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Belle di notte – seconda parte

Sono passati dodici mesi da quando scrissi la prima parte di “Belle di notte” e le cose, relativamente a quella storia, non sono cambiate di molto.
Le ragazze (tutte dell’est) magari non sono più le stesse, i clienti forse si, almeno i più tenaci e sprezzanti delle salatissime contravvenzioni che rischiano di prendere. Queste ragazze si trovano a metà strada di un’ipotetica piramide dello sfruttamento della prostituzione; non si tratta di “moderne schiave” come tante volte si tende a semplificare ma allo stesso tempo non appartengono a quella élite tanto favoleggiata dai media. Le ragazze di cui parlavo nel vecchio post normalmente “scelgono” questa vita con lo scopo di far soldi in modo rapido e potersi in seguito pagare gli studi o aprire una piccola attività nel loro paese d’origine. Le due figure che stanno agli estremi di questa piramide ho avuto modo d’incrociale qualche anno fa e di questi incontri provo adesso a portarne una, spero chiara, testimonianza.

Il fenomeno della prostituzione nelle strade è arrivato abbastanza tardi nella mia città rispetto ad altre località della zona. Sopratutto all’inizio fu chiarissimo il “gioco” dello sfruttamento e le schermaglie tra le varie bande che si contendevano/spartivano il territorio; nel corso del tempo si ci fu l’alternarsi delle nazionalità delle povere ragazze: si cominciò con quelle della ex Jugoslavia, si passò alle Albanesi (forse quello trattate peggio, trasportate come bestiame dentro dei vecchi furgoni), poi ad un confuso mix di paesi ex sovietici ed infine alle africane. Queste ultime furono le più sorprendenti; rumorose, quasi allegre nel loro cantare e ballare tra loro mentre attendevano l’arrivo dei clienti. E qui… per scoprire il loro mondo, la loro realtà, dobbiamo ringraziare “l’amico un po’ matto” che un giorno ti dice: -”Dai! Andiamo a portagli le brioche!” – . Così passiamo da una pasticceria artigianale (questi sono aperti tutta la notte dato che per il mattino devono fornire metà dei bar/caffetterie della zona) a comprare un sacchetto di dolciumi e ci portiamo nella zona delle africane. Dopo un primo attimo di stupore (tre tizi che invece di voler “scopare” si presentano con del cibo non è…normale) le ragazze si lasciano andare ed iniziano a chiacchierare. Ricordo le parole di Lucy: -” Ho un fidanzato italiano che abita a Padova. Poverino, non trova lavoro, per questo sono qui”-. POVERINO??!!!  👿 . Ricordo Miss Elle, ricordo unicamente il suo aspetto perché non parlò mai. Piccolina con degli stivali argentati dalle punte lunghissime (per questo sembrava una elle) passò quasi tutto il suo tempo a mangiare le brioche. Con un’altra ragazza (dal nome impossibile) il dialogo si spostò sulla loro attività e sulle loro paure; ci disse che non aveva paura a passare le notti in strada in compagnia di sconosciuti, solo gli spiriti la spaventavano. -”Spiriti?”- Le risposi stupito. Ci volle del tempo perché ci chiarissimo e giungessimo alla conclusione che gli spiriti altro non erano che i guardoni. Questa volta fu lei a stupirsi: stupita che esistessero persone di quel genere. La questione dei presunti spiriti fece uscire la forma di schiavitù alla quale erano sottoposte queste ragazze: la superstizione. Per tenerle in pugno ai loro aguzzini bastava la minaccia di una malattia mortale ad un loro familiare in patria. Semplice e cinicamente efficace.
Un appunto: alcune settimane dopo questo incontro mi trovai a passare la notte al pronto soccorso per via di un malore capitato a mio nonno. C’era anche una delle ragazze: un cliente aveva pensato bene di pagarla scaraventandola fuori dall’auto. Un vero…gentiluomo.

Di tutt’altro tono la storia di Rebecca, una ragazza Colombiana che conobbi grazie al pittoresco Signor Elle (Miss Elle non centra nulla, pura coincidenza) un imprenditore misogino della mia zona di cui probabilmente parlerò in futuro. Rebecca era una ragazza “insospettabile”; l’aspetto era quello di una comunissima ragazza Italiana, solo l’accento ne tradiva l’origine straniera. Svolgeva la sua attività tra le province di Brescia e Venezia con un target di clienti ben definito. Imprenditore sessantenne “arricchito”, il classico personaggio che si è “fatto da solo” lavorando come un mulo trascurando vita, famiglia e salute. Anche con lei, in vena di confidenze con uno non-del-giro, parlai della sua attività e delle sue paure. Ne uscì la storia di una ragazza che lavorava per realizzare un suo sogno: aprire un ristorante Italiano a Miami. I presupposti c’erano tutti, un giorno m’invitò nel suo appartamento e mi mostrò la sua cucina. Cucina attrezzata come quella di un ristorante a cinque stelle e vera “alcova” per il suo lavoro; mi spiegò che normalmente portava li i suoi clienti, li ingolfava di cibo e vino tanto che questi il più delle volte “s’abbioccavano” appena vedevano il letto. Quando si risvegliavano lei era li distesa accanto a loro pronta a dire: -”Amore! Sei stato fantastico!”- . Confuso e felice il cliente pagava un milione di vecchie lire e tornava a casa soddisfatto anche se non ricordava bene il motivo di tale soddisfazione.

Di tanto in tanto quando capitava dalle mie parti Rebecca mi chiamava per un caffè e due chiacchiere, poi smise di chiamare ed anche il suo numero smise di funzionare. Spero abbia realizzato almeno in parte il sogno ed il suo “sparire” sia stato un modo per chiudere definitivamente con il passato…e cominciare una nuova vita, vera.

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