Archivio per la Categoria “100 Righe”

Quand’ero molto piccolo ho visto un Dio. Scarpagnavo verso la Bisacconi. Scarpagnare vuole dire camminare a saltelli per via del dislivello, io abitavo in montagna, la scuola era in basso. Si scarpagna senza pause, con l’inerzia della discesa che impedisce di fermarsi, un continuo scuotimento nei giovani marroni e un piccolo ansito nei polmoncini. Le Bisacconi sono le scuole elementari del paese, un cubo giallo vomito dentro un giardino di erbacce barbare, e devono il loro nome a un uomo di nome Lutilio Bisacconi ricordato per essere morto sull’uscio di casa, ucciso dal cugino fascista.

Sulla lapide infatti c’è scritto:

Lutilio Bisacconi, caduto.

Poi si vede che non hanno pagato lo scalpellino o c’è stato un litigio ideografologico ma è finita lì: caduto. Non è specificato se in guerra, per la Resistenza, nel fiore degli anni, niente: caduto e basta.

Che a noi venne da pensare che allora nessuno cadeva come Tadeo, che a Otto anni già non ci vedeva un cazzo come un anziano e aveva i piedi cavallerizzi storti in dentro e voleva andare lo stesso in bicicletta e aveva una bicicletta che sembrava masticata da uno squalo e in più non distingueva un paracarro da un precipizio e soffriva anche di un tic che gli storceva la testa fuori strada, perciò cadeva quasi tutti i giorni e aveva la fronte bozzuta e un polso sempre fasciato, e le ginocchia egizie con i geroglifici di ghiaietto.

Perciò si poteva anche intitolare la scuola a lui: Tadeo, caduto, oppure cadente, oppure tanto prima o poi cade ancora. Parlai di questo in un tema e mi fecero un culo come una tinozza.

Ma quel giorno di fine inverno era così bello da andar fuori tema con ogni pensiero. I prati eran zuccherati di brina e il sole se li beveva mentre io cantavo a bassa voce: se mi vuoi lasciare dimmi almeno perché. Cantavo e correvo verso l’obiettivo formativo della scuola, la cartella mi sbatteva contro le gambe, i piedi mi dolevano per il gelo, c’era la galaverna e voli alti di uccelli. La valle, giù in fondo, sembrava una tavolozza di pittore.

Mi fermai a bere e a specchiarmi al lavatoio, ed ero brutto. Pieno di brufoli di ogni colore e forma, cuspidati, col craterino, a fico spremuto, a capezzolo (enumero). Poi avevo il naso adunco come quello di una gallina e una testa di capelli a propulsione verticale, uno scopino da cesso alla rovescia. Tutte le volte che sorridevo a una principessa, quella cercava rifugio presso il drago. Tutte le volte che andavo in giro coi miei amici moschettieri, loro mi nascondevano sotto i mantelli per non spaventar la gente.

A metà circa del tragitto dello scarpagnamento mi fermai a una vigna e rubai un grappolo di schizzozibibbo. Ogni chicco era grande come la mia testa (esagero), un grappolo di teste di me stesso, ognuna che gridava non mi mangiare. Per gustar meglio il bottino tirai fuori di tasca una crosta di paneterno. Niente, nella vita, ho incontrato che fosse duro come quella crosta. Neanche i denti di una mietitrebbia o di un caimano famelico lo avrebbero scalfito. La crosta sembrava forgiata nell’acciaio. La mollica aveva la consistenza di certe pietre, porose ma solidissime.

Così mi sedetti, poiché albeggiava e il sole infuocava la brina di strisce di brace e la linea

delle montagne sembrava un gigante assopito messo un po’ di gallone. Il rumore del fiume mi teneva compagnia poiché sapevo che dentro c’erano cavedani e lucci e barbi e acquadelle, tutte creature meravigliose nel loro guizzare ed esplorare pozze buie che noi non conosceremo mai, per non parlare degli scoiattoli, del tasso dormione, della talpa rugagna e del falco che planava sul mio zenit. E di due mucche pezzate che ruminavano sotto un albero e gli cadevano i marroni d’India in testa e loro erano felici.

Era un momento poetico, ma allora io facevo fatica a distinguere i momenti poetici tristi da quelli allegri, quindi quando sentivo arrivare un attacco di poesia era un po’ come quando si mobilita la budella e segnala e crepita prima della liberatoria, perciò quando sopraggiungeva il crampo dell’ecloga o del sonetto o dell’imperdibile istante, io ci mangiavo su.

Divaricai la mandibola come se volessi ingoiare l’orizzonte, mangiai Monte Mario, la stazione dei treni, un pezzo di strada cantonale e poi con rumore di tritura, un pezzo di pane. Si chiamava paneterno, perché poteva durare mille anni e si conservava sempre buono.

Quel pane lì lo potevamo mangiare solo io, il cane Fox che era un bracco grande come un cavallo, e la Strega Berega dentidighisa. Poiché la Strega Berega era una creatura fantastica inventata da me e da Selene (la mia pupa) e Fox il pane lo mangiava solo ammollato con acqua, latte e sbavatura autoprodotta, io ero l’unico a rosicchiare paneterno doc, e non per niente mi chimavano Lupetto.

Allora crac fece il pane doc sotto i miei canini e bau fece Fox lontano e ciac il sugo dello schizzozibibbo e non saprei sintetizzare il rumore del fiume ma il sole si alzò ancora e c’era odore di una certa felicità irripetibile.

Mangiai quattro chicchi e tre mi esplosero nella trachea, perché se un chicco di schizzozibibbo non ti va di giangone, cioè di traverso, allora vuole dire che non è buono, il chicco deve essere tutto compresso e turgido di sugo e zucchero e invidia d’ape, l’esplosione che avviene quando il dente lo ferisce è come una bomba, uno sborramento di gusto, e lo zibibbo va su per il naso e nei bronchi fino nel pancreas, e tu tossisci e godi e tossisci e godi e mentre tossisci mandi giù un altro chicco per godere di più.

Se non lo avete provato vi manca qualcosa, diceva il mio babbo che era rimasto col piede in una tagliola da volpi (ve lo racconto in seguito).

Allora son lì seduto per terra col culo gelato che mangio paneterno e schizzozibibbo e guardo un ragno che sferruzza, il sole che dilaga e intanto si fa ora di scuola. Mi sembra di sentire la campanella giù a valle, io l’orologio non ce l’hp, calcolo l’ora dal gelo dei piedi, è un gelo da sette e mezzo, con l’alluce addormentato, beato lui, e il calcagno che cigola.

Mi tiro su in piedi e di colpo il panorama si allarga, vedo le schiene dei pesci saltare nel fiume e la piazza del paese e Selene su una panchina che mi aspetta avvoltolando una treccia, e quella carogna statale del professor Testuggine che batte il piede perché sono in ritardo e il busto di Caduto Bisacconi nell’ingresso. Pregusto già quel buon odore scolastico di minestrina vomitata e formaggino tenuto sotto il culo e ….

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Cento perline variopinte

Le braccia chiare, venate d’azzurro, abbandonate sulle cosce

smunte leggermente allargate, non ce la fanno a salire fino alle

tempie che ti dolgono tanto, e i piedi sbuffano e traboccano

gonfi dalle pantofole schiacciate sul dietro dai calcagni dolenti

di calli duri e spinosi.

