente non ne ricordo una sola parola.

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Tutti quelli che hanno nomi e cognomi piuttosto comuni sanno bene quali rischi corrono. Gli equivoci sono all’ordine del giorno e se per disgrazia un tuo omonimo diventa protagonista delle cronache finisce che devi passare le giornate a dire alla gente: “no, non sono io quello”. Per fortuna non mi trovo a questi livelli; l’unico omonimo abbastanza famoso nella mia provincia è una mezza cartucce della politica (senza offesa) che difficilmente verrà mai collegato alla mia persona. L’episodio più “pesante” passato per colpa dell’omonimia è stato quando ho aperto il mio primo conto corrente; avevo richiesto la carta bancomat, carta che, in teoria, mi sarebbe stata spedita a casa nel giro di pochi giorni. Dopo qualche settimana della carta non vi era ancora traccia, così mi recai in banca a chiedere informazioni e li saltò fuori che al momento della compilazione del modulo di richiesta alla sede centrale l’operatore aveva invertito un paio di numeri del mio conto corrente e, fatalità, il nuovo numero corrispondeva a quello di un cliente di un’altra agenzia della stessa banca, mio omonimo! Ora mi sorge un dubbio. Che si trattasse del politico di cui sopra? Sta di fatto che la mia carta era stata inviata all’indirizzo dell’omonimo che, molto “civilmente”, non aveva segnalato alla banca l’errore.

A parte queste episodio tutte le mie vicende legate a problemi di omonimia conducono ad una sola persona: l’uomo di via Caboto! Questa persona, più giovane di me di qualche anno, mi “perseguita” da quando ero ragazzo. Ogni volta che andavo all’anagrafe per il rinnovo della carta d’identità o la richiesta di un certificato, immancabilmente, l’impiegato di turno dopo aver scrutato il proprio terminale mi chiedeva: -”Lei abita in via Caboto?” – “No!”- rispondevo -”Io sono l’altro!”-. Anche in ospedale al momento del ritiro dell’esito di un’analisi del sangue me lo sono trovato (virtualmente) davanti. Una vera ossessione! Poi…per qualche anno….il silenzio. Le nostre strade si sono separate, tanto che ad un certo punto mi ero scordato di lui. Niente problemi all’anagrafe, niente problemi all’ospedale, niente di niente….fino a poche settimane fa. Ricordate il mio piccolo incidente al parcheggio del supermercato?

Porto l’auto in carrozzeria. Il titolare dopo aver valutato il danno mi chiede i dati. -”Lo sa che abbiamo un altro cliente con il suo nome?”- Panico!  :shock: – “E’ un artigiano che da anni porta qui i suoi mezzi, ne abbiamo proprio uno adesso in riparazione.” – Due giorni dopo quando vado a riprendere l’auto l’impiegata della carrozzeria mi prepara la fattura. Si chiacchiera del più e del meno ed intanto parte la stampa della fattura. Panico! (e due) La fattura non è intestata a me ma all’artigiano. Il mio omonimo è tornato ed io medito d’andare a comprare una spade…come Highlander:”Ne resterà soltanto uno”.

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I siti di alcuni negozi online, ma anche banche, assicurazioni e scuole, da qualche tempo amano integrare al loro interno oltre le tradizionali pagine “info” ed “email” anche delle figure “parlanti” in grado di soddisfare curiosità e bisogni dei loro clienti. Queste figure sono gli assistenti virtuali, dei cartoni quasi animati (io li definisco così) in grado di rispondere alle domande più comuni sui servizi offerti dal sito che li…ospita. In pratica sostituiscono le tradizionali FAQ con una forma di “chat” virtuale che, nelle versioni più evolute, sono in grado di risponderci anche a voce. Ovviamente tutti questi assistenti virtuali fanno il loro compitino egregiamente ma, cosa succede se le nostre domande d’improvviso escono dall’argomento a loro tanto caro? Se abbandoniamo divani, armadi, corsi di formazione, fondi comuni d’investimento e cominciamo a parlare d’altro? Qui entra in gioco la fantasia di chi ha programmato gli assistenti virtuali, fantasia che potremmo testare.

