lug 262010
 

Sono passati dodici mesi da quando scrissi la prima parte di “Belle di notte” e le cose, relativamente a quella storia, non sono cambiate di molto.
Le ragazze (tutte dell’est) magari non sono più le stesse, i clienti forse si, almeno i più tenaci e sprezzanti delle salatissime contravvenzioni che rischiano di prendere. Queste ragazze si trovano a metà strada di un’ipotetica piramide dello sfruttamento della prostituzione; non si tratta di “moderne schiave” come tante volte si tende a semplificare ma allo stesso tempo non appartengono a quella élite tanto favoleggiata dai media. Le ragazze di cui parlavo nel vecchio post normalmente “scelgono” questa vita con lo scopo di far soldi in modo rapido e potersi in seguito pagare gli studi o aprire una piccola attività nel loro paese d’origine. Le due figure che stanno agli estremi di questa piramide ho avuto modo d’incrociale qualche anno fa e di questi incontri provo adesso a portarne una, spero chiara, testimonianza.

Il fenomeno della prostituzione nelle strade è arrivato abbastanza tardi nella mia città rispetto ad altre località della zona. Sopratutto all’inizio fu chiarissimo il “gioco” dello sfruttamento e le schermaglie tra le varie bande che si contendevano/spartivano il territorio; nel corso del tempo si ci fu l’alternarsi delle nazionalità delle povere ragazze: si cominciò con quelle della ex Jugoslavia, si passò alle Albanesi (forse quello trattate peggio, trasportate come bestiame dentro dei vecchi furgoni), poi ad un confuso mix di paesi ex sovietici ed infine alle africane. Queste ultime furono le più sorprendenti; rumorose, quasi allegre nel loro cantare e ballare tra loro mentre attendevano l’arrivo dei clienti. E qui… per scoprire il loro mondo, la loro realtà, dobbiamo ringraziare “l’amico un po’ matto” che un giorno ti dice: -”Dai! Andiamo a portagli le brioche!” – . Così passiamo da una pasticceria artigianale (questi sono aperti tutta la notte dato che per il mattino devono fornire metà dei bar/caffetterie della zona) a comprare un sacchetto di dolciumi e ci portiamo nella zona delle africane. Dopo un primo attimo di stupore (tre tizi che invece di voler “scopare” si presentano con del cibo non è…normale) le ragazze si lasciano andare ed iniziano a chiacchierare. Ricordo le parole di Lucy: -” Ho un fidanzato italiano che abita a Padova. Poverino, non trova lavoro, per questo sono qui”-. POVERINO??!!!  :evil: . Ricordo Miss Elle, ricordo unicamente il suo aspetto perché non parlò mai. Piccolina con degli stivali argentati dalle punte lunghissime (per questo sembrava una elle) passò quasi tutto il suo tempo a mangiare le brioche. Con un’altra ragazza (dal nome impossibile) il dialogo si spostò sulla loro attività e sulle loro paure; ci disse che non aveva paura a passare le notti in strada in compagnia di sconosciuti, solo gli spiriti la spaventavano. -”Spiriti?”- Le risposi stupito. Ci volle del tempo perché ci chiarissimo e giungessimo alla conclusione che gli spiriti altro non erano che i guardoni. Questa volta fu lei a stupirsi: stupita che esistessero persone di quel genere. La questione dei presunti spiriti fece uscire la forma di schiavitù alla quale erano sottoposte queste ragazze: la superstizione. Per tenerle in pugno ai loro aguzzini bastava la minaccia di una malattia mortale ad un loro familiare in patria. Semplice e cinicamente efficace.
Un appunto: alcune settimane dopo questo incontro mi trovai a passare la notte al pronto soccorso per via di un malore capitato a mio nonno. C’era anche una delle ragazze: un cliente aveva pensato bene di pagarla scaraventandola fuori dall’auto. Un vero…gentiluomo.

