Archivio per la Categoria “100 Righe”
— Camelot.. Camelot — dicevo tra me — non ricordo di averlo mai sentito, mi pare. Il nome del manicomio, probabilmente.
Era un paesaggio estivo tranquillo e riposante, bello come un sogno e solitario come la domenica. L’aria era piena del profumo dei fiori, e del ronzio degli insetti, e del cinguettio degli uccelli, e non c’erano persone, non c’erano carri, non c’era l’animazione della vita, nulla che si muovesse. La strada era piuttosto un sentiero tortuoso con impronte di zoccoli e ogni tanto deboli tracce di ruote da ambo i lati nell’erba, ruote che — a quanto sembrava — avevano i cerchioni larghi una spanna.
A un tratto comparve la bella personcina di una fanciulla di circa dieci anni, con una cascata di capelli biondi che le scendevano sulle spalle. Intorno al capo portava un cerchio di trecce rosso fiamma. Era l’acconciatura più dolce che mai avessi visto, tanta ce n’era. Camminava indolente, con la mente in quiete e la pace riflessa nel viso innocente. L’uomo del circo non le prestava attenzione, non sembrava nemmeno vederla. E lei, lei non era meravigliata per come era conciato, come se fosse abituata a qualcosa di simile ogni giorno della sua vita. Camminava con tanta indifferenza come avrebbe camminato assieme a una coppia di mucche; ma quando si accorse di me, allora vi fu un cambiamento! Alzò le braccia e rimase di pietra, a bocca aperta, gli occhi spalancati timorosi — l’immagine della stupita curiosità con un tocco di paura. E se ne stava la a guardare, in una specie di affascinata stupefazione, finché non girammo l’angolo di un bosco e ci perse di vista. Che fosse meravigliata di me invece che dell’altro uomo, era troppo per me; non mi raccapezzavo. E il fatto che sembrasse considerarmi uno spettacolo,tralasciando completamente i suoi meriti a questo riguardo, era un altra cosa imbarazzante, e anche una dimostrazione di magnanimità sorprendente in una ragazzina così giovane. C’era da pensare. Andavo avanti come uno che sta sognando. Avvicinandoci alla città, cominciarono ad apparire segni di vita. Ogni tanto incontravamo una misera capanna. con un tetto di paglia, e intorno piccoli appezzamenti tenuti a campi e giardini mal coltivati. C’era anche gente: uomini bruni con capelli lunghi e arruffati che scendevano sulle facce e li facevano sembrare animali. Sia uomini che donne indossavano di regola una veste di stoffa grezza] che scendeva sotto il ginocchio e sandali di tipo primitivo, e molti portavano un collare di ferro. I bambini erano sempre nudi, ma nessuno sembrava accorgersene. Tutta questa gente mi fissava; parlavano di me, correvano nelle capanne a chiamare le famiglie per guardarmi a bocca aperta: ma nessuno mai notava l’altro tipo, se non per fargli un umile saluto senza ottenere risposta. Nella città c’erano alcune case di pietra praticamente senza finestre, sparse fra una distesa desolata di capanne coperte di paglia; le strade erano soltanto dei passaggi informi e non pavimentate. Branchi di cani e di bambini nudi giocavano al sole facendo vita e rumore; maiali vagavano e gironzolavano bellamente intorno, e una scrofa sdraiata in un pantano puzzolente nel bel mezzo dell’arteria principale allattava i suoi piccoli. Ora si senti da lontano uno squillo di musica militare: arrivò più vicino, ancora più vicino, ed eccoti apparire alla vista una nobile cavalcata, gloriosa di elmi piumati e maglie scintillanti e vessilli al vento e ricchi mantelli e gualdrappe e lance dorate; e attraverso letame e porci, e monelli nudi, e cani festanti, e capanne logore prese la sua brava strada, e noi seguimmo l’onda. La seguimmo per un sentiero tortuoso e poi per un altro — e in salita, sempre in salita — finché alla fine raggiungemmo la ventosa altura dove sorgeva l’enorme castello. Ci fu uno scambio di squilli di tromba; poi un parlamentare dalle mura, dove uomini armati, in usbergo e morione, marciavano avanti e indietro con l’alabarda alla spalla sotto penzolanti vessilli con sopra bene in vista l’arcigna figura di un drago; e poi i grandi battenti vennero aperti di scatto, il ponte levatoio si abbassò, e la testa della cavalcata si slanciò in avanti sotto le grezze arcate; e noi, al seguito, ci trovammo presto in un grande cortile pavimentato, con torri e torrette svettanti nell’aria azzurra su tutti e quattro i lati; e tutt’intorno a noi si svolgeva la discesa da cavallo, e molti saluti e cerimonie, e un correre avanti e indietro, e un gaio dispiegarsi e mescolarsi di colori in movimento, e un’altrettanto piacevole agitazione e trambusto. Appena ne vidi la possibilità, sgusciai da parte di nascosto e toccai sulla spalla un vecchio che sembrava un uomo normale e dissi, con fare insinuante e confidenziale: — Amico. fammi una cortesia. Appartieni al manicomio, o sei qui solo in visita o qualcosa del genere?Mi guardò stupito e disse:— Dolce, gentile signore, parmi… — Basta così — dissi capisco che siete un paziente. Mi allontanai meditabondo, e nello stesso tempo tenendo d’occhio un eventuale viaggiatore sano di mente che potesse unirsi a me e darmi qualche lume. Ritenni di averne trovato uno, a un certo punto; cosi mi misi al suo fianco e gli dissi all’orecchio:Se potessi vedere il guardiano capo un minuto.., soltanto un minuto… — Di grazia non tangetemi. Tangervi che cosa?- Ostacolarmi, allora, se la parola vi piace di più. Poi andò avanti a dire che era un sottocuoco e non poteva mettersi a chiacchierare, anche se gli sarebbe piaciuto farlo un’altra volta; per cui avrebbe confortato la sua vera natura il sapere dove avevo preso i miei vestiti. Andandosene mi indicò uno laggiù e disse che quello era abbastanza sfaccendato per i miei scopi e inoltre mi Stava cercando, senza dubbio. Questo era un ragazzo magro e svagato, in calzamaglia color gambero che lo faceva assomigliare a una carota biforcuta; il resto del suo abbigliamento era fatto di raffinati Pizzi e sbuffi in seta blu; e aveva lunghi riccioli biondi, e portava un berretto in seta rosa, adorno di piume, piegato vezzosamente sull’orecchio. Dalla sua apparenza, era di buon carattere; dalla sua andatura, era soddisfatto di sé. Era carino abbastanza da meritare una….
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Da quando frequentando la rete ho avuto modo di leggere blogs realizzati da chi frequenta il mondo della scuola ho iniziato a guardare con occhi diversi quello che succede nel mondo dell’istruzione. Prima ero distratto come tutti quelli che hanno chiuso con gli studi da anni e non hanno neppure dei figli che li “obbligano” a rimanere in questo ambiente. Ora le cose sono cambiate, un filo d’attenzione ce la metto….. e dovremmo farlo tutti. Forse sono queste riflessioni che mi hanno indotto a pubblicare questo breve racconto di Asimov, o forse la passione per un genere, la scienze fiction, che non è solo “spade laser” (che per la cronaca non amo) ma anche una fonte d’occasioni per riflettere pur giocando con la fantasia. Nota: il racconto è corto, per questo eccezionalmente lo pubblico integralmente e non nella misura delle consuete “100 righe”.
Margie lo scrisse perfino nel suo diario, quella sera. Sulla pagina che portava la data 17 maggio 2157, scrisse: “Oggi Tommy ha trovato un vero libro!”.