Piccola, sola, tutt’ossa, riesci appena ad allisciarti il grembiule

color vinaccia ancora inamidato, ultimo residuo del tuo esiguo

corredo, e con gli occhi alla finestra, alla quale è sapientemente

accostata la tua seggiola sbrindellata come il tuo volto

bianco, spii la vita che passa e esulta e palpita di mille germogli.

Ma è fuori… pensi, e a te non restano che gli occhi stanchi,

bruciati dal sole della vecchia campagna che indugiano lenti e

avidi sulla strada dominata dal mercato rionale come l’occhio di

una cinepresa, continuamente in bilico tra complicità e distacco;

e le mani piccole e dolenti non ce la fanno neppure a scostare

la tendina di cento perline variopinte.

Ma ci ha pensato Sonia prima di salutarti in fretta, l’ha spostata

e fissata al gancio sul telaio della finestra e la luce dorata

del primo pomeriggio ha invaso la stanza proiettando la sua ombra

che aveva appena cominciato ad allungarsi avvolgendoti in

un colore caldo.

Ti sei girata a salutarla ancora con gli occhi inondati di luce.

Sì, ci ha pensato Sonia. Lei s’è tirata fuori da qui. Con la fatica

tua ce l’hai fatta a risparmiarla a lei, come dovuto.

La strada è la tua vita, la passione di scrutare la gente studiandone

i tratti per intuirne la storia non è mai sfiorita. Ma

adesso le storie affiorano come immagini in bianco e nero.

Verrà la badante, triste figura di questa nuova società avara

d’amore e quando arriverà farà le stesse domande, petulante,

impertinente e sbufferà perché non troverai la forza né la voglia

di risponderle, ma solo di ingoiare lacrime tonde che sembrano

dure come le pillole che prendi mattino e sera, e in quanto a

lei… lei tornerà, forse domani, o dopo, a controllare se tutto va

bene. Ora la giovane russa, seccata dal tuo silenzio, con un gesto

nervoso ti avvicina di più ai vetri che si appannano del tuo fiato

stanco e affannato, e tu in quella nuvoletta di respiro vedi affiorare

i contorni di una donna giovane e fiera che, le spalle erette

coperte dai lunghi capelli fiammeggianti gonfie di vanità e

d’orgoglio, la generosa curva dei fianchi che si muove oscillante,

attraversa la strada spingendo la carrozzina azzurra lucida e

infiocchettata che ti prestava la sora Teresa solo quando scendevi

in paese. Lucida e piena di bimba e di trine sulle ruote alte,

come andavano allora.

Poi avverti la presenza della giovane ancora dietro di te.

Esitando appena ti giri piano, il volto sollevato sulle labbra

increspate che disegnano un lieve sorriso.

La guardi negli occhi e pensi: Ma tu, dimmi, un cuore ce

l’hai?

Forse tu sì.

Francesca Bertoldi ha recentemente pubblicato il libro Forse tu sì (Storie minimali). “Cento perline variopinte” è un estratto da questa pubblicazione.



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Saggezza bestiale

Date retta a me, lettori fortunati, voi che state per iniziare a gustare queste delizie, queste storie stuzzicanti e ammiccanti, scritte in una lingua italiana così pulita, così elegante, così piacevole: ebbene mettetevi nelle condizioni d’animo giuste per meglio apprezzare le pagine saporite in cui fra un poco sarete immersi. La cosa migliore da fare, a mio avviso, è quella di tornare con la memoria a certe esperienze che forse avete compiuto. Avete mai visitato un giardino zoologico, siete stati allo zoo, magari anche solo nel piccolo zoo di un circo di passaggio, un po’ mal messo, con pochi animali?

Forse alcuni di voi hanno partecipato addirittura a un safari fotografico, altri hanno passeggiato in parchi naturali, chiusi dentro una jeep, ma non basta ancora: prima di leggere queste storie è bene rammentare altre esperienze, come la frequentazione di un museo di storia naturale, oppure quella di un museo zoologico, o quella di un grande orto botanico. Così, se avete riportato la memoria in quei luoghi o a quelle immagini, siete quasi pronti. Ripensiamoci insieme un momento. Come è noto, gli zoo sono luoghi di delizie per noi che guardiamo, e forse luoghi non proprio lietissimi per gli animali che in essi sono rinchiusi. C’è, però, negli zoo, un’atmosfera speciale, in cui si è immersi. Noi li spiamo, loro contemplano noi, ci sono incroci di sguardi, dopo un po’ le parti sembrano rovesciate. C’è un certo saggio stupore negli occhi di quella scimmietta pensosa che ci guarda immobile. Chissà cosa penserà di noi, mentre segue il nostro sbracciarsi, le bizze che facciamo con i genitori e i loro amici e i figli degli amici, o mentre scuote il capo perché le sembra di capire che abbiamo mangiato troppo fiordilatte in trattoria e ora abbiamo un viso stranamente rosso? Nello zoo, noi e loro siamo molto vicini, siamo messi a confronto. Sentiamo ben presente, proprio per questa ragione, la grande distanza che ci separa. E dire che le bestie, specialmente nei libri, nei fumetti, nei film di animazione, perfino nei documentari scientifici televisivi, ricevono continue trasformazioni che devono rendercele più amiche, più vicine, più simili a noi. Chi pensa mai ai topi, a quei grossi topi di fogna dal muso grifagno, dalle zampette infide, dall’aria inconfondibile del divoratore, mentre legge le avventure di Topolino? E, tuttavia, Topolino è pur sempre un topo. E certo nessuno rammenta il proprio caro micione, addormentato in salotto, grosso e tenero come un ciambellone ricoperto di pelo, quando ammira le furfanterie di Gambadilegno, che è un gatto, come è noto. Gli animali veri hanno ben poco in comune con gli animali descritti, filmati, disegnati.

Un buon rapporto con gli animali si ottiene proprio quando si sa apprezzare la loro diversità, quando li sentiamo lontanissimi da noi, quando non pensiamo di doverli umanizzare ad ogni costo. Anche il micione del salotto, del quale pensiamo di sapere tutto, che spesso ci appare prevedibile (specialmente nel momento, o nei momenti, in cui ci domanda da mangiare, e spesso sembra il proprietario di un buon orologio, tanto è preciso nel chiedere il rispetto degli orari) è pur sempre un mistero, per noi, perfino lui. Moravia è stato il raffinato cronista di questo mistero. Nelle sue storie di animali è partito proprio da lì, dal desiderio di rispettare la loro distanza, la loro lontananza, proprio mentre si avvicina a loro moltissimo, proprio mentre li scruta con un occhio tanto acuto.