Di tutt’altro tono la storia di Rebecca, una ragazza Colombiana che conobbi grazie al pittoresco Signor Elle (Miss Elle non centra nulla, pura coincidenza) un imprenditore misogino della mia zona di cui probabilmente parlerò in futuro. Rebecca era una ragazza “insospettabile”; l’aspetto era quello di una comunissima ragazza Italiana, solo l’accento ne tradiva l’origine straniera. Svolgeva la sua attività tra le province di Brescia e Venezia con un target di clienti ben definito. Imprenditore sessantenne “arricchito”, il classico personaggio che si è “fatto da solo” lavorando come un mulo trascurando vita, famiglia e salute. Anche con lei, in vena di confidenze con uno non-del-giro, parlai della sua attività e delle sue paure. Ne uscì la storia di una ragazza che lavorava per realizzare un suo sogno: aprire un ristorante Italiano a Miami. I presupposti c’erano tutti, un giorno m’invitò nel suo appartamento e mi mostrò la sua cucina. Cucina attrezzata come quella di un ristorante a cinque stelle e vera “alcova” per il suo lavoro; mi spiegò che normalmente portava li i suoi clienti, li ingolfava di cibo e vino tanto che questi il più delle volte “s’abbioccavano” appena vedevano il letto. Quando si risvegliavano lei era li distesa accanto a loro pronta a dire: -”Amore! Sei stato fantastico!”- . Confuso e felice il cliente pagava un milione di vecchie lire e tornava a casa soddisfatto anche se non ricordava bene il motivo di tale soddisfazione.

Di tanto in tanto quando capitava dalle mie parti Rebecca mi chiamava per un caffè e due chiacchiere, poi smise di chiamare ed anche il suo numero smise di funzionare. Spero abbia realizzato almeno in parte il sogno ed il suo “sparire” sia stato un modo per chiudere definitivamente con il passato…e cominciare una nuova vita, vera.

lug 232010
 

Quand’ero molto piccolo ho visto un Dio. Scarpagnavo verso la Bisacconi. Scarpagnare vuole dire camminare a saltelli per via del dislivello, io abitavo in montagna, la scuola era in basso. Si scarpagna senza pause, con l’inerzia della discesa che impedisce di fermarsi, un continuo scuotimento nei giovani marroni e un piccolo ansito nei polmoncini. Le Bisacconi sono le scuole elementari del paese, un cubo giallo vomito dentro un giardino di erbacce barbare, e devono il loro nome a un uomo di nome Lutilio Bisacconi ricordato per essere morto sull’uscio di casa, ucciso dal cugino fascista.
Sulla lapide infatti c’è scritto:
Lutilio Bisacconi, caduto.
Poi si vede che non hanno pagato lo scalpellino o c’è stato un litigio ideografologico ma è finita lì: caduto. Non è specificato se in guerra, per la Resistenza, nel fiore degli anni, niente: caduto e basta.
Che a noi venne da pensare che allora nessuno cadeva come Tadeo, che a Otto anni già non ci vedeva un cazzo come un anziano e aveva i piedi cavallerizzi storti in dentro e voleva andare lo stesso in bicicletta e aveva una bicicletta che sembrava masticata da uno squalo e in più non distingueva un paracarro da un precipizio e soffriva anche di un tic che gli storceva la testa fuori strada, perciò cadeva quasi tutti i giorni e aveva la fronte bozzuta e un polso sempre fasciato, e le ginocchia egizie con i geroglifici di ghiaietto.
Perciò si poteva anche intitolare la scuola a lui: Tadeo, caduto, oppure cadente, oppure tanto prima o poi cade ancora. Parlai di questo in un tema e mi fecero un culo come una tinozza.
Ma quel giorno di fine inverno era così bello da andar fuori tema con ogni pensiero. I prati eran zuccherati di brina e il sole se li beveva mentre io cantavo a bassa voce: se mi vuoi lasciare dimmi almeno perché. Cantavo e correvo verso l’obiettivo formativo della scuola, la cartella mi sbatteva contro le gambe, i piedi mi dolevano per il gelo, c’era la galaverna e voli alti di uccelli. La valle, giù in fondo, sembrava una tavolozza di pittore.

