ott 142009
 

I siti di alcuni negozi online, ma anche banche, assicurazioni e scuole, da qualche tempo amano integrare al loro interno oltre le tradizionali pagine “info” ed “email” anche delle figure “parlanti” in grado di soddisfare curiosità e bisogni dei loro clienti. Queste figure sono gli assistenti virtuali, dei cartoni quasi animati (io li definisco così) in grado di rispondere alle domande più comuni sui servizi offerti dal sito che li…ospita. In pratica sostituiscono le tradizionali FAQ con una forma di “chat” virtuale che, nelle versioni più evolute, sono in grado di risponderci anche a voce. Ovviamente tutti questi assistenti virtuali fanno il loro compitino egregiamente ma, cosa succede se le nostre domande d’improvviso escono dall’argomento a loro tanto caro? Se abbandoniamo divani, armadi, corsi di formazione, fondi comuni d’investimento e cominciamo a parlare d’altro? Qui entra in gioco la fantasia di chi ha programmato gli assistenti virtuali, fantasia che potremmo testare.

Per questa ragione ho scambiato due chiacchiere con Giulia e Marco dell’Università di Torino e Anna dell’Ikea. Poche e semplici domande, vediamo come si sono comportati.

Dove ti trovo?

G.- Puoi pagare presso qualsiasi sportello Intesa-Sanpaolo della rete Sanpaolo. Nel caso la segreteria ti abbia rilasciato un modulo, presentalo al personale della banca; negli altri casi devi indicare la tua matricola e il codice fiscale……..

M. – Prova per cortesia a formulare la tua frase in altro modo.

A. - Qualunque sia l’opinione che stai esprimendo su di me, ti prego di ripeterla usando altre parole. Purtroppo non ho capito!

Come ti chiami?

G.- I miei genitori mi hanno chiamato Giulia. Se posso fare qualcosa per aiutarti in materia di tasse universitarie sono a tua disposizione.

M. – Sono Marco, un programma assunto per fare l’assistente virtuale dell’Università di Torino. Sono qui per cercare di aiutarti nel capire meglio come funziona il sistema di autenticazione.

A. - Mi chiamo Anna.

Quanti anni hai?

G.- Se fossi umana, avrei 25 anni. Posso aiutarti con le tasse universitarie, curiosone?

M. – Se fossi umano, avrei 26 anni. Posso aiutarti con il sistema di autenticazione?

A. - Sono relativamente giovane, anche se tutto ebbe inizio nel 1926. Qui puoi scoprire la mia storia.

Chi è il Presidente della Repubblica?

G.- Prova per cortesia a formulare la tua frase in altro modo.

M. – Prova per cortesia a formulare la tua frase in altro modo.

A. - Il Presidente del gruppo IKEA è Anders Dahlvig. Se vuoi sapere di più sulla nostra organizzazione visita questa pagina che sto aprendo per te.

Conosci Silvio Berlusconi?

G.- Allora temo di non saper rispondere alla tua domanda.

M.- Temo di non essere in grado di comprendere la tua domanda, scusami.

A. - Non conosco personalmente queste persone ma ti posso parlare del fondatore di IKEA

Sei carina/o

G.- Grazie, anche tu non sei affatto male. Che ne dici se, ora che ci siamo scambiati complimenti, ritorniamo a parlare del motivo per cui stai dialogando con me?

M. – Grazie, modestamente. Ma che ne dici se mi fai domande specifiche sul sistema di autenticazione, invece di fare i complimenti ad un uomo virtuale?

A. - È che mi hanno disegnata così! Forse questa frase l’ha già detta qualcuno …

Cosa ti piace mangiare?

G.- Beato te, ho una fame… comunque se quando hai finito vuoi sapere qualcosa sulle tasse dell’Unito, ti aspetto qui.

M. – Buon appetito! Comunque se quando hai finito vuoi sapere qualcosa sul sistema di autenticazione dell’Unito, ti aspetto qui.

A. - Nei nostri ristoranti e bistrot puoi trovare tante specialità svedesi. Visita la pagina che sto aprendo per te e clicca sul negozio che preferisci

Sei stata/o molto gentile. Ti saluto ciao

G.- Arrivederci!

M. – Arrivederci!

A. - Spero di esserti stata utile. Ciao!

Però! lo sai che sei antipatica/o?

