UN AMERICANO DEL CONNECTICUT ALLA CORTE DI RE ARTU’ – Mark Twain

— Camelot.. Camelot — dicevo tra me — non ricordo di averlo mai sentito, mi pare. Il nome del manicomio, probabilmente.
Era un paesaggio estivo tranquillo e riposante, bello come un sogno e solitario come la domenica. L’aria era piena del profumo dei fiori, e del ronzio degli insetti, e del cinguettio degli uccelli, e non c’erano persone, non c’erano carri, non c’era l’animazione della vita, nulla che si muovesse. La strada era piuttosto un sentiero tortuoso con impronte di zoccoli e ogni tanto deboli tracce di ruote da ambo i lati nell’erba, ruote che — a quanto sembrava — avevano i cerchioni larghi una spanna.
A un tratto comparve la bella personcina di una fanciulla di circa dieci anni, con una cascata di capelli biondi che le scendevano sulle spalle. Intorno al capo portava un cerchio di trecce rosso fiamma. Era l’acconciatura più dolce che mai avessi visto, tanta ce n’era. Camminava indolente, con la mente in quiete e la pace riflessa nel viso innocente. L’uomo del circo non le prestava attenzione, non sembrava nemmeno vederla. E lei, lei non era meravigliata per come era conciato, come se fosse abituata a qualcosa di simile ogni giorno della sua vita. Camminava con tanta indifferenza come avrebbe camminato assieme a una coppia di mucche; ma quando si accorse di me, allora vi fu un cambiamento! Alzò le braccia e rimase di pietra, a bocca aperta, gli occhi spalancati timorosi — l’im­magine della stupita curiosità con un tocco di paura. E se ne stava la a guardare, in una specie di affascinata stupefazione, finché non girammo l’angolo di un bosco e ci perse di vista. Che fosse meravi­gliata di me invece che dell’altro uomo, era troppo per me; non mi raccapezzavo. E il fatto che sembrasse considerarmi uno spettaco­lo,tralasciando completamente i suoi meriti a questo riguardo, era un altra cosa imbarazzante, e anche una dimostrazione di magnanimità sorprendente in una ragazzina così giovane. C’era da pensare. Andavo avanti come uno che sta sognando. Avvicinandoci alla città, cominciarono ad apparire segni di vita. Ogni tanto incontravamo una misera capanna. con un tetto di paglia, e intorno piccoli appezzamenti tenuti a campi e giardini mal coltivati. C’era anche gente: uomini bruni con capelli lunghi e arruf­fati che scendevano sulle facce e li facevano sembrare animali. Sia uomini che donne indossavano di regola una veste di stoffa grezza] che scendeva sotto il ginocchio e sandali di tipo primitivo, e molti portavano un collare di ferro. I bambini erano sempre nudi, ma nessuno sembrava accorgersene. Tutta questa gente mi fissava; parla­vano di me, correvano nelle capanne a chiamare le famiglie per guardarmi a bocca aperta: ma nessuno mai notava l’altro tipo, se non per fargli un umile saluto senza ottenere risposta. Nella città c’erano alcune case di pietra praticamente senza fine­stre, sparse fra una distesa desolata di capanne coperte di paglia; le strade erano soltanto dei passaggi informi e non pavimentate. Bran­chi di cani e di bambini nudi giocavano al sole facendo vita e rumore; maiali vagavano e gironzolavano bellamente intorno, e una scrofa sdraiata in un pantano puzzolente nel bel mezzo dell’arteria principale allattava i suoi piccoli. Ora si senti da lontano uno squillo di musica militare: arrivò più vicino, ancora più vicino, ed eccoti apparire alla vista una nobile cavalcata, gloriosa di elmi piumati e maglie scintillanti e vessilli al vento e ricchi mantelli e gualdrappe e lance dorate; e attraverso letame e porci, e monelli nudi, e cani festanti, e capanne logore prese la sua brava strada, e noi seguimmo l’onda. La seguimmo per un sentiero tortuoso e poi per un altro — e in salita, sempre in salita — finché alla fine raggiungemmo la ventosa altura dove sorgeva l’enorme castello. Ci fu uno scambio di squilli di tromba; poi un parlamentare dalle mura, dove uomini armati, in usbergo e morione, marciavano avanti e indietro con l’alabarda alla spalla sotto penzolanti vessilli con sopra bene in vista l’arcigna figura di un drago; e poi i grandi battenti vennero aperti di scatto, il ponte levatoio si abbassò, e la testa della cavalcata si slanciò in avanti sotto le grezze arcate; e noi, al seguito, ci trovammo presto in un grande cortile pavimentato, con torri e torrette svettanti nel­l’aria azzurra su tutti e quattro i lati; e tutt’intorno a noi si svolgeva la discesa da cavallo, e molti saluti e cerimonie, e un correre avanti e indietro, e un gaio dispiegarsi e mescolarsi di colori in movimento, e un’altrettanto piacevole agitazione e trambusto. Appena ne vidi la possibilità, sgusciai da parte di nascosto e toccai sulla spalla un vecchio che sembrava un uomo normale e dissi, con fare insinuante e confidenziale: — Amico. fammi una cortesia. Appartieni al manicomio, o sei qui solo in visita o qualcosa del genere?Mi guardò stupito e disse:— Dolce, gentile signore, parmi… — Basta così — dissi capisco che siete un paziente. Mi allontanai meditabondo, e nello stesso tempo tenendo d’oc­chio un eventuale viaggiatore sano di mente che potesse unirsi a me e darmi qualche lume. Ritenni di averne trovato uno, a un certo punto; cosi mi misi al suo fianco e gli dissi all’orecchio:Se potessi vedere il guardiano capo un minuto.., soltanto un minuto… — Di grazia non tangetemi. Tangervi che cosa?- Ostacolarmi, allora, se la parola vi piace di più. Poi andò avanti a dire che era un sottocuoco e non poteva met­tersi a chiacchierare, anche se gli sarebbe piaciuto farlo un’altra vol­ta; per cui avrebbe confortato la sua vera natura il sapere dove avevo preso i miei vestiti. Andandosene mi indicò uno laggiù e disse che quello era abbastanza sfaccendato per i miei scopi e inoltre mi Stava cercando, senza dubbio. Questo era un ragazzo magro e sva­gato, in calzamaglia color gambero che lo faceva assomigliare a una carota biforcuta; il resto del suo abbigliamento era fatto di raffinati Pizzi e sbuffi in seta blu; e aveva lunghi riccioli biondi, e portava un berretto in seta rosa, adorno di piume, piegato vezzosamente sull’o­recchio. Dalla sua apparenza, era di buon carattere; dalla sua anda­tura, era soddisfatto di sé. Era carino abbastanza da meritare una….