Era un libro antichissimo. Il nonno di Margie aveva dello una volta che, quand’era bambino lui, suo nonno gli aveva detto che c’era stata un’epoca in cui tutte le storie e i racconti erano stampati su carta. Si voltavano le pagine, che erano gialle e fruscianti, ed era buffìssimo leggere parole che se ne stavano ferme invece di muoversi, com’era previsto che facessero: su uno schermo, è logico. E poi, quando si tornava alla pagina precedente, sopra c’erano le stesse parole che loro avevano già letto la prima volta. “Mamma mia, che spreco” disse Tommy. “Quand’uno è arrivato in fondo al libro, che cosa fa? Lo butta via, immagino II nostro schermo televisivo deve avere avuto un milione di libri, sopra, ed è ancora buono per chissà quanti altri. chi si sognerebbe di buttarlo via?”. Lo stesso vale per il mio” disse Margie. Aveva undici anni lei, e non aveva visto tanti telelibri quanti ne aveva visti Tommy. Lui di anni ne aveva tredici. “Dove l’hai trovato?” gli domandò. “In casa”. Indicò senza guardare, perché era occupatissimo a leggere. “In solaio”. “Di che cosa parla?”. Di scuola”. Di scuola? – II tono di Margie era sprezzante – Cosa c’è da scrivere, sulla scuola? Io, la scuola, la odio”.
Margie aveva sempre odiato la scuola, ma ora la odiava più che mai. L’insegnante meccanico le aveva assegnato un test dopo l’altro di geografia, e lei aveva risposto sempre peggio, finché la madre aveva scosso la testa, avvilita, e aveva mandato a chiamare l’Ispettore della Contea.
Era un omino tondo tondo, l’Ispettore, con una faccia rossa e uno scatolone di arnesi con fili e con quadranti. Aveva sorriso a Margie e le aveva offerto una mela, poi aveva smontato l’insegnante in tanti pezzi. Margie aveva sperato che poi non sapesse più come rimetterli insieme, ma lui lo sapeva e, in poco più di un’ora, l’insegnante era di nuovo tutto intero, largo, nero e brutto, con un grosso schermo sul quale erano illustrate tutte le lezioni e venivano scritte tutte le domande. Ma non era quello, il peggio. La cosa che Margie odiava soprattutto era la fessura dove lei doveva infilare i compiti e i testi compilati. Le toccava scriverli in un codice perforato che le avevano fatto imparare quando aveva sei anni, e il maestro meccanico calcolava i voti a una velocità spaventosa.
L’ispettore aveva sorriso, una volta finito il lavoro, e aveva accarezzato la testa di Margie. Alla mamma aveva detto: “Non è colpa della bambina, signora Jones. Secondo me, il settore geografia era regolato male. Sa, sono inconvenienti che capitano, a volte. L’ho rallentato. Ora è su un livello medio per alunni di dieci anni. Anzi, direi che l’andamento generale dei progressi della scolara sia piuttosto soddisfacente”. E aveva fatto un’altra carezza sulla testa a Margie.
Margie era delusa. Aveva sperato che si portassero via l’insegnante, per ripararlo in officina. Una volta s’erano tenuti quello di Tommy per circa un mese, perché il settore storia era andato completamente a pallino. Così disse a Tommy: “ ma cosa gli viene in mente a uno di scrivere un libro sulla scuola?”
Tommy la squadrò con aria di superiorità. “Ma non è una scuola come la nostra, stupida! Questo è un tipo di scuola molto antico, come l’avevano centinaia e centinaia di anni fa”. Poi aggiunse altezzosamente, pronunciando la parola con cura. Secoli fa”.
Margie era offesa. “Be’, io non so che specie di scuola avessero, tutto quel tempo fa”. Per un po’ continuò a sbirciare il libro, china sopra la spalla di lui, poi disse: “In ogni modo, avevano un maestro”. “Certo che avevamo un maestro, ma non era un maestro regolare. Era un uomo”.
“Un uomo? Come faceva un uomo a fare il maestro?”
“Be’, spiegava le cose ai ragazzi e alle ragazze, dava da fare dei compiti a casa e faceva delle domande”.
“Un uomo non è abbastanza in gamba”.
“Sì che lo è. Mio papa ne sa quanto il mio maestro”.
“Ma va’! Un uomo non può saperne quanto un maestro”.
“Ne sa quasi quanto il maestro, ci scommetto”.
Margie non era preparata a mettere in dubbio quell’affermazione. Disse: “Io non ce lo vorrei un estraneo in casa mia, a insegnarmi”.
Tommy rise a più non posso. “Non sai proprio niente, Margie. Gli insegnanti non vivevano in casa. Avevano un edificio speciale e tutti i ragazzi andavano là”.
“E imparavano tutti la stessa cosa?”.
“Certo, se avevano la stessa età”.
“Ma la mia mamma dice che un insegnante dev’essere regolato perché si adatti alla mente di uno scolaro o di una scolara, e che ogni bambino deve essere istruito in modo diverso”.
“Sì, però loro a quei tempi non facevano così. Se non ti va, fai a meno di leggere il libro”.
“Non ho detto che non mi va, io” si affrettò a precisare Margie. Certo che voleva leggere di quelle buffe scuole.
Non erano nemmeno a metà del libro quando la signora Jones chiamò: “Margie! A scuola!”.
Margie guardò in su. “Non ancora, mamma”.
“Subito! – disse la signora Jones. – E sarà ora di scuola anche per Tommy, probabilmente”.
Margie disse a Tommy: “Posso leggere ancora un po’ il libro con te, dopo la scuola?”.
“Vedremo” rispose lui, con noncuranza. Si allontanò fischiettando, il vecchio libro polveroso stretto sotto il braccio.
Margie se ne andò in classe. L’aula era proprio accanto alla sua cameretta, e l’insegnante meccanico, già in funzione, la stava aspettando. Era in funzione sempre alla stessa ora, tutti i giorni tranne il sabato e la domenica, perché la mamma diceva che le bambine imparavano meglio se imparavano a orari regolari.
Lo schermo era illuminato e diceva: “Oggi la lezione di aritmetica è sull’addizione delle frazioni proprie. Prego inserire il compito di ieri nell’apposita fessura”.
Margie obbedì, con un sospiro. Stava pensando alle vecchie scuole che c’erano quando il nonno di suo nonno era bambino. Ci andavano i ragazzi di tutto il vicinato, ridevano e vociavano nel cortile, sedevano insieme in classe, tornavano a casa insieme alla fine della giornata. Imparavano le stesse cose, così potevano darsi una mano a fare i compiti e parlare di quello che avevano da studiare.
E i maestri erano persone…
L’insegnante meccanico faceva lampeggiare sullo schermo: “Quando addizioniamo le frazioni 1/2 + 1/4…”.
Margie stava pensando ai bambini di quei tempi, e a come dovevano amare la scuola. Chissà, stava pensando, come si divertivano!