Quella che Moravia ha battezzato madre Na Tura, non è una signora buonissima, pronta a far doni, a fornire regali, delizie, premi. No, quando i Maia Lini vanno da lei a protestare perché gli uomini li mangiano, si svolge questa scena esemplare, degna di una attenta meditazione: “Ad un certo momento, quando siamo grassi al punto giusto, ecco, ci legano per i piedi a una specie di catena che scorre. La catena scorre con un fracasso terribile, e loro, via via, ci sgozzano, ci dissanguano, ci squartano, ci fanno a pezzi. Non insisto sul modo con il quale questi pezzi vengono poi preparati; basti dire che veniamo trasformati in tanti oggetti che loro, a quanto pare, chiamano salsicce, prosciutti, zamponi, salami e così via,

(…Prefazione di Antonio Faeti)

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— Camelot.. Camelot — dicevo tra me — non ricordo di averlo mai sentito, mi pare. Il nome del manicomio, probabilmente.
Era un paesaggio estivo tranquillo e riposante, bello come un sogno e solitario come la domenica. L’aria era piena del profumo dei fiori, e del ronzio degli insetti, e del cinguettio degli uccelli, e non c’erano persone, non c’erano carri, non c’era l’animazione della vita, nulla che si muovesse. La strada era piuttosto un sentiero tortuoso con impronte di zoccoli e ogni tanto deboli tracce di ruote da ambo i lati nell’erba, ruote che — a quanto sembrava — avevano i cerchioni larghi una spanna.
A un tratto comparve la bella personcina di una fanciulla di circa dieci anni, con una cascata di capelli biondi che le scendevano sulle spalle. Intorno al capo portava un cerchio di trecce rosso fiamma. Era l’acconciatura più dolce che mai avessi visto, tanta ce n’era. Camminava indolente, con la mente in quiete e la pace riflessa nel viso innocente. L’uomo del circo non le prestava attenzione, non sembrava nemmeno vederla. E lei, lei non era meravigliata per come era conciato, come se fosse abituata a qualcosa di simile ogni giorno della sua vita. Camminava con tanta indifferenza come avrebbe camminato assieme a una coppia di mucche; ma quando si accorse di me, allora vi fu un cambiamento! Alzò le braccia e rimase di pietra, a bocca aperta, gli occhi spalancati timorosi — l’im­magine della stupita curiosità con un tocco di paura. E se ne stava la a guardare, in una specie di affascinata stupefazione, finché non girammo l’angolo di un bosco e ci perse di vista. Che fosse meravi­gliata di me invece che dell’altro uomo, era troppo per me; non mi raccapezzavo. E il fatto che sembrasse considerarmi uno spettaco­lo,tralasciando completamente i suoi meriti a questo riguardo, era un altra cosa imbarazzante, e anche una dimostrazione di magnanimità sorprendente in una ragazzina così giovane. C’era da pensare. Andavo avanti come uno che sta sognando. Avvicinandoci alla città, cominciarono ad apparire segni di vita. Ogni tanto incontravamo una misera capanna. con un tetto di paglia, e intorno piccoli appezzamenti tenuti a campi e giardini mal coltivati. C’era anche gente: uomini bruni con capelli lunghi e arruf­fati che scendevano sulle facce e li facevano sembrare animali. Sia uomini che donne indossavano di regola una veste di stoffa grezza] che scendeva sotto il ginocchio e sandali di tipo primitivo, e molti portavano un collare di ferro. I bambini erano sempre nudi, ma nessuno sembrava accorgersene. Tutta questa gente mi fissava; parla­vano di me, correvano nelle capanne a chiamare le famiglie per guardarmi a bocca aperta: ma nessuno mai notava l’altro tipo, se non per fargli un umile saluto senza ottenere risposta. Nella città c’erano alcune case di pietra praticamente senza fine­stre, sparse fra una distesa desolata di capanne coperte di paglia; le strade erano soltanto dei passaggi informi e non pavimentate. Bran­chi di cani e di bambini nudi giocavano al sole facendo vita e rumore; maiali vagavano e gironzolavano bellamente intorno, e una scrofa sdraiata in un pantano puzzolente nel bel mezzo dell’arteria principale allattava i suoi piccoli. Ora si senti da lontano uno squillo di musica militare: arrivò più vicino, ancora più vicino, ed eccoti apparire alla vista una nobile cavalcata, gloriosa di elmi piumati e maglie scintillanti e vessilli al vento e ricchi mantelli e gualdrappe e lance dorate; e attraverso letame e porci, e monelli nudi, e cani festanti, e capanne logore prese la sua brava strada, e noi seguimmo l’onda. La seguimmo per un sentiero tortuoso e poi per un altro — e in salita, sempre in salita — finché alla fine raggiungemmo la ventosa altura dove sorgeva l’enorme castello. Ci fu uno scambio di squilli di tromba; poi un parlamentare dalle mura, dove uomini armati, in usbergo e morione, marciavano avanti e indietro con l’alabarda alla spalla sotto penzolanti vessilli con sopra bene in vista l’arcigna figura di un drago; e poi i grandi battenti vennero aperti di scatto, il ponte levatoio si abbassò, e la testa della cavalcata si slanciò in avanti sotto le grezze arcate; e noi, al seguito, ci trovammo presto in un grande cortile pavimentato, con torri e torrette svettanti nel­l’aria azzurra su tutti e quattro i lati; e tutt’intorno a noi si svolgeva la discesa da cavallo, e molti saluti e cerimonie, e un correre avanti e indietro, e un gaio dispiegarsi e mescolarsi di colori in movimento, e un’altrettanto piacevole agitazione e trambusto. Appena ne vidi la possibilità, sgusciai da parte di nascosto e toccai sulla spalla un vecchio che sembrava un uomo normale e dissi, con fare insinuante e confidenziale: — Amico. fammi una cortesia. Appartieni al manicomio, o sei qui solo in visita o qualcosa del genere?Mi guardò stupito e disse:— Dolce, gentile signore, parmi… — Basta così — dissi capisco che siete un paziente. Mi allontanai meditabondo, e nello stesso tempo tenendo d’oc­chio un eventuale viaggiatore sano di mente che potesse unirsi a me e darmi qualche lume. Ritenni di averne trovato uno, a un certo punto; cosi mi misi al suo fianco e gli dissi all’orecchio:Se potessi vedere il guardiano capo un minuto.., soltanto un minuto… — Di grazia non tangetemi. Tangervi che cosa?- Ostacolarmi, allora, se la parola vi piace di più. Poi andò avanti a dire che era un sottocuoco e non poteva met­tersi a chiacchierare, anche se gli sarebbe piaciuto farlo un’altra vol­ta; per cui avrebbe confortato la sua vera natura il sapere dove avevo preso i miei vestiti. Andandosene mi indicò uno laggiù e disse che quello era abbastanza sfaccendato per i miei scopi e inoltre mi Stava cercando, senza dubbio. Questo era un ragazzo magro e sva­gato, in calzamaglia color gambero che lo faceva assomigliare a una carota biforcuta; il resto del suo abbigliamento era fatto di raffinati Pizzi e sbuffi in seta blu; e aveva lunghi riccioli biondi, e portava un berretto in seta rosa, adorno di piume, piegato vezzosamente sull’o­recchio. Dalla sua apparenza, era di buon carattere; dalla sua anda­tura, era soddisfatto di sé. Era carino abbastanza da meritare una….

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Da quando frequentando la rete ho avuto modo di leggere blogs realizzati da chi frequenta il mondo della scuola ho iniziato a guardare con occhi diversi quello che succede nel mondo dell’istruzione. Prima ero distratto come tutti quelli che hanno chiuso con gli studi da anni e non hanno neppure dei figli che li “obbligano” a rimanere in questo ambiente. Ora le cose sono cambiate, un filo d’attenzione ce la metto….. e dovremmo farlo tutti. Forse sono queste riflessioni che mi hanno indotto a pubblicare questo breve racconto di Asimov, o forse la passione per un genere, la scienze fiction, che non è solo “spade laser” (che per la cronaca non amo) ma anche una fonte d’occasioni per riflettere pur giocando con la fantasia. Nota: il racconto è corto, per questo eccezionalmente lo pubblico integralmente e non nella misura delle consuete “100 righe”.