Mi fermai a bere e a specchiarmi al lavatoio, ed ero brutto. Pieno di brufoli di ogni colore e forma, cuspidati, col craterino, a fico spremuto, a capezzolo (enumero). Poi avevo il naso adunco come quello di una gallina e una testa di capelli a propulsione verticale, uno scopino da cesso alla rovescia. Tutte le volte che sorridevo a una principessa, quella cercava rifugio presso il drago. Tutte le volte che andavo in giro coi miei amici moschettieri, loro mi nascondevano sotto i mantelli per non spaventar la gente.
A metà circa del tragitto dello scarpagnamento mi fermai a una vigna e rubai un grappolo di schizzozibibbo. Ogni chicco era grande come la mia testa (esagero), un grappolo di teste di me stesso, ognuna che gridava non mi mangiare. Per gustar meglio il bottino tirai fuori di tasca una crosta di paneterno. Niente, nella vita, ho incontrato che fosse duro come quella crosta. Neanche i denti di una mietitrebbia o di un caimano famelico lo avrebbero scalfito. La crosta sembrava forgiata nell’acciaio. La mollica aveva la consistenza di certe pietre, porose ma solidissime.
Così mi sedetti, poiché albeggiava e il sole infuocava la brina di strisce di brace e la linea delle montagne sembrava un gigante assopito messo un po’ di gallone. Il rumore del fiume mi teneva compagnia poiché sapevo che dentro c’erano cavedani e lucci e barbi e acquadelle, tutte creature meravigliose nel loro guizzare ed esplorare pozze buie che noi non conosceremo mai, per non parlare degli scoiattoli, del tasso dormione, della talpa rugagna e del falco che planava sul mio zenit. E di due mucche pezzate che ruminavano sotto un albero e gli cadevano i marroni d’India in testa e loro erano felici.
Era un momento poetico, ma allora io facevo fatica a distinguere i momenti poetici tristi da quelli allegri, quindi quando sentivo arrivare un attacco di poesia era un po’ come quando si mobilita la budella e segnala e crepita prima della liberatoria, perciò quando sopraggiungeva il crampo dell’ecloga o del sonetto o dell’imperdibile istante, io ci mangiavo su.
Divaricai la mandibola come se volessi ingoiare l’orizzonte, mangiai Monte Mario, la stazione dei treni, un pezzo di strada cantonale e poi con rumore di tritura, un pezzo di pane. Si chiamava paneterno, perché poteva durare mille anni e si conservava sempre buono.
Quel pane lì lo potevamo mangiare solo io, il cane Fox che era un bracco grande come un cavallo, e la Strega Berega dentidighisa. Poiché la Strega Berega era una creatura fantastica inventata da me e da Selene (la mia pupa) e Fox il pane lo mangiava solo ammollato con acqua, latte e sbavatura autoprodotta, io ero l’unico a rosicchiare paneterno doc, e non per niente mi chimavano Lupetto.
Allora crac fece il pane doc sotto i miei canini e bau fece Fox lontano e ciac il sugo dello schizzozibibbo e non saprei sintetizzare il rumore del fiume ma il sole si alzò ancora e c’era odore di una certa felicità irripetibile.
Mangiai quattro chicchi e tre mi esplosero nella trachea, perché se un chicco di schizzozibibbo non ti va di giangone, cioè di traverso, allora vuole dire che non è buono, il chicco deve essere tutto compresso e turgido di sugo e zucchero e invidia d’ape, l’esplosione che avviene quando il dente lo ferisce è come una bomba, uno sborramento di gusto, e lo zibibbo va su per il naso e nei bronchi fino nel pancreas, e tu tossisci e godi e tossisci e godi e mentre tossisci mandi giù un altro chicco per godere di più.
Se non lo avete provato vi manca qualcosa, diceva il mio babbo che era rimasto col piede in una tagliola da volpi (ve lo racconto in seguito).
Allora son lì seduto per terra col culo gelato che mangio paneterno e schizzozibibbo e guardo un ragno che sferruzza, il sole che dilaga e intanto si fa ora di scuola. Mi sembra di sentire la campanella giù a valle, io l’orologio non ce l’hp, calcolo l’ora dal gelo dei piedi, è un gelo da sette e mezzo, con l’alluce addormentato, beato lui, e il calcagno che cigola.
Mi tiro su in piedi e di colpo il panorama si allarga, vedo le schiene dei pesci saltare nel fiume e la piazza del paese e Selene su una panchina che mi aspetta avvoltolando una treccia, e quella carogna statale del professor Testuggine che batte il piede perché sono in ritardo e il busto di Caduto Bisacconi nell’ingresso. Pregusto già quel buon odore scolastico di minestrina vomitata e formaggino tenuto sotto il culo e ….