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La terra era stata vinta, e totalmente soggiogata. Quindici sole astronavi avevano sgominato l’imponente forza aerea del Concilio Mondiale. Per gli altri era stato uno scherzo quasi un divertimento. Pochi paesi, tra i quali l’Inghilterra sempre fedele alla sua centenaria tradizione di resistere fino all’ultimo sangue, continuarono da soli a combattere; ma fu una lotta vana e breve, se di lotta si può parlare. Non un solo incrociatore nemico fu sfiorato dai proiettili nucleari terrestri, né risulta che alcun soldato invasore avesse subito il minimo danno. Quando, a Londra, una popolosa zona di oltre dieci chilometri quadrati di superficie venne completamente rasa al suolo da un potente missile nemico, anche gli inglesi rinunciarono alla loro donchisciottesca resistenza, e si unirono al Concilio mondiale per sentire le condizioni della resa. anche il più patriottico dei terrestri si rendeva conto che ne le migliori armi della terra, né i più grandi scienziati né i soldati meglio addestrati potevano nulla contro una flotta tanto superiore. Era stata meno impari la lotta che duecento anni prima aveva opposto gli zulu catewayo con le loro frecce ai fucili dell’Impero Britannico. E quel ch‘era più triste, non restava neppure la magra consolazione di essersi arresi a degli esseri di una superiore struttura biologica. Non furono creature d una palpitante sostanza gelatinosa, con magari undici occhi color porpora, quattro sessi diversi, e una farne insaziabile d’ossido di germanio, a scendere dalla scintillante astronave ammiraglia per annichilire l’umanità. Ne emerse invece maestosa, la figura super-antropomorfica d‘un certo generale Milvan, che benchè proveniente da una diversa e lontana galassia, differiva dai terrestri solo nel quoziente d’intelligenza che secondo la misura umana raggiungeva valore quattrocento. Il generale Milvan era la negazione vivente della teoria secondo cui un quoziente d’intelligenza elevato è inscindibile da un carattere altamente umanitario. Alto più di due metri con una muscolatura da campione di culturismo messa in evidenza dalla tuta aderente e scintillante, era un meraviglioso esemplare di essere pensante. Aveva la fronte spaziosa e grandi occhi luminosi, caratteristiche d’un essere superiore. Lo si sarebbe detto un dio appena sceso dall’Olimpo, se non si pensava alla flotta aerea terrestre distrutta senza preavviso, e alle decine di città bombardate con spietata .. efficienza. Questo, e il suo sorriso arrogante, guastavano il primo effetto di quasi assoluta perfezione. Con grande sorpresa di tutti il conquistatore parlò nel francese inglesizzato che costituiva la lingua ufficiale del Concilio Mondiale. Mentre i suoi uomini distruggevano astronavi e città, spiego il generale, lui aveva dato un occhiata ad alcuni libri e registrazioni salvati dalle rovine. La lingua, si lamentò, era inadeguata alla sua mente superiore, ma per l’occasione poteva servire, dato che aveva a che fare con menti semplici alle quali bastavano semplici idee. In un’ora O due, disse, e il suo discorso Io provava aveva raggiunto la perfetta padronanza d’un vocabolario non indifferente. In piedi di fronte al Concilio fiancheggiato dalle due guardie del corpo che erano scese con lui dalla nave ammiraglia, mentre la sua flotta incombeva minacciosa al di sopra del Palazzo del Concilio comunicò al tetro auditorio di vinti le sue “La nostra politica — disse è sempre stata di sterminare le razze animali inferiori con cui venivamo a contatto. Questa volta, comunque, abbiamo deciso di risparmiare dopo una salutare dimostrazione del nostro potere una parte dei bipedi inferiori, per costituire una specie di Impero Coloniale”. Era chiaro dal suo tono che considera va quella concessione come un grande gesto di magnaminità Ed era altrettanto chiaro che solo degli stupidi burocrati potevano aver concepito una dottrina tanto semplicistica. Sterminare le razze inferiori e ripopolare il mondo rimodellandolo a proprio piacimento! Un sistema sbrigativo e senza fastidi Non ci sarebbero state popolazioni ostili di cui preoccuparsi in seguito. “In Cambio della vostra spontanea collaborazione – concluse – prenderemo in considerazione la possibilità di usare il pianeta come nostra base, almeno per qualche tempo. Vi sarà anche permesso di continuare a dedicarvi ad alcune delle vostre meschine attività, quando non dovrete servire l’impero. Queste, comunque, sono le condizioni generali espresse nella vostra rudimentale lingua scritta”. Porse un foglio metallico al Presidente che io scorse in fretta, spalancando gli occhi incredulo. “Generale! — – protestò inorridito, il Presidente, dopo aver letto. — Le vostre condizioni sono intollerabilmente dure e degradanti!
…………………………
[Epilogo]
…….Innanzitutto non vi crederebbero. In secondo luogo considererò qualunque inutili chiacchiera su quanto è accaduto qui oggi come un affronto personale, e non sarò molto clemente con chi non saprà tenere la bocca chiusa. Lasciamo all’Esercito… a quello che rimane dell’Esercito, il merito di tutto. Ammiccò furbescamente. “Se la gente sapesse che esisto davvero, diventerebbe oltraggiosamente buona, non per innata virtù, ma per istintiva, animalesca paura. E non è questo che voglio”.
Il Presidente si era alzato.“Ma perché ci avete salvato?” azzardo timidamente.“Domanda giusta. . Il diavolo si interruppe un attimo per ascoltare l’urlo di un potente motore, che svaniva in lontananza. “Ecco il generale che se ne va — pensò a voce alta. — Un po’ pazzo, malgrado il suo indiscutibile talento come sterminatore di masse. Mi fa considerare con interesse il suo mondo, sapete — confidò agli ancora stupefatti e immobili membri del Concilio. A giudicare dai tratti iperumani del generale, il suo pianeta dovrebbe costituire per me un’autentica miniera. In quanto alla vostra domanda, buon uomo, c’è una canzone che dice: ‘Non prendete a calci il mio cane”. E con una sonora risata, scomparve, La Terra era nuovamente libera.
Di questo breve racconto non pubblico solo le tradizionali 100 righe iniziali ma anche il finale. Le parole dette dal diavolo agli umani prima di sparire fanno un certo effetto.
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Nel prossimo secolo, gli avvenimenti prenderanno una piega mortale per noi — sibilò Drax, dio tritoniano della guerra, rivolto all’assemblea degli dèi dell’Occidente. – A meno di cambiare questo stato di cose.
Il divino consesso rabbrividì, e il brivido si ripercosse per tutto l’universo. La voce di Entigta, dio del mare della Gorgonia (un reame talmente antico da essere già scivolato nella leggenda quando lmhotep costruì per re Zoser la prima piramide), emerse gorgogliando dal viluppo di tentacoli: — E non sapresti dirci la vera natura del pericolo
No. La mia scienza mi offre solo quest’altra traccia: l’origine dei nostri guai sarà il continente Poseidonis, e più precisamente il regno del Lorsk. C’è qualcosa che sembra indicare quale causa di tutto un appartenente a quella famiglia reale. Inoltre credo che anche i miei ci si debbano trovare coinvolti, ma di questo non sono sicuro. Da quando re Ximenon è venuto in possesso di quel maledetto anello non riesco più a entrare in contatto con lui o con i suoi.
— Allora, caro collega, la cosa è nel tuo dipartimento disse Entigta, rivolgendosi a Okma, dio della sapienza di Poseidonis (o Pusahd, per usare il nome più antico). – Come è composta la famiglia reale del Lorsk?
— Re Zhabutir; Vakar e Kuros, suoi figli, e il figlio ancora in fasce di quest’ultimo — rispose Okma. — Io sospetterei del principe Vakar. E talmente ottuso, dal punto di vista spirituale, che non riesco nemmeno a parlargli direttamente.
I tentacoli di Entigta fremettero. — Se non possiamo comunicare con questo mortale, come faremo a convincerlo a cambiar strada?
— Potremmo chiedere consiglio ai nostri dèi. . . — propose scherzando il dio dei coraniani, un piccoletto con orecchie da pipistrello. Tutti gli dèi risero, da perfetti scettici incalliti.
— Un modo esiste — riprese Drax, col suo caratteristico sibilo da serpente. — Possiamo istigare contro di lui altri mortali.— Mi oppongo! — protestò Okma. — Vakar del Lorsk mi è devoto, nonostante il difetto che ha. Non manca mai di sacrificare giovenchi sui miei altari. E poi, non avete pensato che questo corso di eventi potrebbe essere preordinato da un fato inflessibile, che neppure gli dèi potrebbero cambiare? — Non ho mai condiviso questa filosofia servile — sibilò Drax facendo guizzare la lingua biforcuta. Voltò la testa triangolare verso Entigta: — Caro collega, tra tutti noi tu sei quello che ha i guerrieri migliori. Ordina che distruggano la famiglia reale del Lorsk. Anche tutto il paese, se è necessario. — Ehi, un momento! — esclamò Okma. — Anche gli dèi della Poseidonis… — (li cercò con lo sguardo e vide che Tandyla aveva chiuso tutt’e tre gli occhi e che Lyr era intento a grattarsi le incrostazioni) — .. . me compreso. . . dovrebbero dare la loro approvazione prima di scatenare una devastazione simile sopra il loro stesso… Tutti gli altri dèi (quelli almeno di estrazione non pusadiana) si affrettarono a zittirlo. — Faccia di seppia — concluse Drax, — non perder tempo, o fra poco sarà troppo tardi. A Sederado, capitale di Ogygia nelle Hesperidi, la regina Porfi era in camera sua. Aveva i capelli neri come la notte, e gli occhi dello stesso colore degli smeraldi che portava in testa. Stava concedendo udienza a Gara!, primo ministro, un individuo tozzo, pelato e grassoccio, che emanava ingannevolmente un sincero buonumore e una genuina competenza.— Suvvia, signora — stava dicendo il ministro, mentre riavvolgeva un papiro. — Non fate davvero il vostro interesse, rifiutando di sposare il re dello Zhysk. Perché date peso a quel piccolo particolare? Anche se il re ha già tre regine e quattordici concubine. . — Piccolo particolare! — strillò la regina Porfia, che per essere vedova era fin troppo giovane. — Vancho non era niente di eccezionale, ma almeno, quando era vivo, quel bauscione era tutto per me. Non ho nessuna voglia di sposare la diciassettesima parte di un uomo, anche se di sangue reale. — La diciottesima — corresse Garal. — Però. — E poi, chi governerà Ogygia mentre io me ne starò a languire in una gabbia dorata ad Amferé? — Forse potreste passare qui la maggior parte del tempo, e farvi consolare dal giovane Thiegos.
— E quanto ci vorrebbe prima che re Shvo scoprisse tutto e ci uccidesse entrambi? Inoltre, nonostante tutte le belle promesse di rispettare la nostra indipendenza, manderebbe subito qualche rapace governatore zhyskiano a spremervi come limoni.
Garal fece un sobbalzo, ma poi si ricompose e continuò tranquillamente: — Eppure, una volta o l’altra, dovrete ben sposarvi. Persino i vostri sostenitori si lamentano perché non c’è. un uomo a capo dello stato. Sarebbero addirittura disposti ad accettare Thiegos…
— Non capisco cosa c’entri. L’isola prospera, e Thiegos, anche se piacevole come amante, come re non me lo vedo proprio.
— Pienamente d’accordo. Ma una volta o l’altra dovrete pure prendervi un marito, e non c’è nessuno che vada meglio di Shvo dello Zhysk. O c’è qualcun altro…?
— No. Tranne forse…
— Chi? — Garal si piegò in avanti, con gli occhi che brillavano interessati.
— Una vecchia sciocca idea. Quando da giovane andai ad Amferé, al matrimonio della figlia di Shvo, dieci anni fa, mi presi una cotta per un giovane principe, Vakar del Lorsk. Non era niente di eccezionale come bellezza e come fisico, ma aveva un certo non so che. .. una specie di arguzia irriverente, una fantasia alata, una profondità di vedute.., insomma, era tutto diverso da quei balordi di Suoi compatrioti. Mah, a quest’ora avrà già una dozzina di mogli, e si sarà dimenticato di Porfia, la ragazzina goffa e imbarazzata. Dunque, per quell’aumento dei diritti portuali…
Zeluud, re delle isole Gorgadi, stava schiacciando il pisolino pomeridiano, sdraiato su un divano dalle gambe d’avorio. Ad ogni inspirazjone la pancia gli si alzava e abbassava, e il fazzoletto di seta che gli copriva il volto si gonfiava ritmicamente sotto la spinta del reale respiro che fuorusciva ronfando sonoramente. Un nano negro, rapito nel Tartaro anni prima dai pirati di sua maestà, si aggirava per la camera in punta di piedi, con uno scacciamosche di foglie di palma, per colpire l’insetto molesto che avesse ardito recare offesa al reale riposo. Il re dell’antica Gorgonia sognava.
Sognava di trovarsi davanti al nero e umido trono di basalto di Entigta dalla testa di seppia, dio del mare della Gorgonia. Il re Capiva dalla colorazione scura che Entigta non era in vena di affabilità, e, dalla velocità con cui i colori si rincorrevano sulla pelle…
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Testimonianza di Louise Baltimore
Il DC-lO non avrebbe mai potuto farcela. È vero che si trattava di un ottimo aereo, anche se all’epoca la sua fama era ancora offuscata da un nugolo di controversie a causa degli incidenti avvenuti a Parigi e Chicago, ma quando si perde un pezzo d’ala di tali dimensioni non si ha più a che fare con una macchina volante, bensì con un mattone d’alluminio. E fu proprio come un mattone che arrivò giù il DC-lO: dritto dritto, in una spirale senza scampo.
Il 747, però, proprio come dicevo l’altro giorno a Wilbur Wright, è un aereo dotato di una delle cellule più affidabili che siano mai state costruite e sta alla pari col DC-3 Gooney Bird e col Fokker-Aérospatiale HST. Sta di fatto che questa balena dei cieli uscì meglio dalla collisione che non il DC-lO e anche se ferito a morte, riuscì ugualmente a raddrizzarsi e a riprendere il volo in assetto orizzontale e soprattutto a mantenerlo. Chi può dire quale sarebbe stato il suo destino, se non ci si fosse messa di mezzo quella montagna?
Non dimentichiamo neppure che quell’aereo conservò anche una straordinaria integrità strutturale quando urtò con la pancia e rotolò su se stesso, una manovra che nessuno aveva previsto alla Boeing nei parametri dei progettisti. La prova di tutto questo la si doveva dedurre dallo stato dei passeggeri: c’erano più di trenta corpi e nessuno era rimasto mutilato di un solo arto. Se l’apparecchio non avesse preso fuoco, ci sarebbero stati perfino dei volti intatti.
Ho sempre pensato che sarebbe uno spettacolo straordinario quello di poter assistere agli ultimi secondi della propria vita. O preferireste davvero morire nel vostro letto?
Be’, può darsi. Tanto morire in un modo o nell’altro non fa poi una gran differenza.
UN ROMBO DI TUONO»
Testimonianza di Bili Smith
Il mio telefono squillò la mattina del 10 dicembre, giusto un attimo prima dell’una.
Potrei chiudere qui e limitarmi a dire che il mio telefono squillava, ma ciò non basterebbe a comunicare l’importanza dell’avvenimento.
Una volta mi era capitato di spendere settecento dollari per una sveglia. Quando l’avevo comperata però non era ancora una sveglia e quando avevo finito di trafficarci sopra era molto di più. Il cuore dell’apparecchio era una sirena dell’allarme antiaereo, surplus della seconda guerra mondiale. Avevo aggiunto una cosina qua e una là e alla fine del mio lavoro non si sa bene chi tra lei e il terremoto di San Francisco sarebbe riuscito a tirare giù più gente dal letto.
Più tardi a questa macchina infernale avevo collegato il mio secondo telefono.
Mi ero procurato il secondo apparecchio quando mi ero accorto che ogni volta che suonava il primo facevo un balzo fino al soffitto. Solo sei persone dell’ufficio conoscevano il numero del nuovo telefono e così avevo brillantemente risolto due problemi. Avevo smesso di sussultare ad ogni squillo dell’apparecchio e non venivo più svegliato da qualcuno che veniva a dirmi che c’era stato l’allarme, che mi avevano chiamato, che io non avevo risposto e che quindi, qualcun altro aveva preso il mio posto nella squadra d’emergenza.