G.- Strano, altri utenti mi trovano piuttosto “friendly”, per essere una creatura sintetica. Vuoi provare facendomi domande sulle tasse per l’università di Torino, per esempio?

M. – Prova per cortesia a formulare la tua frase in altro modo.

A. - Mi dispiace molto. Forse non ti sto aiutando come dovrei, ti prego di riformulare la richiesta.

Ringrazio i tre assistenti virtuali per la loro gentilezza e la pazienza dimostrata nei miei confronti. In privato (sono timidi) mi hanno invitato a chiedervi d’andarli a trovare presso i loro indirizzi per fare…due chiacchiere. :mrgreen:

ott 022009
 

Da quando frequentando la rete ho avuto modo di leggere blogs realizzati da chi frequenta il mondo della scuola ho iniziato a guardare con occhi diversi quello che succede nel mondo dell’istruzione. Prima ero distratto come tutti quelli che hanno chiuso con gli studi da anni e non hanno neppure dei figli che li “obbligano” a rimanere in questo ambiente. Ora le cose sono cambiate, un filo d’attenzione ce la metto….. e dovremmo farlo tutti. Forse sono queste riflessioni che mi hanno indotto a pubblicare questo breve racconto di Asimov, o forse la passione per un genere, la scienze fiction, che non è solo “spade laser” (che per la cronaca non amo) ma anche una fonte d’occasioni per riflettere pur giocando con la fantasia. Nota: il racconto è corto, per questo eccezionalmente lo pubblico integralmente e non nella misura delle consuete “100 righe”.

Margie lo scrisse perfino nel suo diario, quella sera. Sulla pagina che portava la data 17 maggio 2157, scrisse: “Oggi Tommy ha trovato un vero libro!”.

Era un libro antichissimo. Il nonno di Margie aveva dello una volta che, quand’era bambino lui, suo nonno gli aveva detto che c’era stata un’epoca in cui tutte le storie e i racconti erano stampati su carta. Si voltavano le pagine, che erano gialle e fruscianti, ed era buffìssimo leggere parole che se ne stavano ferme invece di muoversi, com’era previsto che facessero: su uno schermo, è logico. E poi, quando si tornava alla pagina precedente, sopra c’erano le stesse parole che loro avevano già letto la prima volta. “Mamma mia, che spreco” disse Tommy. “Quand’uno è arrivato in fondo al libro, che cosa fa? Lo butta via, immagino II nostro schermo televisivo deve avere avuto un milione di libri, sopra, ed è ancora buono per chissà quanti altri. chi si sognerebbe di buttarlo via?”. Lo stesso vale per il mio” disse Margie. Aveva undici anni lei, e non aveva visto tanti telelibri quanti ne aveva visti Tommy. Lui di anni ne aveva tredici. “Dove l’hai trovato?” gli domandò. “In casa”. Indicò senza guardare, perché era occupatissimo a leggere. “In solaio”. “Di che cosa parla?”. Di scuola”. Di scuola? – II tono di Margie era sprezzante – Cosa c’è da scrivere, sulla scuola? Io, la scuola, la odio”.

Margie aveva sempre odiato la scuola, ma ora la odiava più che mai. L’insegnante meccanico le aveva assegnato un test dopo l’altro di geografia, e lei aveva risposto sempre peggio, finché la madre aveva scosso la testa, avvilita, e aveva mandato a chiamare l’Ispettore della Contea.

Era un omino tondo tondo, l’Ispettore, con una faccia rossa e uno scatolone di arnesi con fili e con quadranti. Aveva sorriso a Margie e le aveva offerto una mela, poi aveva smontato l’insegnante in tanti pezzi. Margie aveva sperato che poi non sapesse più come rimetterli insieme, ma lui lo sapeva e, in poco più di un’ora, l’insegnante era di nuovo tutto intero, largo, nero e brutto, con un grosso schermo sul quale erano illustrate tutte le lezioni e venivano scritte tutte le domande. Ma non era quello, il peggio. La cosa che Margie odiava soprattutto era la fessura dove lei doveva infilare i compiti e i testi compilati. Le toccava scriverli in un codice perforato che le avevano fatto imparare quando aveva sei anni, e il maestro meccanico calcolava i voti a una velocità spaventosa.