lug 202010
 

Mi sono fatto configurare per qualche tempo dal mio provider un servizio localizzato in un ottimo e noto datacenter di Frosinone e il caso ha voluto che dopo qualche mese abbia assistito ad uno di quei rari eventi che tuttavia possono accadere come un problema legato al sistema elettrico che ha coinvolto l’intera farm. Così lo scorso giovedì questo blog è scomparso per la prima volta dalla rete per alcune ore (e qualcuno se n’è pure accorto.). Io non sono cliente diretto di questa Farm ma di un altro fornitore che nel mio caso ha utilizzato un server collocato in questa struttura allo stesso modo di tanti altri provider italiani. Alcuni di essi sono molto grandi ed ospitano i loro server nello stesso datacenter ognuno configurando e gestendo in modo indipendente i servizi offerti. Sta di fatto che quel giorno in Italia sono scomparsi per qualche ora decine di migliaia di siti/blog, il tutto senza distinzione di “classe” tra un provider ed un altro che utilizzavano lo stesso datacenter.
In questo circostanza ho avuto l’occasione di vedere una cosa che, come internauta, mi ha piuttosto deluso. Sono capitato nella pagina Facebook di uno dei gestori coinvolti dal problema. Vi posso dire che si tratta di uno dei gestori con il maggior numero di clienti in Italia e, probabilmente, quello con i prezzi più bassi. Ora… la logica del prezzo basso (una decina di euro l’anno) dovrebbe ragionevolmente far intendere che il servizio offerto, sia pur buono, non può essere paragonato a quello offerto da chi ti chiede due/tremila euro l’anno ed il cliente questo lo dovrebbe capire. Dico dovrebbe perché in realtà su Facebook ho assistito ad una carrellata di lamentele nei confronti dell’incolpevole gestore. Gente che si lamentava “a nome” dei propri clienti (quindi questi si “rivendono” il servizio), gente che si trovava offline il negozio in rete ( con 10 euro l’anno gestisci un negozio?), gente che temeva di perdere qualche prezioso centesimo dalla pubblicità di AdSense & co. Per farla breve: i più arrabbiati, i più aggressivi sono stati i piccoli-del-web, gente che in gran parte non opera in modo professionale nella rete ma che, a quanto pare, per una manciata di centesimi tira fuori l’arroganza degna del peggior manager di una multinazionale.
Forse sembrerò troppo severo nei confronti di queste persone ma non posso fare a meno di ricordare che tra loro ci sono anche quelli che rubacchiano in rete costruendo dei siti/blog con materiale altrui. Io stesso mi sono trovato dei miei post e addirittura interventi su Yahoo Answers riproposti (in mezzo a valanghe di pubblicità) nelle loro pagine.
Diciamolo subito: la cosa tutto sommato può essere letta in forma lusinghiera, se scelgono il tuo materiale in fondo significa che viene considerato anche buono e per quanto riguarda il sottoscritto non sono fissato con il diritto d’autore. Piuttosto m’irrita un pochino il fatto che non venga riconosciuto l’impegno di chi ha scritto l’articolo e che venga riproposto sfacciatamente a scopo di lucro quando invece l’originale (qui) per scelta rifugge ogni forma di pubblicità.