Margie lo scrisse perfino nel suo diario, quella sera. Sulla pagina che portava la data 17 maggio 2157, scrisse: “Oggi Tommy ha trovato un vero libro!”.

Era un libro antichissimo. Il nonno di Margie aveva dello una volta che, quand’era bambino lui, suo nonno gli aveva detto che c’era stata un’epoca in cui tutte le storie e i racconti erano stampati su carta. Si voltavano le pagine, che erano gialle e fruscianti, ed era buffìssimo leggere parole che se ne stavano ferme invece di muoversi, com’era previsto che facessero: su uno schermo, è logico. E poi, quando si tornava alla pagina precedente, sopra c’erano le stesse parole che loro avevano già letto la prima volta. “Mamma mia, che spreco” disse Tommy. “Quand’uno è arrivato in fondo al libro, che cosa fa? Lo butta via, immagino II nostro schermo televisivo deve avere avuto un milione di libri, sopra, ed è ancora buono per chissà quanti altri. chi si sognerebbe di buttarlo via?”. Lo stesso vale per il mio” disse Margie. Aveva undici anni lei, e non aveva visto tanti telelibri quanti ne aveva visti Tommy. Lui di anni ne aveva tredici. “Dove l’hai trovato?” gli domandò. “In casa”. Indicò senza guardare, perché era occupatissimo a leggere. “In solaio”. “Di che cosa parla?”. Di scuola”. Di scuola? – II tono di Margie era sprezzante – Cosa c’è da scrivere, sulla scuola? Io, la scuola, la odio”.

Margie aveva sempre odiato la scuola, ma ora la odiava più che mai. L’insegnante meccanico le aveva assegnato un test dopo l’altro di geografia, e lei aveva risposto sempre peggio, finché la madre aveva scosso la testa, avvilita, e aveva mandato a chiamare l’Ispettore della Contea.

Era un omino tondo tondo, l’Ispettore, con una faccia rossa e uno scatolone di arnesi con fili e con quadranti. Aveva sorriso a Margie e le aveva offerto una mela, poi aveva smontato l’insegnante in tanti pezzi. Margie aveva sperato che poi non sapesse più come rimetterli insieme, ma lui lo sapeva e, in poco più di un’ora, l’insegnante era di nuovo tutto intero, largo, nero e brutto, con un grosso schermo sul quale erano illustrate tutte le lezioni e venivano scritte tutte le domande. Ma non era quello, il peggio. La cosa che Margie odiava soprattutto era la fessura dove lei doveva infilare i compiti e i testi compilati. Le toccava scriverli in un codice perforato che le avevano fatto imparare quando aveva sei anni, e il maestro meccanico calcolava i voti a una velocità spaventosa.

L’ispettore aveva sorriso, una volta finito il lavoro, e aveva accarezzato la testa di Margie. Alla mamma aveva detto: “Non è colpa della bambina, signora Jones. Secondo me, il settore geografia era regolato male. Sa, sono inconvenienti che capitano, a volte. L’ho rallentato. Ora è su un livello medio per alunni di dieci anni. Anzi, direi che l’andamento generale dei progressi della scolara sia piuttosto soddisfacente”. E aveva fatto un’altra carezza sulla testa a Margie.

Margie era delusa. Aveva sperato che si portassero via l’insegnante, per ripararlo in officina. Una volta s’erano tenuti quello di Tommy per circa un mese, perché il settore storia era andato completamente a pallino. Così disse a Tommy: “ ma cosa gli viene in mente a uno di scrivere un libro sulla scuola?”

Tommy la squadrò con aria di superiorità. “Ma non è una scuola come la nostra, stupida! Questo è un tipo di scuola molto antico, come l’avevano centinaia e centinaia di anni fa”. Poi aggiunse altezzosamente, pronunciando la parola con cura. Secoli fa”.

Margie era offesa. “Be’, io non so che specie di scuola avessero, tutto quel tempo fa”. Per un po’ continuò a sbirciare il libro, china sopra la spalla di lui, poi disse: “In ogni modo, avevano un maestro”. “Certo che avevamo un maestro, ma non era un maestro regolare. Era un uomo”.

“Un uomo? Come faceva un uomo a fare il maestro?”

“Be’, spiegava le cose ai ragazzi e alle ragazze, dava da fare dei compiti a casa e faceva delle domande”.

“Un uomo non è abbastanza in gamba”.

“Sì che lo è. Mio papa ne sa quanto il mio maestro”.

“Ma va’! Un uomo non può saperne quanto un maestro”.

“Ne sa quasi quanto il maestro, ci scommetto”.

Margie non era preparata a mettere in dubbio quell’affermazione. Disse: “Io non ce lo vorrei un estraneo in casa mia, a insegnarmi”.

Tommy rise a più non posso. “Non sai proprio niente, Margie. Gli insegnanti non vivevano in casa. Avevano un edificio speciale e tutti i ragazzi andavano là”.

“E imparavano tutti la stessa cosa?”.

“Certo, se avevano la stessa età”.

“Ma la mia mamma dice che un insegnante dev’essere regolato perché si adatti alla mente di uno scolaro o di una scolara, e che ogni bambino deve essere istruito in modo diverso”.

“Sì, però loro a quei tempi non facevano così. Se non ti va, fai a meno di leggere il libro”.

“Non ho detto che non mi va, io” si affrettò a precisare Margie. Certo che voleva leggere di quelle buffe scuole.

Non erano nemmeno a metà del libro quando la signora Jones chiamò: “Margie! A scuola!”.

Margie guardò in su. “Non ancora, mamma”.

“Subito! – disse la signora Jones. – E sarà ora di scuola anche per Tommy, probabilmente”.

Margie disse a Tommy: “Posso leggere ancora un po’ il libro con te, dopo la scuola?”.

“Vedremo” rispose lui, con noncuranza. Si allontanò fischiettando, il vecchio libro polveroso stretto sotto il braccio.

Margie se ne andò in classe. L’aula era proprio accanto alla sua cameretta, e l’insegnante meccanico, già in funzione, la stava aspettando. Era in funzione sempre alla stessa ora, tutti i giorni tranne il sabato e la domenica, perché la mamma diceva che le bambine imparavano meglio se imparavano a orari regolari.

Lo schermo era illuminato e diceva: “Oggi la lezione di aritmetica è sull’addizione delle frazioni proprie. Prego inserire il compito di ieri nell’apposita fessura”.

Margie obbedì, con un sospiro. Stava pensando alle vecchie scuole che c’erano quando il nonno di suo nonno era bambino. Ci andavano i ragazzi di tutto il vicinato, ridevano e vociavano nel cortile, sedevano insieme in classe, tornavano a casa insieme alla fine della giornata. Imparavano le stesse cose, così potevano darsi una mano a fare i compiti e parlare di quello che avevano da studiare.

E i maestri erano persone…

L’insegnante meccanico faceva lampeggiare sullo schermo: “Quando addizioniamo le frazioni 1/2 + 1/4…”.

Margie stava pensando ai bambini di quei tempi, e a come dovevano amare la scuola. Chissà, stava pensando, come si divertivano!

