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LA BOMBA – Giovannino Guareschi

La mattina di Pasqua, don Camillo, uscendo di buon’ora, trovò davanti alla porta della canonica un colossale uovo di cioccolata con una bella gala di seta rossa. O meglio: un uovo formidabile che assomigliava molto a un uovo di cioccolato, ma che in realtà era semplicemente una bomba da cento chili, che avevano pitturato di marrone dopo averle segato gli alettoni.
La guerra era passata anche per il paese di don Camillo e gli aerei avevano fatto più di una visita buttando giù bombe. E parecchi di questi maledetti arnesi erano rimasti inesplosi, appena conficcati in terra o addirittura liberi sul terreno, perché gli aerei avevano bombardato da bassa quota. Finito tutto, erano arrivati da qualche parte due artificieri che avevano fatto brillare le bombe giacenti lontano dall’abitato e avevano disinnescato quelle che non si potevano far brillare perché cadute vicino alle case. E le avevano ammassate riservandosi di venirle a prendere. Una di queste bombe era caduta sul molino vecchio squassando il tetto e rimanendo poi incastrata fra il muro e una trave maestra, e poi, tolto l’innesco, non c’era più pericolo. Quella era la bomba che, tagliati gli alettoni, era stata trasformata in uovo pasquale dagli ignoti.
Ignoti per modo di dire perché sotto a “Buona Pascua” con la c, stava scritto: “Per ricambiare la gradita visita”. E poi il nastro rosso.
E la cosa era stata studiata con cura perché, quando don Camillo alzò gli occhi dallo strano uovo, trovò il selciato pieno di gente. Quei maledetti si erano dati tutti convegno per godersi la faccia di don Camillo.
Don Camillo si stizzì e diede una pedata all’arnese che, naturalmente, neanche si scompose.
“E’ roba massiccia!” gridò qualcuno.
“Ci vuole l’impresa dei trasporti!” urlò un altro.
Si sentirono delle sghignazzate.
“Prova a benedirla, chissà che non vada via da sola!” gridò un terzo.
Don Camillo si volse e incontrò gli occhi di Peppone. Peppone era in prima fila, assieme a tutto lo stato maggiore, e lo guardava a braccia conserte, e ghignava.
Don Camillo allora impallidì e le gambe incominciarono a tremargli.
Lentamente don Camillo si chinò e con le mani agguantò la bomba ai
due poli.
Cadde un silenzio di ghiaccio. La gente guardava don Camillo, trattenendo il fiato, con gli occhi sbarrati, quasi con terrore.
“Gesù” sussurrò don Camillo con angoscia.
“Forza, don Camillo!” gli rispose sommessa una voce che veniva
dall’altar maggiore.
Scricchiolarono le ossa di quella gran macchina di carne. Lento e implacabile, don Camillo si levò con l’enorme blocco di ferro saldato alle mani. Ristette un istante guardando la folla, poi si mosse. Ogni passo pesava una tonnellata: uscì dal sagrato e, un passo dopo l’altro, lento e inesorabile come il destino, don Camillo attraversò tutta la piazza. E la folla lo seguiva muta, sbalordita.
Arrivò alla sede della Sezione e qui si fermò. E anche la folla ristette.
“Gesù” sussurrò don Camillo con angoscia.
“Forza, don Camillo!” gli rispose una voce ansiosa che veniva dall’altar maggiore della chiesa, laggù in fondo. “Forza, don Camillo!”
Don Camillo si rannicchiò in se stesso, poi, con uno scatto, si portò l’immane blocco d’acciaio sul petto. Un altro scatto poi la bomba cominciò lentamente
a salire e la gente ne era sgomenta.
Ecco che le braccia si tendono, e la bomba è alta, sopra il capo di don Camillo.
La bomba precipita e si va a conficcare per terra davanti alla porta della Sezione.
Don Camillo si volse alla folla.
“Respinta al mittente” disse a voce alta. “Pasqua si scrive con la q, correggere e rimandare.”
La folla si aperse, e don Camillo ritornò trionfante in canonica.
Peppone non rimandò la bomba. In tre la caricarono su un carretto e andarono a buttarla in una vecchia cava fuori del paese.
La bomba rotolò per il pendio e non arrivò neppure in fondo perché, arrivata ad un arbusto, si fermò rimanendo in piedi. E dall’alto si leggeva: “Buona Pascua”.
Tre giorni dopo accadde che una capra arrivasse nella cava e andò a brucare l’erba ai piedi dell’arbusto. Così toccò la bomba che riprese a rotolare e, fatti due metri, sbatté contro un sasso e scoppiò con fragore spaventoso. E al paese, che pure era lontano, andarono in briciole i vetri di trenta case.
Peppone arrivò poco dopo in canonica ansimando e trovò don Camillo che stava salendo la scala.
“E io…” gorgogliò Peppone“ e io che ho smartellato tutta una sera per scalpellare via gli alettoni!…”
“E io che…” rispose gemendo don Camillo.
E non poté più andare avanti perché si figurava la scena della piazza.
“Vado a mettermi a letto… ” ansimò Peppone.
“Io ci stavo appunto andando” ansimò don Camillo.
Si fece portare poi in camera da letto il Crocefisso dell’altar maggiore.
“Scusate se vi incomodo”, sussurrò don Camillo che aveva un febbrone da cavallo. “Volevo ringraziarvi a nome di tutto il paese.”
“Non c’è di che, don Camillo” rispose sorridendo il Cristo. “Non c’è di che.”

Grazie a Il THeO Per il suo contributo al Progetto 100 Righe.  🙂

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