Questa è una pizza etica

lampedusaInizia una normale serata in pizzeria. Si scherza, si ride, si prende in giro il solito ritardatario, insomma… le solite cose. Poi apro il menu e l’occhio fatalmente cade sul nome “Lampedusa”. Costa un po’ di più della media e penso «Sarà per via degli ingredienti, vi è elencato ogni ben di Dio della terra di Sicilia!». Poi, a margine, leggo una piccola nota:
«A te che mangi questa pizza: sappi che il 20% del suo costo (2,60 €) più il costo del tuo coperto (1,50€) saranno inviati sul conto corrente attivato dal sindaco di Lampedusa Giusy Nicolini per l’emergenza immigrazione».
Decido di prendere questa pizza. Quando mi arriva sul tavolo è una delizia anche per gli occhi (sul sapore non avevo dubbi), si presenta sotto forma di quattro rotolini di pasta gustosamente farciti più una piccola barchetta di carta posta a bordo piatto.
Apro la barchetta di carta e ne leggo il testo; si tratta di un intervento di Massimo Gramellini a “CheTempoCheFa” su Rai3. Forse lo avrete sentito in diretta o forse lo avrete letto qualche giorno dopo su La Stampa, non importa, ve lo ripropongo intralmente.

Questa sera vi racconterò la storia di Kebrat, una ragazza di 24 anni con i capelli ricci, di un nero che tende al rosso.
Giovedì mattina, credendola senza vita, l’hanno adagiata sulla banchina del porto di Lampedusa accanto ai cadaveri, avvolta come un pacco regalo in un foglio di alluminio dorato da cui spuntavano solo le braccia unte di nafta. Aveva la pancia talmente gonfia di acqua e gasolio che, oltre che morta, sembrava incinta.
Poi all’improvviso Kebrat ha aperto gli occhi e dopo una corsa in elicottero è approdata in un ospedale di Palermo. Tutta tremante, con un filo di voce dietro la mascherina dell’ossigeno, ha raccontato a un’infermiera la sua avventura.
Kebrat è scappata dall’Eritrea con un gruppo di amici. È scappata da un dittatore sanguinario che spedisce i dissidenti a lavorare in miniera come schiavi e ha trasformato l’antica colonia italiana in un carcere dove le guardie di frontiera sono autorizzate a sparare addosso ai fuggiaschi. Eppure Kebrat ce l’ha fatta. Ha attraversato il deserto del Sudan, prima a piedi e poi su un camion, e dopo due mesi inenarrabili ha raggiunto il porto libico di Misurata. Ha guardato il mare e la bagnarola che stava per salpare, senza neanche sapere dove l’avrebbero portata. L’importante era andare via. Ha consegnato i risparmi familiari di una vita allo scafista tunisino che si faceva chiamare The Doctor. E prima di partire ha indossato il vestito della festa.
Durante il viaggio non ha mangiato nulla. Ha bevuto acqua di mare perché c’era il sole e aveva tanta sete. Ogni tanto ha pregato Dio con gli altri profughi in tutte le religioni possibili.
Alle tre di notte di giovedì il mare era grosso, e appena in lontananza è apparsa la terra a Kebrat è scappato da ridere. I suoi brothers, come i profughi eritrei si chiamano tra loro, sventolavano le magliette in segno di giubilo.
Ma a mezzo miglio dalla costa il motore si è rotto. Kebrat non ha avuto paura: vedeva le luci dell’isola e delle altre barche. Un peschereccio si è avvicinato, poi è andato via. La ragazza ha urlato, ma quelli non sentivano o non volevano sentire. (Kebrat non sa che in Italia chi aiuta un profugo rischia l’avviso di garanzia per favoreggiamento. E non sa nemmeno che il Frontex, l’organismo europeo di pattugliamento che ci costa 87 milioni l’anno, è talmente sofisticato da non vedere un barcone di legno a mezzo miglio dalla costa).
È stato allora che qualcuno, per attirare l’attenzione, ha dato fuoco a una coperta. Hanno provato a spegnere le fiamme con altre coperte e con l’acqua di mare, ma è stato inutile. Così è arrivata la paura, tutti gridavano, si stringevano, si spostavano dall’altra parte del barcone, che ha cominciato a ondeggiare. Quando ha visto un suo amico ridotto a torcia umana, Kebrat ha trovato il coraggio di gettarsi nell’acqua gelida.
Ha visto donne che cercavano di tenere a galla i loro bambini, le ha viste affondare nel buio. Sembrava che salutassero, finché le braccia andavano giù.
Poi non ha visto più niente. Con in bocca il sapore del gasolio e del sale, riusciva solo a sentire le urla: come di gabbiani, ma erano persone. Ha nuotato, prendendo a schiaffi l’acqua per ore. Quando era allo stremo, a malincuore si è tolta l’abito inzuppato, pensando che il suo peso l’avrebbe portata a fondo. A quel punto è svenuta.
Ora è qui, nell’ospedale di Palermo, in prognosi riservata per lesioni gravi ai polmoni. Del vestito della festa le è rimasta solo la parte superiore del reggiseno, sulle cui coppe aveva scritto i numeri di telefono dei familiari.
Ma l’infermiera che ha ascoltato la sua storia non sopporta che Kebrat rimanga nuda. Raggiunge il suo armadietto, afferra una maglia bianca, la taglia e la adagia sopra di lei. “Prendila tu, a me non serve”.
Stasera andrò a letto chiedendomi come fa il mio Paese a ritenere giusta una legge che considera Kebrat una criminale, colpevole del reato di immigrazione clandestina, punibile con l’espulsione immediata e la multa fino a 5mila euro.
Buonanotte.