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La terra era stata vinta, e totalmente soggiogata. Quindici sole astronavi avevano sgominato l’imponente forza aerea del Concilio Mondiale. Per gli altri era stato uno scherzo quasi un divertimento. Pochi paesi, tra i quali l’Inghilterra sempre fedele alla sua centenaria tradizione di resistere fino all’ultimo sangue, continuarono da soli a combattere; ma fu una lotta vana e breve, se di lotta si può parlare. Non un solo incrociatore nemico fu sfiorato dai proiettili nucleari terrestri, né risulta che alcun soldato invasore avesse subito il minimo danno. Quando, a Londra, una popolosa zona di oltre dieci chilometri quadrati di superficie venne completamente rasa al suolo da un potente missile nemico, anche gli inglesi rinunciarono alla loro donchisciottesca resistenza, e si unirono al Concilio mondiale per sentire le condizioni della resa. anche il più patriottico dei terrestri si rendeva conto che ne le migliori armi della terra, né i più grandi scienziati né i soldati meglio addestrati potevano nulla contro una flotta tanto superiore. Era stata meno impari la lotta che duecento anni prima aveva opposto gli zulu catewayo con le loro frecce ai fucili dell’Impero Britannico. E quel ch‘era più triste, non restava neppure la magra consolazione di essersi arresi a degli esseri di una superiore struttura biologica. Non furono creature d una palpitante sostanza gelatinosa, con magari undici occhi color porpora, quattro sessi diversi, e una farne insaziabile d’ossido di germanio, a scendere dalla scintillante astronave ammiraglia per annichilire l’umanità. Ne emerse invece maestosa, la figura super-antropomorfica d‘un certo generale Milvan, che benchè proveniente da una diversa e lontana galassia, differiva dai terrestri solo nel quoziente d’intelligenza che secondo la misura umana raggiungeva valore quattrocento. Il generale Milvan era la negazione vivente della teoria secondo cui un quoziente d’intelligenza elevato è inscindibile da un carattere altamente umanitario. Alto più di due metri con una muscolatura da campione di culturismo messa in evidenza dalla tuta aderente e scintillante, era un meraviglioso esemplare di essere pensante. Aveva la fronte spaziosa e grandi occhi luminosi, caratteristiche d’un essere superiore. Lo si sarebbe detto un dio appena sceso dall’Olimpo, se non si pensava alla flotta aerea terrestre distrutta senza preavviso, e alle decine di città bombardate con spietata .. efficienza. Questo, e il suo sorriso arrogante, guastavano il primo effetto di quasi assoluta perfezione. Con grande sorpresa di tutti il conquistatore parlò nel francese inglesizzato che costituiva la lingua ufficiale del Concilio Mondiale. Mentre i suoi uomini distruggevano astronavi e città, spiego il generale, lui aveva dato un occhiata ad alcuni libri e registrazioni salvati dalle rovine. La lingua, si lamentò, era inadeguata alla sua mente superiore, ma per l’occasione poteva servire, dato che aveva a che fare con menti semplici alle quali bastavano semplici idee. In un’ora O due, disse, e il suo discorso Io provava aveva raggiunto la perfetta padronanza d’un vocabolario non indifferente. In piedi di fronte al Concilio fiancheggiato dalle due guardie del corpo che erano scese con lui dalla nave ammiraglia, mentre la sua flotta incombeva minacciosa al di sopra del Palazzo del Concilio comunicò al tetro auditorio di vinti le sue “La nostra politica — disse è sempre stata di sterminare le razze animali inferiori con cui venivamo a contatto. Questa volta, comunque, abbiamo deciso di risparmiare dopo una salutare dimostrazione del nostro potere una parte dei bipedi inferiori, per costituire una specie di Impero Coloniale”. Era chiaro dal suo tono che considera va quella concessione come un grande gesto di magnaminità Ed era altrettanto chiaro che solo degli stupidi burocrati potevano aver concepito una dottrina tanto semplicistica. Sterminare le razze inferiori e ripopolare il mondo rimodellandolo a proprio piacimento! Un sistema sbrigativo e senza fastidi Non ci sarebbero state popolazioni ostili di cui preoccuparsi in seguito. “In Cambio della vostra spontanea collaborazione – concluse – prenderemo in considerazione la possibilità di usare il pianeta come nostra base, almeno per qualche tempo. Vi sarà anche permesso di continuare a dedicarvi ad alcune delle vostre meschine attività, quando non dovrete servire l’impero. Queste, comunque, sono le condizioni generali espresse nella vostra rudimentale lingua scritta”. Porse un foglio metallico al Presidente che io scorse in fretta, spalancando gli occhi incredulo. “Generale! — – protestò inorridito, il Presidente, dopo aver letto. — Le vostre condizioni sono intollerabilmente dure e degradanti!

…………………………

[Epilogo]

…….Innanzitutto non vi crederebbero. In secondo luogo considererò qualunque inutili chiacchiera su quanto è accaduto qui oggi come un affronto personale, e non sarò molto clemente con chi non saprà tenere la bocca chiusa. Lasciamo all’Esercito… a quello che rimane dell’Esercito, il merito di tutto. Ammiccò furbescamente. “Se la gente sapesse che esisto davvero, diventerebbe oltraggiosamente buona, non per innata virtù, ma per istintiva, animalesca paura. E non è questo che voglio”.

Il Presidente si era alzato.“Ma perché ci avete salvato?” azzardo timidamente.“Domanda giusta. . Il diavolo si interruppe un attimo per ascoltare l’urlo di un potente motore, che svaniva in lontananza. “Ecco il generale che se ne va — pensò a voce alta. — Un po’ pazzo, malgrado il suo indiscutibile talento come sterminatore di masse. Mi fa considerare con interesse il suo mondo, sapete — confidò agli ancora stupefatti e immobili membri del Concilio. A giudicare dai tratti iperumani del generale, il suo pianeta dovrebbe costituire per me un’autentica miniera. In quanto alla vostra domanda, buon uomo, c’è una canzone che dice: ‘Non prendete a calci il mio cane”. E con una sonora risata, scomparve, La Terra era nuovamente libera.

Di questo breve racconto non pubblico solo le tradizionali 100 righe iniziali ma anche il finale. Le parole dette dal diavolo agli umani prima di sparire fanno un certo effetto.