Vedete, io sono uno di quelli che dormono come un sasso. Lo sono sempre stato; per mandarmi a scuola mia madre doveva letteralmente buttarmi giù dal letto. Perfino in Marina, mentre tutti quelli attorno a me perdevano il sonno pensando al ponte di volo che li attendeva al mattino, io ronfavo tranquillo tutta notte e ci voleva il vocione del comandante per svegliarmi all’ora stabilita.E poi, bevo anche un po’. Sapete com’è. Da principio si comincia a bere solo ai party. Poi seguono un paio di bicchierini al termine della giornata. Dopo il divorzio avevo cominciato a bere da solo, perché per la prima volta in vita mia avevo difficoltà a prendere sonno. So benissimo che quello è appunto uno dei segnali premonitori, ma siamo ancora mille miglia lontani dall’alcolismo vero e propri Avevo però cominciato a prendere l’abitudine di arrivare i ritardo in ufficio e avevo deciso che era meglio prendere qualche provvedimento prima che ci pensasse qualcuno più in alt di me. Tom Stanley mi aveva consigliato di rivolgermi a uno psicologo, ma io ritengo che la mia sveglia speciale funzioni altre tanto bene. C’è sempre modo di risolvere i propri problemi, basta esaminarli e prendere gli opportuni provvedimenti. Per esempio, quando mi ero accorto che per tre settimane fila avevo bloccato la sveglia e mi ero rimesso a dormire, avevo spostato l’interruttore in cucina e lo avevo collegato alla ma china del caffè, perché quando si è già in piedi e il caffè comincia a gorgogliare, è ormai troppo tardi per tornare a dormir In ufficio ridevamo tutti di questa faccenda, la trovavano molto divertente. D’accordo, anche i topolini che corrono l’impazzata in un labirinto sono divertenti. E magari siete degli individui perfettamente equilibrati, senza un solo ingranaggio che stride o una molla troppo carica, ma se è così non voglio sentirne parlare. Andate a raccontarlo al vostro psichiatra. Così dicevo, il mio telefono squillò. Mi rizzai a sedere, guardandomi attorno, e mi resi conto che era ancora buio e capii che quello non era l’inizio di un’altra normale giornata in ufficio. Poi afferrai il ricevitore prima che il telefono facesse saltare via anche il secondo strato di vernice dai muri. Immagino che ci misi un po’ per portarmelo all’orecchi Avevo bevuto qualche bicchierino non troppe ore prima e no ero certo nella mia forma migliore soprattutto se svegliato i quel modo, sia pure per una chiamata d’urgenza. Sentii un silenzio sibilante, poi una voce incerta. – Il signor Smith? – Era una centralinista notturna della Commissione, una donna che non avevo mai conosciuto di persona.- Sì, sono io. – Attenda, prego, le passo il signor Petcher. Poi anche il sibilo scomparve e prima che potessi protestare…
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C’era una vorta assieme a un pavone n’a gallina che era amica sua
viveva sempre all’ombra della rota,nascosta da na pioggia de colori
di lì passava ogni tipo de uccello pappagallo..canarino..o fringuello er responso era sempre quello:che rota che colori che meravija…quer pavone sembra n’arcobbaleno doppo la pioggia de un giorno d’estate quanno torna er sereno!
da chiude l’occhi pè la troppa luce….nisuno..vedeva mai la pollastrella che nun pensava certo d’esse bella..passò er tempo e li splendidi colori cedettero un pò de smarto coll’età
e l’avanzare d’essa ar pavone offuscò un poco la vanità.passò d’appresso un gallo gran signore che vide la gallina pè un momento ner mentre er pavone chiudeva la su rota pè un seconno….non c’era un gran bagliore nell’occhi sua ma una luce ijera entrata drento ar core s’accorse de sembrà un passerotto ner chiedeje appuntamento er giorno doppo…chiese la gallina ar suo pavone..damme nà mano a fà bella figura!…passò la notte in bianco cò l’amica a tentà de dasse un pò de tono de colore pe esse un pò speciale
pè regge er confronto senza fasse troppo male…arrivò er matino presto de bon’ora er gallo tutto ganzo e mpomatato ije disse lui rivorto alla gallina:io sò re de stò pollaio della vita mia e…avevo scerto te comme reggina..ma qui davanti a me non ciò nà sposa ma n’accozzaglia de tanti colori me tocca chiude l’occhi a tanto scempio,allora ho sbagliato a giudicà la bellezza che t’ho visto drento!…………….si volevo addivertimme pè un giorno bastava der pavone la sua ruota coi colori sempre tinti a festa io stò cercanno invece nella massa l’unico colore che anch’io porto in testa….il rosso della cresta e dell’ammore….
je rispose allora la gallina spojiannose de tutti quell’orpelli:
Signore…guardateme nell’occhi…specchiateve nel fonno del mio cuore…..
parlò er gallo la voce rotta all’emozione disse piano:
c’iavete occhi dorci e belli che brilleno ner buio comme stelle
pè splende nun ve seve l’arcobaleno nè de sembrà n’antro pavone…de quelli è pieno er monno intero!
a me me serve solo nà reggina…pè stò pollaio ch’è la vita mia……
Oggi pubblico qualcosa che esce dal solito schema del Progetto 100 Righe. Le righe sono meno e questo si vede, ma, a parte la battuta, qui ci troviamo di fronte ad un inedito o, per lo meno, uno scritto che al momento non ha ancora avuto gli onori della carta patinata. L’autrice si firma con lo psudonimo di you don’t know me (ydkm)…potete scoprire qualcosa in più di lei seguendo il link al suo Yahoo! 360°. A me questa storiella è piaciuta e per questo la pubblico. A voi …lettori occasionali di queste pagine…l’invito ad una buona lettura
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Manhattan non dorme mai. Non chiude neanche gli occhi. Quel mattino alle tre era più letargica del solito e ugualmente più movimentata di un asilo nido pieno di bimbi iperattivi e imbottiti di generose dosi di zucchero e caffeina.
All’alba di un evento straordinario, Manhattan giaceva sveglia nell’oscurità.
Appena oltre l’orbita di Saturno, più di quaranta gradi oltre il piano dell’ellittica, alcune particelle ionizzate di vento solare incontrarono una perturbazione in un punto in cui non si era mai mosso nulla.
Lo spazio si era distorto. Un’anomalia innaturale ne aveva deformato il tessuto, ripiegandolo su se stesso e originando così un buco nero. Particelle cariche di elettricità, che in condizioni normali avrebbero attraversato intatte quella regione, presero invece a muoversi ad arco. Mentre la traiettoria del loro corso piegava verso la lente gravitazionale esse acquistarono velocità e, negli ultimi nanosecondi della loro esistenza fuori dall’orizzonte degli eventi, emisero raggi X come tante minuscole chiamate di soccorso.
Prima di stabilizzarsi, l’orizzonte degli eventi raggiunse un diametro di svariate centinaia di chilometri. Mentre il vento solare s’incanalava nella regione una grossa astronave nera emerse dal suo interno. La nave, scura quanto lo spazio da cui proveniva, girava lentamente su se stessa, assorbendo tutte le radiazioni dello spettro. Con l’attenuarsi della distorsione l’orizzonte degli eventi si ridusse fino a svanire, e l’unico ostacolo rimasto al vento solare fu la nave stessa.
Tozza e a forma di disco, l’immensa nave sfoggiava alettoni ottagonali. Era alta circa dieci chilometri e grossa come una piccola luna; gli alettoni misuravano più di dieci volte tanto. La nave cominciò a diminuire il proprio movimento rotatorio finoa rimanere immobile sotto la debole luce delle stelle. Poi cominciò a muoversi di propria iniziativa nel vento solare. La grossa figura nera girò su se stessa finché uno dei suoi alettoni puntò approssimativamente in direzione di una stella gialla di classe G. Più precisamente la sua meta era un piccolo pianeta azzurro la cui orbita era la terza fra i pianeti che giravano intorno a quel sole. Qualche istante più tardi la nave aumentò la spinta verso la Terra.
Il whup whup whup delle pale dell’elicottero aumentò in frequenza e volume mentre il pilota tirava il variatore. Il velivolo si sollevò di un metro dalla base alla periferia di Manhattan. I sei passeggeri avevano già allacciato le cinture di sicurezza, e i rumori nella cuffia del pilota erano rassicuranti. Per un momento egli lasciò fluttuare l’apparecchio a mezz’altezza sul cuscino d’aria mentre si passava la cintura intorno alle spalle, poi prese quota. I cerchi formati dalle luci dell’eliporto sulla Sessantesima di Manhattan si facevano sempre più piccoli. Fece piegare lentamente l’elicottero ed esaminò lo spazio aereo sopra i tetti degli edifici vicini. Giunto in vista dell’East River e dell’aeroporto Kennedy al di là, premette il variatore e spinse l’elicottero in avanti senza interromperne l’ascesa.