Per questa ragione ho scambiato due chiacchiere con Giulia e Marco dell’Università di Torino e Anna dell’Ikea. Poche e semplici domande, vediamo come si sono comportati.

Dove ti trovo?

G.- Puoi pagare presso qualsiasi sportello Intesa-Sanpaolo della rete Sanpaolo. Nel caso la segreteria ti abbia rilasciato un modulo, presentalo al personale della banca; negli altri casi devi indicare la tua matricola e il codice fiscale……..

M. – Prova per cortesia a formulare la tua frase in altro modo.

A. - Qualunque sia l’opinione che stai esprimendo su di me, ti prego di ripeterla usando altre parole. Purtroppo non ho capito!

Come ti chiami?

G.- I miei genitori mi hanno chiamato Giulia. Se posso fare qualcosa per aiutarti in materia di tasse universitarie sono a tua disposizione.

M. – Sono Marco, un programma assunto per fare l’assistente virtuale dell’Università di Torino. Sono qui per cercare di aiutarti nel capire meglio come funziona il sistema di autenticazione.

A. - Mi chiamo Anna.

Quanti anni hai?

G.- Se fossi umana, avrei 25 anni. Posso aiutarti con le tasse universitarie, curiosone?

M. – Se fossi umano, avrei 26 anni. Posso aiutarti con il sistema di autenticazione?

A. - Sono relativamente giovane, anche se tutto ebbe inizio nel 1926. Qui puoi scoprire la mia storia.

Chi è il Presidente della Repubblica?

G.- Prova per cortesia a formulare la tua frase in altro modo.

M. – Prova per cortesia a formulare la tua frase in altro modo.

A. - Il Presidente del gruppo IKEA è Anders Dahlvig. Se vuoi sapere di più sulla nostra organizzazione visita questa pagina che sto aprendo per te.

Conosci Silvio Berlusconi?

G.- Allora temo di non saper rispondere alla tua domanda.

M.- Temo di non essere in grado di comprendere la tua domanda, scusami.

A. - Non conosco personalmente queste persone ma ti posso parlare del fondatore di IKEA

Sei carina/o

G.- Grazie, anche tu non sei affatto male. Che ne dici se, ora che ci siamo scambiati complimenti, ritorniamo a parlare del motivo per cui stai dialogando con me?

M. – Grazie, modestamente. Ma che ne dici se mi fai domande specifiche sul sistema di autenticazione, invece di fare i complimenti ad un uomo virtuale?

A. - È che mi hanno disegnata così! Forse questa frase l’ha già detta qualcuno …

Cosa ti piace mangiare?

G.- Beato te, ho una fame… comunque se quando hai finito vuoi sapere qualcosa sulle tasse dell’Unito, ti aspetto qui.

M. – Buon appetito! Comunque se quando hai finito vuoi sapere qualcosa sul sistema di autenticazione dell’Unito, ti aspetto qui.

A. - Nei nostri ristoranti e bistrot puoi trovare tante specialità svedesi. Visita la pagina che sto aprendo per te e clicca sul negozio che preferisci

Sei stata/o molto gentile. Ti saluto ciao

G.- Arrivederci!

M. – Arrivederci!

A. - Spero di esserti stata utile. Ciao!

Però! lo sai che sei antipatica/o?

G.- Strano, altri utenti mi trovano piuttosto “friendly”, per essere una creatura sintetica. Vuoi provare facendomi domande sulle tasse per l’università di Torino, per esempio?