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Nel prossimo secolo, gli avvenimenti prenderanno una piega mortale per noi — sibilò Drax, dio tritoniano della guerra, rivolto all’assemblea degli dèi dell’Occidente. – A meno di cambiare questo stato di cose.
Il divino consesso rabbrividì, e il brivido si ripercosse per tutto l’universo. La voce di Entigta, dio del mare della Gorgonia (un reame talmente antico da essere già scivolato nella leggenda quando lmhotep costruì per re Zoser la prima piramide), emerse gorgogliando dal viluppo di tentacoli: — E non sapresti dirci la vera natura del pericolo
No. La mia scienza mi offre solo quest’altra traccia: l’origine dei nostri guai sarà il continente Poseidonis, e più precisamente il regno del Lorsk. C’è qualcosa che sembra indicare quale causa di tutto un appartenente a quella famiglia reale. Inoltre credo che anche i miei ci si debbano trovare coinvolti, ma di questo non sono sicuro. Da quando re Ximenon è venuto in possesso di quel maledetto anello non riesco più a entrare in contatto con lui o con i suoi.
— Allora, caro collega, la cosa è nel tuo dipartimento disse Entigta, rivolgendosi a Okma, dio della sapienza di Poseidonis (o Pusahd, per usare il nome più antico). – Come è composta la famiglia reale del Lorsk?
— Re Zhabutir; Vakar e Kuros, suoi figli, e il figlio ancora in fasce di quest’ultimo — rispose Okma. — Io sospetterei del principe Vakar. E talmente ottuso, dal punto di vista spirituale, che non riesco nemmeno a parlargli direttamente.
I tentacoli di Entigta fremettero. — Se non possiamo comunicare con questo mortale, come faremo a convincerlo a cambiar strada?
— Potremmo chiedere consiglio ai nostri dèi. . . — propose scherzando il dio dei coraniani, un piccoletto con orecchie da pipistrello. Tutti gli dèi risero, da perfetti scettici incalliti.
— Un modo esiste — riprese Drax, col suo caratteristico sibilo da serpente. — Possiamo istigare contro di lui altri mortali.— Mi oppongo! — protestò Okma. — Vakar del Lorsk mi è devoto, nonostante il difetto che ha. Non manca mai di sacrificare giovenchi sui miei altari. E poi, non avete pensato che questo corso di eventi potrebbe essere preordinato da un fato inflessibile, che neppure gli dèi potrebbero cambiare? — Non ho mai condiviso questa filosofia servile — sibilò Drax facendo guizzare la lingua biforcuta. Voltò la testa triangolare verso Entigta: — Caro collega, tra tutti noi tu sei quello che ha i guerrieri migliori. Ordina che distruggano la famiglia reale del Lorsk. Anche tutto il paese, se è necessario. — Ehi, un momento! — esclamò Okma. — Anche gli dèi della Poseidonis… — (li cercò con lo sguardo e vide che Tandyla aveva chiuso tutt’e tre gli occhi e che Lyr era intento a grattarsi le incrostazioni) — .. . me compreso. . . dovrebbero dare la loro approvazione prima di scatenare una devastazione simile sopra il loro stesso… Tutti gli altri dèi (quelli almeno di estrazione non pusadiana) si affrettarono a zittirlo. — Faccia di seppia — concluse Drax, — non perder tempo, o fra poco sarà troppo tardi. A Sederado, capitale di Ogygia nelle Hesperidi, la regina Porfi era in camera sua. Aveva i capelli neri come la notte, e gli occhi dello stesso colore degli smeraldi che portava in testa. Stava concedendo udienza a Gara!, primo ministro, un individuo tozzo, pelato e grassoccio, che emanava ingannevolmente un sincero buonumore e una genuina competenza.— Suvvia, signora — stava dicendo il ministro, mentre riavvolgeva un papiro. — Non fate davvero il vostro interesse, rifiutando di sposare il re dello Zhysk. Perché date peso a quel piccolo particolare? Anche se il re ha già tre regine e quattordici concubine. . — Piccolo particolare! — strillò la regina Porfia, che per essere vedova era fin troppo giovane. — Vancho non era niente di eccezionale, ma almeno, quando era vivo, quel bauscione era tutto per me. Non ho nessuna voglia di sposare la diciassettesima parte di un uomo, anche se di sangue reale. — La diciottesima — corresse Garal. — Però. — E poi, chi governerà Ogygia mentre io me ne starò a languire in una gabbia dorata ad Amferé? — Forse potreste passare qui la maggior parte del tempo, e farvi consolare dal giovane Thiegos.
— E quanto ci vorrebbe prima che re Shvo scoprisse tutto e ci uccidesse entrambi? Inoltre, nonostante tutte le belle promesse di rispettare la nostra indipendenza, manderebbe subito qualche rapace governatore zhyskiano a spremervi come limoni.
Garal fece un sobbalzo, ma poi si ricompose e continuò tranquillamente: — Eppure, una volta o l’altra, dovrete ben sposarvi. Persino i vostri sostenitori si lamentano perché non c’è. un uomo a capo dello stato. Sarebbero addirittura disposti ad accettare Thiegos…
— Non capisco cosa c’entri. L’isola prospera, e Thiegos, anche se piacevole come amante, come re non me lo vedo proprio.
— Pienamente d’accordo. Ma una volta o l’altra dovrete pure prendervi un marito, e non c’è nessuno che vada meglio di Shvo dello Zhysk. O c’è qualcun altro…?
— No. Tranne forse…
— Chi? — Garal si piegò in avanti, con gli occhi che brillavano interessati.
— Una vecchia sciocca idea. Quando da giovane andai ad Amferé, al matrimonio della figlia di Shvo, dieci anni fa, mi presi una cotta per un giovane principe, Vakar del Lorsk. Non era niente di eccezionale come bellezza e come fisico, ma aveva un certo non so che. .. una specie di arguzia irriverente, una fantasia alata, una profondità di vedute.., insomma, era tutto diverso da quei balordi di Suoi compatrioti. Mah, a quest’ora avrà già una dozzina di mogli, e si sarà dimenticato di Porfia, la ragazzina goffa e imbarazzata. Dunque, per quell’aumento dei diritti portuali…
Zeluud, re delle isole Gorgadi, stava schiacciando il pisolino pomeridiano, sdraiato su un divano dalle gambe d’avorio. Ad ogni inspirazjone la pancia gli si alzava e abbassava, e il fazzoletto di seta che gli copriva il volto si gonfiava ritmicamente sotto la spinta del reale respiro che fuorusciva ronfando sonoramente. Un nano negro, rapito nel Tartaro anni prima dai pirati di sua maestà, si aggirava per la camera in punta di piedi, con uno scacciamosche di foglie di palma, per colpire l’insetto molesto che avesse ardito recare offesa al reale riposo. Il re dell’antica Gorgonia sognava.
Sognava di trovarsi davanti al nero e umido trono di basalto di Entigta dalla testa di seppia, dio del mare della Gorgonia. Il re Capiva dalla colorazione scura che Entigta non era in vena di affabilità, e, dalla velocità con cui i colori si rincorrevano sulla pelle…

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Testimonianza di Louise Baltimore

Il DC-lO non avrebbe mai potuto farcela. È vero che si trat­tava di un ottimo aereo, anche se all’epoca la sua fama era ancora offuscata da un nugolo di controversie a causa degli incidenti avvenuti a Parigi e Chicago, ma quando si perde un pezzo d’ala di tali dimensioni non si ha più a che fare con una macchina volante, bensì con un mattone d’alluminio. E fu proprio come un mattone che arrivò giù il DC-lO: dritto dritto, in una spirale senza scampo.
Il 747, però, proprio come dicevo l’altro giorno a Wilbur Wright, è un aereo dotato di una delle cellule più affidabili che siano mai state costruite e sta alla pari col DC-3 Gooney Bird e col Fokker-Aérospatiale HST. Sta di fatto che questa balena dei cieli uscì meglio dalla collisione che non il DC-lO e anche se ferito a morte, riuscì ugualmente a raddrizzarsi e a riprendere il volo in assetto orizzontale e soprattutto a mantenerlo. Chi può dire quale sarebbe stato il suo destino, se non ci si fosse messa di mezzo quella montagna?
Non dimentichiamo neppure che quell’aereo conservò anche una straordinaria integrità strutturale quando urtò con la pancia e rotolò su se stesso, una manovra che nessuno aveva previsto alla Boeing nei parametri dei progettisti. La prova di tutto questo la si doveva dedurre dallo stato dei passeggeri: c’erano più di trenta corpi e nessuno era rimasto mutilato di un solo arto. Se l’apparecchio non avesse preso fuoco, ci sarebbero stati perfino dei volti intatti.
Ho sempre pensato che sarebbe uno spettacolo straordinario quello di poter assistere agli ultimi secondi della propria vita. O preferireste davvero morire nel vostro letto?
Be’, può darsi. Tanto morire in un modo o nell’altro non fa poi una gran differenza.

