lug 262012
 

Mamma Crockett posò sulla tavola dei grossi pani di segala, annusò lo stufato che ribolliva nel paiolo sul fuoco e prese in braccio il bimbetto che zampettava sull’impiantito in terra battuta.
Quindi, fattasi sull’uscio del capanno: ― A tavola! ― gridò. ― Tutti a tavola! La cena è pronta! La piccola Becky che con Jane, una bimbetta magrolina, stava costruendo una casetta di pannocchie li presso, si alzò subito in piedi.
Joey, il più piccolo dei figli maschi, si lasciò scivolare dall’acero ai margini della radura e Wilson, un ragazzetto di dieci anni, arrivò di corsa dalla riva del fiume che scorreva poco più avanti. Bili, che aveva quasi dodici anni, piantò la vanga nel campo di granturco, proprio nel punto in cui stava lavorando, mentre Jim e John, i maggiori, finita la mungitura, lasciavano le due mucche libere di pascolare nella boscaglia.
Papà Crockett smise di affilare l’ascia che ripose nel fodero e tutti si affollarono dentro al capanno in un coro di chiacchiere e di risate. Papà Crockett intanto metteva a sedere Becky e Jane sulla panca che correva lungo la grande tavola e ordinava perentorio agli altri:― Seduti, voialtri, adesso! E finitela di cianciare, sembrate un branco di gatti selvatici! ― Ho tanta fame che sarei anche capace di mangiarmene uno! ― dichiarò Wilson sedendosi accanto a Joey. La madre sorrise. ― Lo stufato di opossum è migliore ― affermò ponendo davanti al figliolo una ciotola di legno ricolma di carne. Quindi, guardandosi attorno, domandò:― E Davy? Dov’è Davy?―Non lo so ― rispose Wilson.― E io neppure ― confermò Bill servendosi di una grossa fetta di pane. ― Non mi ha affatto aiutato nel campo, come gli aveva ordinato Pa’, anzi, è da mezzogiorno che non lo vedo.―Io l’ho visto! ― s’intromise Joey. ― Ha preso quel fucile di legno che aveva costruito per gioco ieri e si è incamminato lungo il fiume finché è sparito nel bosco.
Mamma Crockett adesso appariva preoccupata.―Ma aveva promesso che sarebbe rimasto nei dintorni ― disse. ―Strano che non sia già qui. Non gli sarà per caso successo qualcosa, eh, Pa’? Papà Crockett scosse il capo.―A meno che non sia a cavalcioni di qualche ramo e cerchi di fare il verso del tacchino selvatico, penso che non debba tardare molto ―disse e, preso il grande mestolo di corno, si servì abbondantemente. Prese quindi a parlare del nuovo mulino che stava costruendo lungo il fiume, a breve distanza dal capanno.
Era parecchio che vi lavorava insieme a un amico, un certo Tom Galbreath, e con non poca fatica. Adesso avevano collocato la grande ruota a pale, ma non erano ancora riusciti a sistemare il condotto che avrebbe incanalato l’acqua.―Il fiume è ancora troppo gonfio dopo l’acquazzone di ieri ― diceva Papà Crockett. ― Ma aspettate che scenda e metteremo a punto il condotto: cosi il mulino potrà funzionare.―E verrà tanta gente da tutto il circondano e ti porterà il grano da macinare ― aggiunse allegramente Joey. ― Chissà che bello avere sempre visite, non ti pare, Ma’?
Mamma Crockett assenti e si sedette a tavola, ma di tanto in tanto i suoi occhi si volgevano ansiosi verso la porta del capanno.―Davy è diventato ormai cosi alto, Pa’, che tu dimentichi che non ha ancora nove anni ― sbottò alla fine.― Non dovrebbe star fuori fino a quest’ora! Il padre sospirò ―Non c’è più nessuno che pensi che gli indiani che circolano nei dintorni ci siano ancora nemici ―esclamò. Ciò nonostante cominciava anche egli a preoccuparsi. Perciò scostò dalla tavola il suo sgabello e s’alzò per andare a vedere.
—Ora mi faccio sentire io ― disse e, attraversata la stanza, si fece sull’uscio.Il sole d’aprile era tramontato: le colline del Tennessee, oltre la riva opposta del fiume, si stagliavano nere contro il cielo e l’oscurità incombeva sulla piccola radura che circondava il capanno. Papà Crockett non si accorse della figuretta che avanzava strisciando dal sottobosco, ai margini del pianoro, né la udì avvicinarsi carponi alla porta del capanno.
Con le mani attorno alla bocca…

[Qualche giorno di silenzio. Il blog ritorna il 2 Agosto con un post "da mangiare"]

lug 242012
 

Ancora una volta l’ufficio postale della mia città è al centro delle polemiche. Pochi sportelli aperti, poco personale, problemi tecnici, il tutto nel cuore della stagione estiva. Risultato: residenti e turisti inferociti per le lunghe attese, articoli sui giornali e intervento del Sindaco con la richiesta di spiegazioni.
Con queste premesse il pensiero di dovermi recare all’ufficio postale non mi entusiasma ma c’è un pagamento che ormai non posso più rimandare e bisogna trovare una soluzione.
Decido di muovermi all’ora di pranzo sperando che l’Italico popolo preferisca lo spaghetto alle code in posta. La mia, forse, è stata la giusta intuizione, ci sono solo tre persone prima di me. La prima chiude la sua operazione e si allontana, le altre due vanno insieme allo sportello. Una coppia! Fantastico! I tempi si accorciano!
L’uomo chiede dei gratta e vinci (già…le poste offrono anche questi ”servizi”), l’impiegato indica i biglietti esposti allo sportello ma l’uomo dice «No. Non voglio questi biglietti, voglio i “*****” ». L’impiegato risponde che non sa se e quanti di quei biglietti sono ancora disponibili, deve allontanarsi e chiedere ad una collega.
Scompare…
I minuti passato…
Alle mie spalle inizia a formarsi una piccola coda…
Finalmente l’impiegato riappare tenendo tra le mani una manciata di gratta e vinci del tipo “*****” per la gioia della coppia che si allontana felice.
E la coda avanza di un posto.

lug 182012
 

È un dato di fatto. Il maschio, per sua natura è un insicuro. Ci basta guardare un qualunque documentario naturalistico per vedere come dal piccolo invertebrato al grosso mammifero i maschi passino buona parte della loro vita a marcare strette le loro (?) femmine ed a difendere/marchiare il loro territorio.
Questo con l’intento di garantire ai propri “geni” un futuro, una forma di eternità trasmessa attraverso la nascita dei loro figli.
Da questa insicurezza non è immune neppure il più evoluto dei maschi: il maschio umano. Anzi, qui la cosa spesso si fa più interessante perché, mentre dalle forme di vita “inferiori” ci si aspetta che agiscano quasi sempre in modo prevedibile e schematico, dal maschio umano ci si aspetterebbe qualcosa di più. Quello che normalmente chiamiamo uso della ragione.
La realtà invece è ben altra cosa, basti pensare che in molte culture questa insicurezza è stata persino istituzionalizzata attraverso le religioni ed anche in quelli che si definiscono paesi evoluti le cose non vanno sempre bene.
Un piccolo esempio tutto Italiano lo possiamo vedere con il vecchio “delitto d’onore” messo in discussione negli anni ’60 ma abrogato definitivamente sono nel 1981. Insicurezze e morbose gelosie colpiscono anche i maschi culturalmente più evoluti e non solo, pure molte femmine umane finiscono in questo vortice di violenza a dimostrazione che la nostra razza è molto fragile sotto questo aspetto.
Ma non è tutto. Il maschio umano si distingue dagli altri maschi con quella che potremmo chiamare la madre di tutte le fissazioni. Le dimensioni del pene!
Con l’arrivo dell’adolescenza il maschio umano sviluppa eccezionali, ma brevi, doti matematiche. Partendo da informazioni come età, peso, altezza, segno zodiacale e tifo calcistico (non si sa mai…) inizia a calcolare le misure dei peni dei compagni di scuola per capire se “lui”, per qualche crudele beffa del destino, stia sotto della misura standard. Cominciano anche le bugie “tattiche” dove si lascia intendere di possedere un “notevole attrezzo” che a 13 anni ha già lavorato più di quello di un attore porno prossimo alla pensione.
Il dramma può presentarsi al momento della prima volta (quella vera) dove l’espressione di lei sa di voto. -”Sorride. Cosa vorrà dire? È compiaciuta o sta ridendo di me? Aiutooooo!!!!!!!”.-
Ad aiutare i poveri piccoli maschi umani in questo caso possono arrivare degli altri umani detti psichiatri. Uno di questi risponde al nome di Paolo Crepet.
Ricordo di averlo sentito, ospite in un programma radiofonico, rispondere alla più classica delle domanda in tema. «È vero che gli africani ce l’hanno più lungo e gli asiatici ce l’hanno più corto?» La risposta fu più o meno questa: «I peni sono tutti uguali. Questi andrebbero misurati alla radice che però non si trova nella stessa posizione in tutte le razze. Quindi gli africani sarebbero dei “tutto fuori”, gli asiatici dei “tutto dentro” mentre noi europei stiamo nel mezzo».
Sarà vero o il buon Crepet stava dando uno zuccherino ai suoi interlocutori?
Meditate….e misurate. :P

lug 122012
 

Sto mettendo un po’ d’ordine nel ripostiglio quando mi trovo tra le mani un piccolo ombrello pieghevole. Ricomincio il lavoro ed ecco apparire un secondo ombrello e poi un terzo. Li metto vicini ed inizio ad osservarli, c’è qualcosa che li unisce ma non riesco a ricordare cosa sia. Passano i minuti, esco dal ripostiglio, faccio dell’altro ma non riesco ad evitare di pensare a quei tre maledetti ombrelli.
Più tardi scendo in garage, entro in auto e nella tasca della portiera c’è il piccolo ombrello che tengo li da anni, da quando in occasione di un corso a Trieste lo comprai nei pressi della stazione ferroviaria.
Un lampo!!
New York, Londra, New York!
Ecco da dove arrivano gli ombrelli in ripostiglio!
Quando parti per un viaggio cerchi di stare il più leggero possibile, niente oggetti ingombranti e inutili. Poi, sarà perché ti muovi nelle stagioni “sbagliate”, sarà perché deve andare così, finisce che incontri la pioggia e sei costretto a comprare un ombrello che poi, una volta a casa, metti da qualche parte e te ne dimentichi.
Fa caldo e sembra non voglia piovere. I pomodori nell’orto non sono “belli” come in altre occasioni, l’erba del giardino sembra voglia trasformarsi in tabacco.
Potrei comprare un ombrello, magari….stimola giove pluvio.