Immagine di presentazione tratta ed elaborata da Flickr sotto licenza creative commons

13 pensieri riguardo “Questa è una pizza etica

  • 17 Dicembre 2013 in 17:41
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    Ciao.
    Il primo pensiero mentre leggevo è stato “è un’iniziativa che ho già visto anche da altre parti”. Infatti a Firenze c’è una pizzeria dove alcune pizze sono a beneficienza per l’ospedale pediatrico o per altre associazioni.
    I pensieri successivi invece sono andati alla storia che hai trovato nel foglietto.
    E mi mette tanta tristezza.
    Noi non sappiamo, al di là di queste storie, come è la vita dall’altra parte del mare e che cosa stanno passando le persone che rimangono nel loro paese e cosa rischiamo per venire in un paese che potrebbe dargli la libertà.
    Non mi sembra giusto che non si possano aiutare queste persone rischiando di essere accusati di favoreggiamento immigrazione clandestina.
    Nei mesi passati si è parlato tanto di tutto questo, ma adesso non mi sembra che la situazione sia molto migliore.

    Risposta
  • 17 Dicembre 2013 in 17:43
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    Bravo Giorgio, tavolta sei stato velocissimo, dal piatto allo schermo.

    Risposta
  • 17 Dicembre 2013 in 18:13
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    Non conosco questo Gramellini ma devo dire che è bravo forte!
    Bravi anche quelli della pizzeria con la loro iniziativa, non piccole cose che fanno la differenza.
    Potresti citarli? Lo meriterebbero! 🙂
    Bravo anche tu che sempre riesci a cogliere e trasmettervi queste emozioni.
    Insomma. Bravi tutti!!! 😉

    Risposta
  • 17 Dicembre 2013 in 19:30
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    Questa povera gente viene in Europa, no, non ho detto Italia, ho detto Europa, con la speranza e spesso trova la morte. Che tristezza infinita!

    Risposta
  • 17 Dicembre 2013 in 20:04
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    Credo ci sia ben poco da aggiungere.
    che storie. 🙁

    Risposta
  • 17 Dicembre 2013 in 20:58
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    @ ventus85: Anch’io penso che la situazione non sia migliorata.
    Si parla di Lampedusa nei casi più eclatanti ma il quotidiano (il triste quotidiano) non fa notizia.
    @ dino montellato: La botta di carboidrati mi ha dato la scossa! 😉
    @ mex: Hai ragione. Ecco il link! PizzeriaCapriJesolo.com
    @ grazia: Fai bene a sottolineare “Europa”, il problema non è solo Italiano.
    Non dimentichiamo poi che questa povera gente il più delle volte non ha nessuna voglia di fermarsi in Italia, in genere la loro destinazione è il Nord Europa dove hanno amici e parenti.
    @ leonardo: Sono storie che palano da sole….

    Risposta
  • 17 Dicembre 2013 in 22:33
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    Questa semplice e lodevole iniziativa induce a riflettere. Avevo ascoltato Gramellini e la storia di Kebrat e visto le foto delle vittime del naufragio di ottobre, perlopiù siriane, di cui circa 60- 100 bambini . Foto di famiglia , con gli stessi sorrisi nostri e dei nostri figli. Ci separa un contesto di guerra , disperazione e voglia di vivere in un mare a volte crudelmente indifferente , che appartiene alla storia di tutti i migranti, compresa la nostra.
    “Mare che separa e unisce terre, popoli e cuori, culla di grandi civiltà e dei primi o ultimi respiri, depositario di lacrime e rabbia, di sogni e di risa. Patrimonio universale, orizzonte infinito di chi scruta oltre, di chi sfida l’ ignoto e la vita, patria comune di chi strappa le proprie radici. ” Che il nuovo anno ci dia la forza di farci sentire e operare per restare umani.

    Risposta
  • 18 Dicembre 2013 in 13:11
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    Avrei fatto lo stesso commento di Franco.
    Come stridono tra loro le storie di Kebrat ed il caso dei queste ultime ore. 🙁

    Risposta
  • 18 Dicembre 2013 in 17:55
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    @ franco ruggeri e Sig Giovanni: Visto. Non mi esprimo in merito, voglio vedere come si evolve la cosa.
    @ Skip: Umani e “civili”. Un pizzico di civiltà e buon senso dovrebbe/potrebbe evitare situazioni del genere.
    Fatico ad essere ottimista ma chissà….

    Risposta
  • 18 Dicembre 2013 in 21:57
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    Ma che bravi alla Pizzeria Capri! 😀
    Dalle mie parti nessuno ha mai fatto una cosa del genere.

    Risposta
  • 20 Dicembre 2013 in 22:45
    Permalink

    Speriamo venga fatto un buon uso dei tuoi 4.1 euro 🙂

    Risposta

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