Quel tragitto da Manhattan al John Fitzgerald Kennedy gli piaceva molto, soprattutto al mattino, durante l’ora di punta. Era una delle poche rotte in cui era possibile “guidare” sopra le strade dell’isola. Provava un piacere immenso nel superare il traffico sulla Harry Truman e la Van Wyck, senza doversi preoccupare delle luci rosse di posizione o di surriscaldare il radiatore.
Raggiunse la quota di crociera a poca distanza dall’East River. Sotto di lui e alla sua sinistra il ponte di Queenesboro faceva del proprio meglio per condurre altra gente verso Manhattan.
Un’ombra apparsa d’improvviso fu la prima indicazione del pericolo. Seguendo l’istinto si abbassò. Non aveva modo di sapere se i passeggeri si lamentassero: la cuffia e il ruggito del motore coprivano ogni suono.
Era già quasi convinto di essersi sbagliato quando un sottile fascio di luce rossa attraversò in verticale il cielo ancora scuro. Spinse con tutte le forze il variatore cercando di virare, ma non ne ebbe il tempo. Il lamento dei rotori mutò improvvisamente d’intensità mentre le pale colpivano il dardo luminoso. L’elicottero si trasformò in un mitragliatore, scagliando nell’aria i pezzi del rotore sinistro frantumato. Nel giro di una frazione di secondo quella luce perforante ridusse ogni rotore alla metà della lunghezza, poi l’apparecchio stesso finì nella sua traiettoria. Come una sega elettrica mossa alla velocità della luce, il laser tagliò il velivolo in due parti. Il motore esplose, l’intelaiatura che copriva gli elementi rotanti andò in pezzi.In caduta libera. Un lungo istante del silenzio più totale venne rotto dalle grida dei passeggeri, mentre le due sezioni dell’elicottero precipitavano verso 1′East River. Il pilota pronunciò la parola che si è soliti ascoltare al termine delle registrazioni delle scatole nere.
Indifferente alla sorte dell’elicottero, un velivolo nero e privo di finestrini avanzò lungo la sua rotta sopra Roosevelt Island, puntando il laser ad altissimo potenziale verso la costa dell’isola di Manhattan. Poco più avanti del foro da cui emanava il raggio la bocca di un mitragliatore vomitò un fiume di proiettili, fitto al punto che il laser sembrava circondato da un fascio di luce scura.
In altri sette punti diversi della linea costiera di Manhattan, altrettante navi identiche alla prima tagliarono il terreno coi laser, dirigendo i proiettili verso le fessure aperte nel basamento roccioso. Il rumore delle cariche che esplodevano nel sottosuolo formava un brontolio continuo
L’unico brontolio che Matt Sheehan avvertì fu quello della vettura della metropolitana che si allontanava dalla stazione di Jay Street a Brooklyn, scendendo sotto l’East River. Dal finestrino l’oscurità era rotta solo dal chiarore occasionale di qua!che lampada di servizio. Di tanto in tanto coglieva qualche stralcio di conversazione, ma non vi prestava attenzione. La folla dell’ora di punta era così fitta che doveva stringere la piccola ventlquattr’ore nella stessa mano con cui si reggeva alla maniglia. La donna di fronte a Matt era rivolta verso la porta, fingendo come lui di non provare imbarazzo per la promiscuità. La massa di corpi ondeggiava compatta a ogni movimento brusco della vettura.Improvvisamente la donna alzò gli occhi verdi e si guardò intorno, furiosa. Studiò il volto delle persone intorno a sé e si fermò su quello di Matt. Sembrava abbronzata, ma a giudicare dalla levigatezza della sua pelle il colorito doveva essere più probabilmente un retaggio genetico. – Non mi sono affatto …..
Questo romanzo (titolo originale Manhattan Transfer) è uno tra i più “cinematografici” che abbia mai letto. Scorre veloce tra azione, tensione e un velo d’umorismo. Mi chiedo quando hollywood s’accorgerà di questo “gioiellino”. E’ vero…non sarà un capolavoro, ma un paio d’ore di sano divertimento sarebbero assicurate.
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Prologo
Sedeva solo, racchiuso.
Fuori c’erano le stelle, e una stella particolare col suo piccolo sistema di mondi. Poteva vederla con l’occhio della mente; nemmeno se avesse deopacizzato la finestra l’avrebbe vista con tanta chiarezza.
Una piccola stella, rosso-rosa, il colore del sangue e della distruzione, e con un nome appropriato. Nemesis!
Nemesis, la Dea della Punizione Divina.
Pensò di nuovo alla storia che aveva sentito una volta quand’era giovane.., una leggenda, un mito, la storia di un Diluvio Universale che aveva spazzato vi un’umanità degenere e peccaminosa, risparmiando un’unica famiglia con cui ricominciare.
Nessun diluvio, questa volta. Solo Nemesis.
La degenerazione dell’umanità era ritornata e la nemesis che l’avrebbe colpita era un castigo adeguato. Non si sarebbe trattato di un Diluvio Universale. Nulla di così semplice.
E se anche ci fossero stati dei superstiti… Dove sarebbero andati?
Come mai lui non provava dispiacere? L’umanità non poteva continuare così. Stava morendo lentamente per i propri misfatti. Invece di una morte lenta e atroce, una morte molto più rapida… Perché rammaricarsi? Lì, in orbita attorno a Nemesis, un pianeta. Un satellite che ruotava attorno al pianeta. E Rotor attorno al satellite.
Quell’antico Diluvio aveva condotto in salvo alcuni uomini in un’Arca. Lui aveva solo un’idea molto vaga di cosa fosse l’Arca, ma Rotor era l’equivalente dell’Arca. Trasportava un campione di umanità, che sarebbe rimasto al sicuro e avrebbe costituito la base per la costruzione di un mondo nuovo e molto migliore.Ma per il vecchio mondo… soltanto Nemesis! Pensò ancora alla stella. Una nana rossa, che seguiva inesorabile la sua rotta. La stella e i suoi mondi erano ai sicuro. La Terra no. Nemesis stava avanzando, Terra!
Per infliggere la Punizione Divina!
1 — Marlene
L’ultima volta che aveva visto il Sistema Solare, Marlene aveva poco più di un anno. Non lo ricordava, naturalmente.
Aveva letto parecchio sull’argomento, ma malgrado le letture aveva sempre avvertito il Sistema Solare come qualcosa di estraneo a lei, che non le apparteneva.
Nei suoi quindici anni di vita, ricordava solo Rotor. Lo aveva sempre considerato un mondo grande. Aveva un diametro di Otto chilometri, in fin dei conti. Di tanto in tanto da quando aveva dieci anni (una volta al mese, quando poteva) lo percorreva per fare del moto, prendendo, a volte, le corsie a bassa gravità per poter galleggiare un po’. Era sempre divertente. Sia che lei galleggiasse, sia che camminasse, Rotor continuava interminabile, coi suoi edifici, i suoi parchi, le sue fattorie, e soprattutto i suoi abitanti.
Marlene impiegava un giorno intero a percorrerlo, ma sua madre non aveva nulla in contrario. Diceva che Rotor era perfettamente sicuro. «Non come la Terra» diceva. Però non spiegava come mai la Terra non fosse sicura. «Non importa» tagliava corto.
La cosa che a Marlene piaceva di meno erano le persone. Sessantamila abitanti su Rotor, stando al nuovo censimento. Molti. Troppi. Ognuno di loro mostrava una faccia falsa. Marlene detestava vedere quelle facce false, sapendo che sotto si nascondeva qualcosa di diverso. Né poteva fare commenti. A voi te aveva provato, quard’era più giovane, ma sua madre si era arrabbiata e le aveva detto che non doveva mai dire certe cose.
Crescendo, la falsità degli altri le era apparsa in modo ancor più chiaro, ma le aveva dato meno fastidio. Marlene aveva imparato ad accettarla e a stare il più possibile da sola, coi propri pensieri.