6 thoughts on “UN AMERICANO DEL CONNECTICUT ALLA CORTE DI RE ARTU’ – Mark Twain

  • 16 Febbraio 2010 in 13:56
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    Non la miglior opera di Twain ma pur sempre una piacevole lettura.

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  • 17 Febbraio 2010 in 20:51
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    Saper raccontare è un dono, come saper dipingere o saper cantare. Si può imparare a scrivere meglio, ad essere chiari, accattivanti, ma mancherà sempre qualcosa se non si nasce scrittori. 😆

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  • 19 Febbraio 2010 in 15:21
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    Ehhhhhhhhhhhh…non riesco ad andare oltre le 40 righe…c’aggia fa??? Non potresti inaugurare un 50 righe? Non lo sai che il tempo di permanenza su un blog è di 90 centesimi di secondo????
    PS.me sò fatta na’vi anche io : ne è uscita una na’vi con mezzi occhiali ahahahah, non so perchè mezzi. Comunque io mi sono divertita un sacco a vedere sto film.

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  • 19 Febbraio 2010 in 19:59
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    @ Aleph – Di un libro si può leggere anche una pagina al giorno, sarà mica un problema leggere due righe di un blog al giorno? 😉
    Ps: benvenuta nel nostro mondo…na’vi occhialuta.

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