L’ispettore aveva sorriso, una volta finito il lavoro, e aveva accarezzato la testa di Margie. Alla mamma aveva detto: “Non è colpa della bambina, signora Jones. Secondo me, il settore geografia era regolato male. Sa, sono inconvenienti che capitano, a volte. L’ho rallentato. Ora è su un livello medio per alunni di dieci anni. Anzi, direi che l’andamento generale dei progressi della scolara sia piuttosto soddisfacente”. E aveva fatto un’altra carezza sulla testa a Margie.

Margie era delusa. Aveva sperato che si portassero via l’insegnante, per ripararlo in officina. Una volta s’erano tenuti quello di Tommy per circa un mese, perché il settore storia era andato completamente a pallino. Così disse a Tommy: “ ma cosa gli viene in mente a uno di scrivere un libro sulla scuola?”

Tommy la squadrò con aria di superiorità. “Ma non è una scuola come la nostra, stupida! Questo è un tipo di scuola molto antico, come l’avevano centinaia e centinaia di anni fa”. Poi aggiunse altezzosamente, pronunciando la parola con cura. Secoli fa”.

Margie era offesa. “Be’, io non so che specie di scuola avessero, tutto quel tempo fa”. Per un po’ continuò a sbirciare il libro, china sopra la spalla di lui, poi disse: “In ogni modo, avevano un maestro”. “Certo che avevamo un maestro, ma non era un maestro regolare. Era un uomo”.

“Un uomo? Come faceva un uomo a fare il maestro?”

“Be’, spiegava le cose ai ragazzi e alle ragazze, dava da fare dei compiti a casa e faceva delle domande”.

“Un uomo non è abbastanza in gamba”.

“Sì che lo è. Mio papa ne sa quanto il mio maestro”.

“Ma va’! Un uomo non può saperne quanto un maestro”.

“Ne sa quasi quanto il maestro, ci scommetto”.

Margie non era preparata a mettere in dubbio quell’affermazione. Disse: “Io non ce lo vorrei un estraneo in casa mia, a insegnarmi”.

Tommy rise a più non posso. “Non sai proprio niente, Margie. Gli insegnanti non vivevano in casa. Avevano un edificio speciale e tutti i ragazzi andavano là”.

“E imparavano tutti la stessa cosa?”.

“Certo, se avevano la stessa età”.

“Ma la mia mamma dice che un insegnante dev’essere regolato perché si adatti alla mente di uno scolaro o di una scolara, e che ogni bambino deve essere istruito in modo diverso”.

“Sì, però loro a quei tempi non facevano così. Se non ti va, fai a meno di leggere il libro”.

“Non ho detto che non mi va, io” si affrettò a precisare Margie. Certo che voleva leggere di quelle buffe scuole.

Non erano nemmeno a metà del libro quando la signora Jones chiamò: “Margie! A scuola!”.

Margie guardò in su. “Non ancora, mamma”.

“Subito! – disse la signora Jones. – E sarà ora di scuola anche per Tommy, probabilmente”.

Margie disse a Tommy: “Posso leggere ancora un po’ il libro con te, dopo la scuola?”.

“Vedremo” rispose lui, con noncuranza. Si allontanò fischiettando, il vecchio libro polveroso stretto sotto il braccio.

Margie se ne andò in classe. L’aula era proprio accanto alla sua cameretta, e l’insegnante meccanico, già in funzione, la stava aspettando. Era in funzione sempre alla stessa ora, tutti i giorni tranne il sabato e la domenica, perché la mamma diceva che le bambine imparavano meglio se imparavano a orari regolari.

Lo schermo era illuminato e diceva: “Oggi la lezione di aritmetica è sull’addizione delle frazioni proprie. Prego inserire il compito di ieri nell’apposita fessura”.

Margie obbedì, con un sospiro. Stava pensando alle vecchie scuole che c’erano quando il nonno di suo nonno era bambino. Ci andavano i ragazzi di tutto il vicinato, ridevano e vociavano nel cortile, sedevano insieme in classe, tornavano a casa insieme alla fine della giornata. Imparavano le stesse cose, così potevano darsi una mano a fare i compiti e parlare di quello che avevano da studiare.

E i maestri erano persone…

L’insegnante meccanico faceva lampeggiare sullo schermo: “Quando addizioniamo le frazioni 1/2 + 1/4…”.

Margie stava pensando ai bambini di quei tempi, e a come dovevano amare la scuola. Chissà, stava pensando, come si divertivano!