M. – Prova per cortesia a formulare la tua frase in altro modo.

A. - Mi dispiace molto. Forse non ti sto aiutando come dovrei, ti prego di riformulare la richiesta.

Ringrazio i tre assistenti virtuali per la loro gentilezza e la pazienza dimostrata nei miei confronti. In privato (sono timidi) mi hanno invitato a chiedervi d’andarli a trovare presso i loro indirizzi per fare…due chiacchiere. :mrgreen:

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Da quando frequentando la rete ho avuto modo di leggere blogs realizzati da chi frequenta il mondo della scuola ho iniziato a guardare con occhi diversi quello che succede nel mondo dell’istruzione. Prima ero distratto come tutti quelli che hanno chiuso con gli studi da anni e non hanno neppure dei figli che li “obbligano” a rimanere in questo ambiente. Ora le cose sono cambiate, un filo d’attenzione ce la metto….. e dovremmo farlo tutti. Forse sono queste riflessioni che mi hanno indotto a pubblicare questo breve racconto di Asimov, o forse la passione per un genere, la scienze fiction, che non è solo “spade laser” (che per la cronaca non amo) ma anche una fonte d’occasioni per riflettere pur giocando con la fantasia. Nota: il racconto è corto, per questo eccezionalmente lo pubblico integralmente e non nella misura delle consuete “100 righe”.

Margie lo scrisse perfino nel suo diario, quella sera. Sulla pagina che portava la data 17 maggio 2157, scrisse: “Oggi Tommy ha trovato un vero libro!”.

Era un libro antichissimo. Il nonno di Margie aveva dello una volta che, quand’era bambino lui, suo nonno gli aveva detto che c’era stata un’epoca in cui tutte le storie e i racconti erano stampati su carta. Si voltavano le pagine, che erano gialle e fruscianti, ed era buffìssimo leggere parole che se ne stavano ferme invece di muoversi, com’era previsto che facessero: su uno schermo, è logico. E poi, quando si tornava alla pagina precedente, sopra c’erano le stesse parole che loro avevano già letto la prima volta. “Mamma mia, che spreco” disse Tommy. “Quand’uno è arrivato in fondo al libro, che cosa fa? Lo butta via, immagino II nostro schermo televisivo deve avere avuto un milione di libri, sopra, ed è ancora buono per chissà quanti altri. chi si sognerebbe di buttarlo via?”. Lo stesso vale per il mio” disse Margie. Aveva undici anni lei, e non aveva visto tanti telelibri quanti ne aveva visti Tommy. Lui di anni ne aveva tredici. “Dove l’hai trovato?” gli domandò. “In casa”. Indicò senza guardare, perché era occupatissimo a leggere. “In solaio”. “Di che cosa parla?”. Di scuola”. Di scuola? – II tono di Margie era sprezzante – Cosa c’è da scrivere, sulla scuola? Io, la scuola, la odio”.

Margie aveva sempre odiato la scuola, ma ora la odiava più che mai. L’insegnante meccanico le aveva assegnato un test dopo l’altro di geografia, e lei aveva risposto sempre peggio, finché la madre aveva scosso la testa, avvilita, e aveva mandato a chiamare l’Ispettore della Contea.

Era un omino tondo tondo, l’Ispettore, con una faccia rossa e uno scatolone di arnesi con fili e con quadranti. Aveva sorriso a Margie e le aveva offerto una mela, poi aveva smontato l’insegnante in tanti pezzi. Margie aveva sperato che poi non sapesse più come rimetterli insieme, ma lui lo sapeva e, in poco più di un’ora, l’insegnante era di nuovo tutto intero, largo, nero e brutto, con un grosso schermo sul quale erano illustrate tutte le lezioni e venivano scritte tutte le domande. Ma non era quello, il peggio. La cosa che Margie odiava soprattutto era la fessura dove lei doveva infilare i compiti e i testi compilati. Le toccava scriverli in un codice perforato che le avevano fatto imparare quando aveva sei anni, e il maestro meccanico calcolava i voti a una velocità spaventosa.

L’ispettore aveva sorriso, una volta finito il lavoro, e aveva accarezzato la testa di Margie. Alla mamma aveva detto: “Non è colpa della bambina, signora Jones. Secondo me, il settore geografia era regolato male. Sa, sono inconvenienti che capitano, a volte. L’ho rallentato. Ora è su un livello medio per alunni di dieci anni. Anzi, direi che l’andamento generale dei progressi della scolara sia piuttosto soddisfacente”. E aveva fatto un’altra carezza sulla testa a Margie.

Margie era delusa. Aveva sperato che si portassero via l’insegnante, per ripararlo in officina. Una volta s’erano tenuti quello di Tommy per circa un mese, perché il settore storia era andato completamente a pallino. Così disse a Tommy: “ ma cosa gli viene in mente a uno di scrivere un libro sulla scuola?”

Tommy la squadrò con aria di superiorità. “Ma non è una scuola come la nostra, stupida! Questo è un tipo di scuola molto antico, come l’avevano centinaia e centinaia di anni fa”. Poi aggiunse altezzosamente, pronunciando la parola con cura. Secoli fa”.

Margie era offesa. “Be’, io non so che specie di scuola avessero, tutto quel tempo fa”. Per un po’ continuò a sbirciare il libro, china sopra la spalla di lui, poi disse: “In ogni modo, avevano un maestro”. “Certo che avevamo un maestro, ma non era un maestro regolare. Era un uomo”.

“Un uomo? Come faceva un uomo a fare il maestro?”

“Be’, spiegava le cose ai ragazzi e alle ragazze, dava da fare dei compiti a casa e faceva delle domande”.

“Un uomo non è abbastanza in gamba”.

“Sì che lo è. Mio papa ne sa quanto il mio maestro”.

“Ma va’! Un uomo non può saperne quanto un maestro”.

“Ne sa quasi quanto il maestro, ci scommetto”.

Margie non era preparata a mettere in dubbio quell’affermazione. Disse: “Io non ce lo vorrei un estraneo in casa mia, a insegnarmi”.

Tommy rise a più non posso. “Non sai proprio niente, Margie. Gli insegnanti non vivevano in casa. Avevano un edificio speciale e tutti i ragazzi andavano là”.

“E imparavano tutti la stessa cosa?”.

“Certo, se avevano la stessa età”.

“Ma la mia mamma dice che un insegnante dev’essere regolato perché si adatti alla mente di uno scolaro o di una scolara, e che ogni bambino deve essere istruito in modo diverso”.

“Sì, però loro a quei tempi non facevano così. Se non ti va, fai a meno di leggere il libro”.

“Non ho detto che non mi va, io” si affrettò a precisare Margie. Certo che voleva leggere di quelle buffe scuole.

Non erano nemmeno a metà del libro quando la signora Jones chiamò: “Margie! A scuola!”.

Margie guardò in su. “Non ancora, mamma”.

“Subito! – disse la signora Jones. – E sarà ora di scuola anche per Tommy, probabilmente”.

Margie disse a Tommy: “Posso leggere ancora un po’ il libro con te, dopo la scuola?”.

“Vedremo” rispose lui, con noncuranza. Si allontanò fischiettando, il vecchio libro polveroso stretto sotto il braccio.

Margie se ne andò in classe. L’aula era proprio accanto alla sua cameretta, e l’insegnante meccanico, già in funzione, la stava aspettando. Era in funzione sempre alla stessa ora, tutti i giorni tranne il sabato e la domenica, perché la mamma diceva che le bambine imparavano meglio se imparavano a orari regolari.

Lo schermo era illuminato e diceva: “Oggi la lezione di aritmetica è sull’addizione delle frazioni proprie. Prego inserire il compito di ieri nell’apposita fessura”.

Margie obbedì, con un sospiro. Stava pensando alle vecchie scuole che c’erano quando il nonno di suo nonno era bambino. Ci andavano i ragazzi di tutto il vicinato, ridevano e vociavano nel cortile, sedevano insieme in classe, tornavano a casa insieme alla fine della giornata. Imparavano le stesse cose, così potevano darsi una mano a fare i compiti e parlare di quello che avevano da studiare.

E i maestri erano persone…

L’insegnante meccanico faceva lampeggiare sullo schermo: “Quando addizioniamo le frazioni 1/2 + 1/4…”.

Margie stava pensando ai bambini di quei tempi, e a come dovevano amare la scuola. Chissà, stava pensando, come si divertivano!

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