UN ROMBO DI TUONO»

Testimonianza di Bili Smith
Il mio telefono squillò la mattina del 10 dicembre, giusto un attimo prima dell’una.
Potrei chiudere qui e limitarmi a dire che il mio telefono squillava, ma ciò non basterebbe a comunicare l’importanza dell’avvenimento.
Una volta mi era capitato di spendere settecento dollari per una sveglia. Quando l’avevo comperata però non era ancora una sveglia e quando avevo finito di trafficarci sopra era molto di più. Il cuore dell’apparecchio era una sirena dell’allarme antiaereo, surplus della seconda guerra mondiale. Avevo aggiunto una cosina qua e una là e alla fine del mio lavoro non si sa bene chi tra lei e il terremoto di San Francisco sarebbe riuscito a tirare giù più gente dal letto.
Più tardi a questa macchina infernale avevo collegato il mio secondo telefono.
Mi ero procurato il secondo apparecchio quando mi ero accorto che ogni volta che suonava il primo facevo un balzo fino al soffitto. Solo sei persone dell’ufficio conoscevano il numero del nuovo telefono e così avevo brillantemente risolto due problemi. Avevo smesso di sussultare ad ogni squillo dell’apparecchio e non venivo più svegliato da qualcuno che veniva a dirmi che c’era stato l’allarme, che mi avevano chiamato, che io non avevo risposto e che quindi, qualcun altro aveva preso il mio posto nella squadra d’emergenza.
Vedete, io sono uno di quelli che dormono come un sasso. Lo sono sempre stato; per mandarmi a scuola mia madre doveva letteralmente buttarmi giù dal letto. Perfino in Marina, mentre tutti quelli attorno a me perdevano il sonno pensando al ponte di volo che li attendeva al mattino, io ronfavo tranquillo tutta notte e ci voleva il vocione del comandante per svegliarmi all’ora stabilita.E poi, bevo anche un po’. Sapete com’è. Da principio si comincia a bere solo ai party. Poi seguono un paio di bicchierini al termine della giornata. Dopo il divorzio avevo cominciato a bere da solo, perché per la prima volta in vita mia avevo difficoltà a prendere sonno. So benissimo che quello è appunto uno dei segnali premonitori, ma siamo ancora mille miglia lontani dall’alcolismo vero e propri Avevo però cominciato a prendere l’abitudine di arrivare i ritardo in ufficio e avevo deciso che era meglio prendere qualche provvedimento prima che ci pensasse qualcuno più in alt di me. Tom Stanley mi aveva consigliato di rivolgermi a uno psicologo, ma io ritengo che la mia sveglia speciale funzioni altre tanto bene. C’è sempre modo di risolvere i propri problemi, basta esaminarli e prendere gli opportuni provvedimenti. Per esempio, quando mi ero accorto che per tre settimane fila avevo bloccato la sveglia e mi ero rimesso a dormire, avevo spostato l’interruttore in cucina e lo avevo collegato alla ma china del caffè, perché quando si è già in piedi e il caffè comincia a gorgogliare, è ormai troppo tardi per tornare a dormir In ufficio ridevamo tutti di questa faccenda, la trovavano molto divertente. D’accordo, anche i topolini che corrono l’impazzata in un labirinto sono divertenti. E magari siete degli individui perfettamente equilibrati, senza un solo ingranaggio che stride o una molla troppo carica, ma se è così non voglio sentirne parlare. Andate a raccontarlo al vostro psichiatra. Così dicevo, il mio telefono squillò. Mi rizzai a sedere, guardandomi attorno, e mi resi conto che era ancora buio e capii che quello non era l’inizio di un’altra normale giornata in ufficio. Poi afferrai il ricevitore prima che il telefono facesse saltare via anche il secondo strato di vernice dai muri. Immagino che ci misi un po’ per portarmelo all’orecchi Avevo bevuto qualche bicchierino non troppe ore prima e no ero certo nella mia forma migliore soprattutto se svegliato i quel modo, sia pure per una chiamata d’urgenza. Sentii un silenzio sibilante, poi una voce incerta. – Il signor Smith? – Era una centralinista notturna della Commissione, una donna che non avevo mai conosciuto di persona.- Sì, sono io. – Attenda, prego, le passo il signor Petcher. Poi anche il sibilo scomparve e prima che potessi protestare…

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C’era una vorta assieme a un pavone n’a gallina che era amica sua
viveva sempre all’ombra della rota,nascosta da na pioggia de colori
di lì passava ogni tipo de uccello pappagallo..canarino..o fringuello er responso era sempre quello:che rota che colori che meravija…quer pavone sembra n’arcobbaleno doppo la pioggia de un giorno d’estate quanno torna er sereno!
da chiude l’occhi pè la troppa luce….nisuno..vedeva mai la pollastrella che nun pensava certo d’esse bella..passò er tempo e li splendidi colori cedettero un pò de smarto coll’età
e l’avanzare d’essa ar pavone offuscò un poco la vanità.passò d’appresso un gallo gran signore che vide la gallina pè un momento ner mentre er pavone chiudeva la su rota pè un seconno….non c’era un gran bagliore nell’occhi sua ma una luce ijera entrata drento ar core s’accorse de sembrà un passerotto ner chiedeje appuntamento er giorno doppo…chiese la gallina ar suo pavone..damme nà mano a fà bella figura!…passò la notte in bianco cò l’amica a tentà de dasse un pò de tono de colore pe esse un pò speciale
pè regge er confronto senza fasse troppo male…arrivò er matino presto de bon’ora er gallo tutto ganzo e mpomatato ije disse lui rivorto alla gallina:io sò re de stò pollaio della vita mia e…avevo scerto te comme reggina..ma qui davanti a me non ciò nà sposa ma n’accozzaglia de tanti colori me tocca chiude l’occhi a tanto scempio,allora ho sbagliato a giudicà la bellezza che t’ho visto drento!…………….si volevo addivertimme pè un giorno bastava der pavone la sua ruota coi colori sempre tinti a festa io stò cercanno invece nella massa l’unico colore che anch’io porto in testa….il rosso della cresta e dell’ammore….
je rispose allora la gallina spojiannose de tutti quell’orpelli:
Signore…guardateme nell’occhi…specchiateve nel fonno del mio cuore…..
parlò er gallo la voce rotta all’emozione disse piano:
c’iavete occhi dorci e belli che brilleno ner buio comme stelle
pè splende nun ve seve l’arcobaleno nè de sembrà n’antro pavone…de quelli è pieno er monno intero!
a me me serve solo nà reggina…pè stò pollaio ch’è la vita mia……

Oggi pubblico qualcosa che esce dal solito schema del Progetto 100 Righe. Le righe sono meno  ;-) e questo si vede, ma,  a parte la battuta, qui ci troviamo di fronte ad  un inedito o, per lo meno, uno scritto che al momento non ha ancora avuto gli onori della carta patinata. L’autrice si firma con lo psudonimo di you don’t know me (ydkm)…potete scoprire qualcosa in più di lei seguendo il link al suo Yahoo! 360°. A me questa storiella è piaciuta e per questo la pubblico. A voi …lettori occasionali di queste pagine…l’invito ad una buona lettura  :-)

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Manhattan non dorme mai. Non chiude neanche gli occhi. Quel mattino alle tre era più letargica del solito e ugualmente più movimentata di un asilo nido pieno di bimbi iperattivi e imbottiti di generose dosi di zucchero e caffeina.
All’alba di un evento straordinario, Manhattan giaceva sveglia nell’oscurità.
Appena oltre l’orbita di Saturno, più di quaranta gradi oltre il piano dell’ellittica, alcune particelle ionizzate di vento solare incontrarono una perturbazione in un punto in cui non si era mai mosso nulla.
Lo spazio si era distorto. Un’anomalia innaturale ne aveva deformato il tessuto, ripiegandolo su se stesso e originando così un buco nero. Particelle cariche di elettricità, che in condizioni normali avrebbero attraversato intatte quella regione, presero invece a muoversi ad arco. Mentre la traiettoria del loro corso piegava verso la lente gravitazionale esse acquistarono velocità e, negli ultimi nanosecondi della loro esistenza fuori dal­l’orizzonte degli eventi, emisero raggi X come tante minuscole chiamate di soccorso.
Prima di stabilizzarsi, l’orizzonte degli eventi raggiunse un diametro di svariate centinaia di chilometri. Mentre il vento solare s’incanalava nella regione una grossa astronave nera emerse dal suo interno. La nave, scura quanto lo spazio da cui proveniva, girava lentamente su se stessa, assorbendo tutte le radiazioni dello spettro. Con l’attenuarsi della distorsione l’orizzonte degli eventi si ridusse fino a svanire, e l’unico ostacolo rimasto al vento solare fu la nave stessa.
Tozza e a forma di disco, l’immensa nave sfoggiava alettoni ottagonali. Era alta circa dieci chilometri e grossa come una piccola luna; gli alettoni misuravano più di dieci volte tanto. La nave cominciò a diminuire il proprio movimento rotatorio finoa rimanere immobile sotto la debole luce delle stelle. Poi cominciò a muoversi di propria iniziativa nel vento solare. La grossa figura nera girò su se stessa finché uno dei suoi alettoni puntò approssimativamente in direzione di una stella gialla di classe G. Più precisamente la sua meta era un piccolo pianeta azzurro la cui orbita era la terza fra i pianeti che giravano intorno a quel sole. Qualche istante più tardi la nave aumentò la spinta verso la Terra.
Il whup whup whup delle pale dell’elicottero aumentò in frequenza e volume mentre il pilota tirava il variatore. Il velivolo si sollevò di un metro dalla base alla periferia di Manhattan. I sei passeggeri avevano già allacciato le cinture di sicurezza, e i rumori nella cuffia del pilota erano rassicuranti. Per un momento egli lasciò fluttuare l’apparecchio a mezz’altezza sul cuscino d’aria mentre si passava la cintura intorno alle spalle, poi prese quota. I cerchi formati dalle luci dell’eliporto sulla Sessantesima di Manhattan si facevano sempre più piccoli. Fece piegare lentamente l’elicottero ed esaminò lo spazio aereo sopra i tetti degli edifici vicini. Giunto in vista dell’East River e dell’aeroporto Kennedy al di là, premette il variatore e spinse l’elicottero in avanti senza interromperne l’ascesa.
Quel tragitto da Manhattan al John Fitzgerald Kennedy gli piaceva molto, soprattutto al mattino, durante l’ora di punta. Era una delle poche rotte in cui era possibile “guidare” sopra le strade dell’isola. Provava un piacere immenso nel superare il traffico sulla Harry Truman e la Van Wyck, senza doversi preoccupare delle luci rosse di posizione o di surriscaldare il radiatore.
Raggiunse la quota di crociera a poca distanza dall’East River. Sotto di lui e alla sua sinistra il ponte di Queenesboro faceva del proprio meglio per condurre altra gente verso Manhattan.
Un’ombra apparsa d’improvviso fu la prima indicazione del pericolo. Seguendo l’istinto si abbassò. Non aveva modo di sapere se i passeggeri si lamentassero: la cuffia e il ruggito del motore coprivano ogni suono.
Era già quasi convinto di essersi sbagliato quando un sottile fascio di luce rossa attraversò in verticale il cielo ancora scuro. Spinse con tutte le forze il variatore cercando di virare, ma non ne ebbe il tempo. Il lamento dei rotori mutò improvvisamente d’intensità mentre le pale colpivano il dardo luminoso. L’elicottero si trasformò in un mitragliatore, scagliando nell’aria i pezzi del rotore sinistro frantumato. Nel giro di una frazione di secondo quella luce perforante ridusse ogni rotore alla metà della lunghezza, poi l’apparecchio stesso finì nella sua traiettoria. Come una sega elettrica mossa alla velocità della luce, il laser tagliò il velivolo in due parti. Il motore esplose, l’intelaiatura che copriva gli elementi rotanti andò in pezzi.In caduta libera. Un lungo istante del silenzio più totale venne rotto dalle grida dei passeggeri, mentre le due sezioni dell’elicottero precipitavano verso 1′East River. Il pilota pronunciò la parola che si è soliti ascoltare al termine delle registrazioni delle scatole nere.
Indifferente alla sorte dell’elicottero, un velivolo nero e privo di finestrini avanzò lungo la sua rotta sopra Roosevelt Island, puntando il laser ad altissimo potenziale verso la costa dell’isola di Manhattan. Poco più avanti del foro da cui emanava il raggio la bocca di un mitragliatore vomitò un fiume di proiettili, fitto al punto che il laser sembrava circondato da un fascio di luce scura.
In altri sette punti diversi della linea costiera di Manhattan, altrettante navi identiche alla prima tagliarono il terreno coi laser, dirigendo i proiettili verso le fessure aperte nel basamento roccioso. Il rumore delle cariche che esplodevano nel sottosuolo formava un brontolio continuo
L’unico brontolio che Matt Sheehan avvertì fu quello della vettura della metropolitana che si allontanava dalla stazione di Jay Street a Brooklyn, scendendo sotto l’East River. Dal finestrino l’oscurità era rotta solo dal chiarore occasionale di qua!che lampada di servizio. Di tanto in tanto coglieva qualche stralcio di conversazione, ma non vi prestava attenzione. La folla dell’ora di punta era così fitta che doveva stringere la piccola ventlquattr’ore nella stessa mano con cui si reggeva alla maniglia. La donna di fronte a Matt era rivolta verso la porta, fingendo come lui di non provare imbarazzo per la promiscuità. La massa di corpi ondeggiava compatta a ogni movimento brusco della vettura.Improvvisamente la donna alzò gli occhi verdi e si guardò intorno, furiosa. Studiò il volto delle persone intorno a sé e si fermò su quello di Matt. Sembrava abbronzata, ma a giudicare dal­la levigatezza della sua pelle il colorito doveva essere più probabilmente un retaggio genetico. – Non mi sono affatto …..

Questo romanzo (titolo originale Manhattan Transfer) è uno tra i più “cinematografici” che abbia mai letto. Scorre veloce tra azione, tensione e un velo d’umorismo. Mi chiedo quando hollywood s’accorgerà di questo “gioiellino”. E’ vero…non sarà un capolavoro, ma un paio d’ore di sano divertimento sarebbero assicurate.

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