Piccola divagazione. Questi siti svolgono un’attività paragonabile allo spam. A tal proposito avrete notato che il vecchio captcha matematico è stato sostituito da uno alfanumerico. Come mai? Versione A: sostanzialmente ho un’ animo gentile e non potevo più accettare di veder soffrire in miei lettori impegnati in estenuanti addizioni (5+3, 9+2, ecc…). Versione B: con l’ultimo aggiornamento di wordpress il plugin del captcha ha smesso di funzionare. Per un paio di giorni ho provato a lasciare i commenti liberi ma il risultato è che sono iniziate ad arrivare cose…”strane”. Solo come dimostrazione ho lasciato online uno questi commenti (vedi quello firmato RistrutturART), non è spam nel senso stretto del termine ma un pingback . Questo lo posso anche accettare ma permettere che mi arrivi come commento un link al post che io stesso ho scritto mi sembra troppo. :wink:

Una cosa mi sento di dire a favore di chi diffonde spam. Sono amici, o meglio, sono amici migliori dei nostri amici. Pensateci bene… quante persone conoscete che si preoccupano per la qualità della vostra attività sessuale? Penso ben poche. Questi “amici” invece sanno (chissà come) dei vostri problemi e s’impegnano con tutto il cuore per procurarvi delle cospicue forniture di viagra. Adorabili! :P

lug 152010
 

Sto scrivendo questo post usando la vecchia carretta, ovvero il  vecchio e fedele portatile sempre pronto ad uscire dal ripostiglio quando il computer “ufficiale” per qualche motivo non e’ disponibile. La vecchia carretta e’ scomoda con la sua tastiera inglese, affamato d’energia con la sua batteria esausta e soporifero con la sua lentissima procedura d’avvio (dal momento dell’accensione al lancio del browser per la connessione internet possono volerci anche dieci minuti), eppure questo dinosauro tecnologico ogni volta si  dimostra prezioso e quindi degno del mio più profondo rispetto. Ma cos’e’ successo al computer “ufficiale”? Semplice, si trova dal tecnico per curare una grave forma…virale. Con questo post voglio testimoniare la mia esperienza con la speranza, o meglio, l’augurio che leggendolo qualcuno riesca ad evitare di cadere nella stessa trappola.
Il fatto. Un malware e’ riuscito ad entrare nel mio pc approfittando di un momento di distrazione. E’ importante ricordare che antivirus e firewall NON sono del tutto invalicabili, soprattutto quando stiamo aggiornando la nostra macchina, e questo e’ quello che e’ successo a me. Al termine di una massiccia dose d’ aggiornamenti il firewall ha cominciato  a chiedermi  tutte le nuove autorizzazioni ai programmi in uso. Purtroppo alcuni di questi programmi  non si presenta con il loro nome pubblico, ad esempio Firefox si presenta come firefox.exe ma non tutti sono cosi’ virtuosi ed e’ per questo che quando ho letto whwdkibtssd.exe (memorizzare il nome) non ho capito subito che si trattava di un file sconosciuto (colpa del caldo?  :roll: ) ed e’ successo il guaio. In pochi istanti il programma si e’ installato senza che lo potessi fermare ed ha lanciato la trappola. La brutta bestia si presenta come la versione demo di un antivirus  ovviamente inesistente (AV Security Suite) che ti segnala la presenza di una vagonata di virus da rimuovere, operazione possibile solo con la versione completa de programma  “acquistabile” per qualche decina di euro. E’ chiaro che si tratta di un sistema per spillare dei soldi alla gente vendendo un prodotto inesistente e, si spera, pochi procedono con l’acquisto ma il problema e’ tutt’altro che risolto perché’ il malware non e’ “stupido” ed ha bloccato tutti programmi del computer (antivirus in particolare) con lo scopo di non farsi trovare e rimuovere. Anche l’installazione di uno spyware non porta a risultati perche’ anche questo viene bloccato al momento del lancio. Almeno nel mio caso tutti i tentavi d’aggirare l’ostacolo anche passando alla modalita’ provvisoria non hanno avuto successo e mi sono visto costretto a carica il computer in auto e portarlo dal tecnico. Per la cronaca quest’ultimo mi ha detto che nel mese di dicembre ha “bonificato” ben 300 macchine con lo stesso problema, poi per qualche mese la tregua, interrotta solo in questi giorni; quando ho consegnato il mio pc ero il terzo della giornata, cosa che mi ha fatto temere tempi lunghi per la riconsegna…ed infatti i giorni stanno passando.
Cosi’ ho deciso di tirar fuori la vecchia carretta per aggiornare oggi il blog. Per commenti ed escursioni nella rete invece se ne riparla, se va bene, domani. Non posso  pretendere troppo dalla vecchia carretta. :wink: