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PICCOLO MONDO ANTICO – Antonio Fogazzaro

Soffiava sul lago una breva fredda, infuriata di voler cacciar
le nubi grigie, pesanti sui cocuzzoli scuri delle montagne. Infatti,
quando i Pasotti, scendendo da Albogasio Superiore, arrivarono
a Casarico, non pioveva ancora. Le onde stramazzavano
tuonando sulla riva, sconquassavan le barche incatenate, mostravano
qua e là, sino all’opposta sponda austera del Doi, un
lingueggiar di spume bianche. Ma giù a ponente, in fondo al lago,
si vedeva un chiaro, un principio di calma, una stanchezza
della breva; e dietro al cupo monte di Caprino usciva il primo
fumo di pioggia. Pasotti, in soprabito nero di cerimonia, col
cappello a staio in testa e la grossa mazza di bambù in mano,
camminava nervoso per la riva, guardava di qua, guardava di
là, si fermava a picchiar forte la mazza a terra, chiamando
quell’asino di barcaiuolo che non compariva.
Il piccolo battello nero con i cuscini rossi, la tenda bianca e
rossa, il sedile posticcio di parata piantato a traverso, i remi
pronti e incrociati a poppa, si dibatteva, percosso dalle onde,
fra due barconi carichi di carbone che oscillavano appena.
«Pin!», gridava Pasotti sempre più arrabbiato. «Pin!»
Non rispondeva che l’eguale, assiduo tuonar delle onde sulla
riva, il cozzar delle barche fra loro. Non c’era, si sarebbe detto,
un cane vivo in tutto Casarico. Solo una vecchia voce flebile,
una voce velata da ventriloquo, gemeva dalle tenebre del
portico:
«Andiamo a piedi! Andiamo a piedi!»
Finalmente il Pin comparve dalla parte di San Mamette.
«Oh là!», gli fece Pasotti alzando le braccia. Quegli si mise a
correre.
«Animale!», urlò Pasotti. «T’han posto un nome di cane per
qualche cosa!»
«Andiamo a piedi, Pasotti», gemeva la voce flebile. «Andiamo
a piedi!»
Pasotti tempestò ancora col barcaiuolo che staccava in fretta
la catena del suo battello da un anello infisso nella riva. Poi si
voltò con una faccia imperiosa verso il portico e accennò a
qualcuno, piegando il mento, di venire.
«Andiamo a piedi, Pasotti!», gemette ancora la voce.
Egli si strinse nelle spalle, fece con la mano un brusco atto di
comando, e discese verso il battello.
Allora comparve ad un’arcata del portico una vecchia signora,
stretta la magra persona in uno scialle d’India, sotto al quale
usciva la gonna di seta nera, chiusa la testa in un cappellino
di città, sperticatamente alto, guernito di rosette gialle e di pizzi
neri. Due ricci neri le incorniciavano il viso rugoso dove
s’aprivano due grandi occhi dolci, annebbiati, una gran bocca
ombreggiata di leggeri baffi.
«Oh, Pin», diss’ella giungendo i guanti canarini e fermandosi
sulla riva a guardar pietosamente il barcaiuolo. «Dobbiamo
proprio andare con un lago di questa sorte?»
Suo marito le fece un altro gesto più imperioso, un’altra faccia
più brusca della prima. La povera donna sdrucciolò giù in
silenzio al battello e vi fu fatta salire, tutta tremante.
«Mi raccomando alla Madonna della Caravina, caro il mio
Pin», diss’ella. «Un lago così brutto!»
Il barcaiuolo negò del capo, sorridendo.
«A proposito», esclamò Pasotti «hai la vela?»
«Ce l’ho su in casa», rispose Pin. «Debbo andare a prenderla?
La signora qui avrà paura, forse. E poi, ecco là che vien
l’acqua!»
«Va’!», fece Pasotti.
La signora, sorda come un battaglio di campana, non udì verbo
di questo colloquio, si meravigliò molto di veder Pin correr
via e chiese a suo marito dove andasse.
«La vela!», le gridò Pasotti sul viso.
Colei stava lì tutta china, a bocca spalancata, per raccogliere
un po’ di voce, ma inutilmente.
«La vela!», ripeté l’altro, più forte, con le mani accostate al
viso.
Ella sospettò d’aver capito, trasalì di spavento, fece in aria
col dito un geroglifico interrogativo. Pasotti rispose tracciando
pure in aria un arco immaginario e soffiandovi dentro; poi affermò
del capo, in silenzio. Sua moglie, convulsa, si alzò per
uscire.
«Vado fuori!», diss’ella angosciosamente. «Vado fuori! Vado
a piedi!»
Suo marito l’afferrò per un braccio, la trasse a sedere, le
piantò addosso due occhi di fuoco.
Intanto il barcaiuolo ritornò con la vela. La povera signora si
contorceva, sospirava, aveva le lagrime agli occhi, gittava alla
riva delle occhiate pietose, ma taceva. L’albero fu rizzato, i due
capi inferiori della vela furono legati, e la barca stava per prender
il largo, quando un vocione mugghiò dal portico:
«To’, to’, il signor Controllore!», e ne sbucò un pretone rubicondo,
con una pancia gloriosa, un gran cappello di paglia nera,
il sigaro in bocca e l’ombrello sotto il braccio.
«Oh, curatone!», esclamò Pasotti. «Bravo! È di pranzo? Viene
a Cressogno con noi?»
«Se mi toglie!», rispose il curato di Puria, scendendo verso il
battello. «To’ to’ che c’è anche la signora Barborin!»
Il faccione diventò amabile amabile, il vocione dolce dolce.
«Ha in corpo una paura d’inferno, povera diavola», ghignò
Pasotti, mentre il curato faceva degli inchinetti e dei sorrisetti
alla signora, cui quel minacciato soprappiù di peso metteva un
nuovo terrore. Ella si mise a gesticolare in silenzio come se gli
altri fossero stati sordi peggio di lei. Additava il lago, la vela, la
mole del curato enorme, alzava gli occhi al cielo, si metteva le
mani sul cuore, se ne copriva il viso.
«Peso mica tanto», disse il curato, ridendo. «Tâs giò, ti», soggiunse
rivolto a Pin, che aveva sussurrato irriverentemente:
«Ona bella tenca».
«Sapete», esclamò Pasotti, «cosa faremo perché le passi la
paura? Pin, hai un tavolino e un mazzo di tarocchi?»
«Magari un po’ unti», rispose Pin, «ma li ho.»
Ci volle del buono per far capire alla signora Barbara, detta
comunemente Barborin, di che si trattasse adesso. Non lo voleva
intendere, neanche quando suo marito le cacciò in mano,
per forza, un mazzo di carte schifose.
Ma per ora non era possibile, giuocare. La barca avanzava faticosamente,
a forza di remi, verso la foce del fiume di S. Mamette,
dove si sarebbe potuto alzar la vela, e i cavalloni sbattuti
indietro dalle rive si arruffavano con i sopravvegnenti, facevano
ballare il battello fra un bollimento di creste spumose. La
signora piangeva. Pasotti imprecava a Pin che non s’era tenuto
bastantemente al largo. Allora il curatone, afferrati due remi,
ben piantata la gran persona in mezzo al battello, si mise a lavorar
di schiena, tanto che in quattro colpi si uscì dal cattivo
passo. La vela fu alzata, e il battello scivolò via liscio…..

Grazie a “Mex” Per il suo contributo al Progetto 100 Righe.

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