Ultimamente, i suoi pensieri erano rivolti spesso a Entro, il pianeta attorno a cui orbitavano da tanti anni, quasi da una vita per lei. Marlene non sapeva come mai quei pensieri le passassero per la testa, ma a tempo perso raggiungeva la piattaforma panoramica e fissava bramosa il pianeta. Le sarebbe piaciuto trovarsi là… proprio là, su Eritro.
Sua madre, spazientita, le chiedeva come mai desiderasse andare su un pianeta arido e deserto, ma Marlene non aveva mai una risposta. Non io sapeva. «Lo desidero, e basta» diceva lo stava osservando, ora, sola sulla piattaforma panoramica.
I rotoriani non andavano quasi mai sulla piattaforma. Avevano già visto tutto quanto, probabilmente, e chissà perché non avevano lo stesso interesse di Marlene per Eritro.
Eccolo; in parte illuminato, in parte buio. Marlene ricordava in modo vago due braccia che la reggevano e le mostravano Eritro emergere dallo spazio; ricordava di averlo visto di tanto in tanto, sempre più grande, via via che Rotor si avvicinava lentamente tanti anni fa.
Era un ricordo vero? In fin dei conti, lei aveva quasi quattro anni allora, quindi forse lo era.
Ma adesso a quel ricordo, vero o falso che fosse, si sovrapponevano altri pensieri, la percezione sconcertante delle dimensioni di un pianeta. Eritro aveva un diametro di oltre dodicimila chilometri, non di otto chilometri. Erano dimensioni che Marlene non era in grado di afferrare. Eritro non sembrava così grande sullo schermo, e lei non riusciva a immaginare di trovarsi sulla sua superficie e di spingere lo sguardo per centinaia di chilometri, o addirittura migliaia. Però sapeva che voleva farlo. Lo desiderava moltissimo.
Ad Aurinel non interessava Eritro, purtroppo. Aurinel diceva di avere altro a cui pensare; prepararsi per l’università, per esempio. Aveva diciassette anni e mezzo. Marlene ne aveva appena compiuti quindici. Una differenza minima dal momento che le ragazze si sviluppavano e maturavano più in fretta, pensò con un moto di ribellione.
Almeno, avrebbero dovuto avere uno sviluppo più rapido. Marlene si guardò e, delusa e costernata come al solito, rifletté che il suo aspetto era ancora quello di una bambina, bassa e tozza.
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TEMPO: Prima sera di un giovedì primaverile.
LUOGO: Una baracca di due stanze nel deserto, vicino — ma non troppo vicino: c’era più di un chilometro prima di trovare un altro edificio — a Indio, California, circa duecentocinquanta chilometri ad Est e -leggermente a Sud di Los Angeles.
In scena al levarsi del sipario: Luke Devereaux, solo.
Perché incominciamo con lui? Perché no?- Dobbiamo pure cominciare da qualche parte. E Luke, essendo uno scrittore di fantascienza, avrebbe dovuto essere molto più preparato degli altri a quel che stava per avvenire.
Vi presento Luke Devereaux. Trentasette anni, statura un metro e settantasette, peso, in questo momento, sessantacinque chili. Capelli rossi indomabili che non sarebbero mai stati a posto senza l’intervento di un barbiere, ma lui non andava mai da un barbiere. Sotto i capelli, occhi celesti che avevano molto spesso un’espressione distratta; quel tipo di occhi che non sai mai se ti vedono davvero anche quando ti guardano fisso. Sotto gli occhi, un naso lungo e sottile, centrato abbastanza bene in una faccia moderatamente lunga, non rasata da quarantotto ore o più.
Vestito, in quel momento (8,14 pm., Tempo Standard del Pacifico), di una maglietta bianca con la scritta Y.W.C.A. a lettere rosse, un paio di Levis sbiaditi e scarpe di tela molto sciupate.
Non lasciatevi fuorviare dalla scritta Y.W.C.A. Luke non è mai stato e non sarà mai membro dell’Associazione Cristiana delle Giovani. La maglietta apparteneva a Margie, sua moglie o ex moglie. (Luke non sapeva come stessero esattamente le cose:
lei aveva divorziato sette mesi prima, ma la sentenza non sarebbe diventata definitiva se non tra altri cinque mesi.) Quando lei aveva abbandonato il suo letto e la sua mensa, doveva aver lasciato quella maglietta in mezzo alle magliette di lui. Ltuke portava raramente magliette a Los Angeles, e quella l’aveva scoperta solo quel mattino. Gli andava bene — Margie -aveva una -taglia piuttosto grande — e perciò aveva deciso che, li solo nel deserto, ‘tanto valeva che l’indossasse un giorno, prima di considerarla uno straccio per pulire la macchina. Certo non valeva la pena di portarla o spedirla a Margie, anche se fossero stati in rapporti più amichevoli. Margie aveva divorziato dall’Y.W.C.A. molto prima di divorziare da lui e da allora non l’aveva più indossata. Forse l’aveva messa apposta tra le -sue magliette per fargli uno scherzo, ma Luke ne dubitava molto, ricordando di che umore era il giorno che se n’era andata.
Beh, gli capitò di pensare ad un certo momento, se Margie l’aveva lasciata per fargli uno scherzo, lo scherzo era fallito per lui l’aveva scoperta quando era solo, e quindi poteva addirittura indossarla. E se per caso Margie l’aveva lasciata apposta perché lui la trovasse, pensasse a lei e la rimpiangesse, s’era sbagliata anche in questo. Maglietta o non maglietta, qualche volta Luke pensava a lei, ma non ‘la rimpiangeva neppure un po’. Era di nuovo innamorato, e di una ragazza che era l’esatto contrario di Margie quasi sotto ogni punto di vista. Si chiamava Rosalind Hall, ed era stenografa agli Studi Paramount. Era pazzo di lei. Pazzo di lei. Pazzo di lei E questo contribuiva senza dubbio al fatto che si trovasse lì nella baracca, in quel momento, a chilometri da una strada asfaltata. La baracca era di proprietà di un suo amico, Carter Benson, anche lui scrittore, che qualche volta, nei mesi relativamente più freschi dell’anno, come in quel momento, la usava per lo stesso scopo in cui l’usava adesso Luke… la ricerca della solitudine alla ricerca di un’idea per un romanzo, alla ricerca di mezzi per vivere.
Luke era lì da tre giorni e stava ancora cercando e non aveva trovato niente tranne la solitudine. Quella non era mancata. Niente telefono, niente postino: e non aveva visto un altro essere umano, neppure in lontananza.
Ma pensava che proprio quel pomeriggio aveva cominciato a spuntargli un’idea. Era una cosa ancora troppo vaga, troppo diafana per metterla sulla carta, anche sotto forma di appunto; qualcosa d’impalpabile, forse, come una direzione del pensiero… ma comunque era qualcosa. Era un inizio, pensava lui, ed un notevole miglioramento in confronto al modo in cui era andata a Los Angeles.
Aveva attraversato la peggior crisi della sua carriera di scrittore, ed era quasi impazzito, nel senso letterale della parola, perché non aveva scritto una parola per mesi. E quel che era peggio, il suo editore lo assillava con frequenti lettere via aerea da New York, chiedendogli almeno un titolo da presentare per il suo prossimo libro. Tra quanto avrebbe finito il libro, e quando potevano programmarne l’uscita? Poiché gli avevano pagato cinque anticipi di cinquecento dollari, avevano il diritto di chiederglielo.
Alla fine, la pura disperazione e ci sono poche disperazioni più pure di quella d’uno scrittore che deve creare e non può l’aveva spinto a farsi prestare le chiavi della baracca di Carter Benson ed il suo uso per tutto il tempo necessario. Fortunatamente Benson aveva appena firmato un contratto di sei mesi con un produttore cinematografico di Hollywood e almeno per quel periodo non si sarebbe servito della baracca. E così, adesso Luke Devereaux era lì, e sarebbe rimasto lì fino a quando avesse preparato la trama del libro e avesse incominciato a scriverlo. Non sarebbe stato costretto a finirlo lì: quando l’avesse incominciato, sapeva che poteva concluderlo anche nel suo habitat originario, dove non sarebbe stato più costretto a negarsi le serate in compagnia di Rosalind Hall.
Ormai da tre giorni, dalle nove del mattino fino alle cinque del pomeriggio, aveva camminato avanti e indietro, cercando di concentrarsi. Sobrio, e spesso con la sensazione di impazzire. La sera, poiché sapeva che stillarsi il cervello troppo a lungo gli avrebbe fatto più male che bene, si concedeva una tregua: leggeva e beveva qualche drinks… una quantità che, come lui sapeva, lo rilassava ma non lo ubriacava e non gli lasciava i postumi della sbronza l’indomani mattina. Distribuiva meticolosamente i cinque drinks perché durassero fino alle undici. Le undici in punto erano per lui l’ora di andare a letto, lì nella baracca. Non c’è niente di -meglio della regolarità.., a parte il fatto che non l’aveva aiutato per niente.
Alle 20,14 aveva preparato il suo terzo drink, quello che doveva durargli fino alle ventuno, e aveva appena finito di berne il secondo sorso. Stava cercando di leggere, ma non ci riusciva molto bene perché la sua mente, adesso che lui si sforzava di concentrarsi sulla lettura, voleva invece pensare a scrivere. Spesso le menti sono fatte così.
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Per tutta la settimana, Robert Childan aveva tenuto d’occhio ansiosamente la posta, ma il prezioso pacchetto proveniente dagli Stati delle Montagne Rocciose non era arrivato. Così, quando aprì bottega il venerdì mattina, e sul pavimento, sotto la fessura della posta, vide solo lettere, pensò: Quest’oggi dovrò sorbirmi le furie del mio cliente.
Andò a prendersi una tazza di tè in polvere al distributore (funzionante con monetine da cinque cent), afferrò la scopa e cominciò a fare le pulizie. Ben presto ingresso e marciapiede furono spazzati e la ditta Manufatti Artistici Americani fu pronta per la giornata, tutta tirata a lucido, con il registratore di cassa pieno di spiccioli, un vaso di calendule fresche, e la radio che suonava musica in sottofondo. Fuori, sui marciapiedi, gli uomini d’affari camminavano svelti, diretti agli uffici lungo Montgomery Street. Lontano passò un tram della linea funicolare; Childan interruppe il lavoro per guardarlo, compiaciuto. Passarono alcune donne nei lunghi abiti di seta vivacemente colorata.., guardò anche quelle. Poi il telefono squillò. Childan si girò per rispondere.
Sì rispose al suo “pronto” una voce familiare. Childan sentì un tuffo al cuore. Qui è il signor Tagomi. E’arrivato il mio bando di reclutamento della Guerra di Secessione, signore? La prego di ricordare: me l’aveva promesso la settimana scorsa. — Parlava con voce monotona, brusca, ai limiti di quel che era prescritto dalla buona educazione, ai limiti delle regole di cortesia. — Non le ho forse dato un acconto, signor Childan, quando abbiamo concluso l’accordo? Deve essere un regalo, vede. Glielo avevo spiegato. Un cliente.
— Le ricerche approfondite che ho fatto a mie spese, signor Tagomi, signore — cominciò Childan — a proposito dell’oggetto promesso, originario di un’altra regione, come lei certo comprenderà e…
Ma Tagomi l’interruppe. — Dunque, non è arrivato.
— No, signor Tagomi, signore.
Una pausa glaciale.
— Non posso aspettare ulteriormente — disse Tagomi.
— No, signore. — Childan guardò tetramente oltre la vetrina, verso la giornata calda e radiosa e verso i palazzi di San Francisco.
— Qualcos’altro, allora. Cosa consiglia, signor Childen? Tagomi sbagliò volutamente a pronunciare il nome; un insulto contenuto entro le regole della buona educazione che fece bruciare le orecchie di Childan. Perdita della faccia, la spaventosa mortificazione della sua posizione. Le aspirazioni, le paure e i tormenti di Robert Childan esplosero, lo invasero, gli bloccarono la lingua. Balbettò, la mano appiccicata al microfono. L’aria nel negozio profumava di calendule; la musica continuava a suonare, ma lui si sentiva come se stesse precipitando in un mare lontano.
— Ecco… — riuscì a mormorare. — Una zangola per fare il burro. Una gelatiera del 1900 circa. — La sua mente si rifiutava di pensare. Proprio adesso che i ricordi erano confusi e c’era il rischio di ingannarsi. Aveva trentotto anni, e poteva ricordare i tempi prebellici, gli altri tempi. Franklin D. Roosevelt alla Fiera Mondiale; il vecchio mondo, migliore dell’attuale. — Potrei portarle alcuni desiderabili esemplari nel suo ufficio? — mormorò. Presero appuntamento per le due. Avrebbe dovuto chiudere il negozio, pensò, mentre riagganciava il ricevitore. Ma non aveva scelta. Doveva tenersi buoni quei clienti altolocati: tutto il suo commercio dipendeva dalla loro buona volontà.
Intanto si accorse che qualcuno — una coppia — era entrato nel negozio. Un giovanotto e una ragazza, entrambi molto attraenti e ben vestiti. I clienti ideali. Si calmò e si mosse con fare professionale, con sicurezza, verso di loro, sorridendo. I due si erano chinati per osservare un espositore, e avevano preso in mano uno splendido portacenere. Una coppia sposata, pensò. di quei marmittoni con la gomma eternamente in bocca, con le facce avide da contadino, che gironzolavano per Market Street, guardano a bocca aperta gli spettacoli erotici, i filmini pomo, le sale giochi, i night club di quart’ordine con le foto di bionde Viveva di certo nella Città delle Brume Avvolgenti, il nuovo, esclusivo quartiere dello Skyline, sopra Belmont.
— Buon giorno — disse, e subito si sentì meglio. Loro gli sorrisero con gentilezza, senza superiorità alcuna. La sua merce — veramente la migliore del suo genere, in tutta la Costa —li aveva messi un po’ in soggezione; lui se ne accorse e gliene fu grato. Loro capivano.
— Pezzi davvero eccellenti, signore — disse il giovanotto.
Childan si inchinò con naturalezza.
I loro occhi, caldi non solo di un legame umano, ma del comune piacere nel condividere la vista degli oggetti d’arte da lui venduti, il loro gusto e la loro soddisfazione, lo colpirono; gli erano grati perché Childan aveva cose come quelle, che loro potevano vedere, toccare, esaminare e maneggiare, magari senza neanche comprarle. Sì, pensò, sanno in che tipo di negozio si trovano; questa non è chincaglieria per turisti, niente targhe di legno di sequoia con la scritta “Bosco Muir, Marin County, Stati Americani del Pacifico”, o insegne con diciture umoristiche o anelli per ragazzine o cartoline con vedute del Ponte sulla Baia. Soprattutto gli occhi della giovane donna, enormi, neri. Potrei innamorarmi di una donna come questa, pensò Childan. E come sarebbe tragica la mia vita, allora: come se non lo fosse già abbastanza. I capelli neri ben pettinati, le unghie laccate, i lobi delle orecchie forati da cui pendevano i lunghi orecchini artigianali in rame.
— i suoi orecchini — mormorò. — Li ha acquistati qui, forse?
— No — disse lei. — In Patria.
Childan annuì. Non era arte contemporanea americana: solo il passato era rappresentato lì, in un negozio come il suo. —Vi tratterrete a lungo qui — disse — nella nostra San Francisco?
— Io sono assegnato qui a tempo indeterminato — disse l’uomo. Con la Commissione di Inchiesta del Piano per il Miglioramento del Tenore di Vita nelle Aree Depresse. — Gli si leggeva in faccia l’orgoglio. Non era un militare. Non uno di mezza età che si stringevano i capezzoli tra le dita grinzose e sorridevano oscenamente…
In un mondo dove Germania e Giappone hanno vinto la seconda guerra mondiale e si sono spartite l’America, un “libro” crea scompiglio. Germania e Giappone sconfitte: un suggestivo gioco dei SE che solo uno scrittore come Dick poteva creare….
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