Cento perline variopinte

Le braccia chiare, venate d’azzurro, abbandonate sulle cosce

smunte leggermente allargate, non ce la fanno a salire fino alle

tempie che ti dolgono tanto, e i piedi sbuffano e traboccano

gonfi dalle pantofole schiacciate sul dietro dai calcagni dolenti

di calli duri e spinosi.

Piccola, sola, tutt’ossa, riesci appena ad allisciarti il grembiule

color vinaccia ancora inamidato, ultimo residuo del tuo esiguo

corredo, e con gli occhi alla finestra, alla quale è sapientemente

accostata la tua seggiola sbrindellata come il tuo volto

bianco, spii la vita che passa e esulta e palpita di mille germogli.

Ma è fuori… pensi, e a te non restano che gli occhi stanchi,

bruciati dal sole della vecchia campagna che indugiano lenti e

avidi sulla strada dominata dal mercato rionale come l’occhio di

una cinepresa, continuamente in bilico tra complicità e distacco;

e le mani piccole e dolenti non ce la fanno neppure a scostare

la tendina di cento perline variopinte.

Ma ci ha pensato Sonia prima di salutarti in fretta, l’ha spostata

e fissata al gancio sul telaio della finestra e la luce dorata

del primo pomeriggio ha invaso la stanza proiettando la sua ombra

che aveva appena cominciato ad allungarsi avvolgendoti in

un colore caldo.

Ti sei girata a salutarla ancora con gli occhi inondati di luce.

Sì, ci ha pensato Sonia. Lei s’è tirata fuori da qui. Con la fatica

tua ce l’hai fatta a risparmiarla a lei, come dovuto.

La strada è la tua vita, la passione di scrutare la gente studiandone

i tratti per intuirne la storia non è mai sfiorita. Ma

adesso le storie affiorano come immagini in bianco e nero.

Verrà la badante, triste figura di questa nuova società avara

d’amore e quando arriverà farà le stesse domande, petulante,

impertinente e sbufferà perché non troverai la forza né la voglia

di risponderle, ma solo di ingoiare lacrime tonde che sembrano

dure come le pillole che prendi mattino e sera, e in quanto a

lei… lei tornerà, forse domani, o dopo, a controllare se tutto va

bene. Ora la giovane russa, seccata dal tuo silenzio, con un gesto

nervoso ti avvicina di più ai vetri che si appannano del tuo fiato

stanco e affannato, e tu in quella nuvoletta di respiro vedi affiorare

i contorni di una donna giovane e fiera che, le spalle erette

coperte dai lunghi capelli fiammeggianti gonfie di vanità e

d’orgoglio, la generosa curva dei fianchi che si muove oscillante,

attraversa la strada spingendo la carrozzina azzurra lucida e

infiocchettata che ti prestava la sora Teresa solo quando scendevi

in paese. Lucida e piena di bimba e di trine sulle ruote alte,

come andavano allora.

Poi avverti la presenza della giovane ancora dietro di te.

Esitando appena ti giri piano, il volto sollevato sulle labbra

increspate che disegnano un lieve sorriso.

La guardi negli occhi e pensi: Ma tu, dimmi, un cuore ce

l’hai?

Forse tu sì.

Francesca Bertoldi ha recentemente pubblicato il libro Forse tu sì (Storie minimali). “Cento perline variopinte” è un estratto da questa pubblicazione.



 

Saggezza bestiale

Date retta a me, lettori fortunati, voi che state per iniziare a gustare queste delizie, queste storie stuzzicanti e ammiccanti, scritte in una lingua italiana così pulita, così elegante, così piacevole: ebbene mettetevi nelle condizioni d’animo giuste per meglio apprezzare le pagine saporite in cui fra un poco sarete immersi. La cosa migliore da fare, a mio avviso, è quella di tornare con la memoria a certe esperienze che forse avete compiuto. Avete mai visitato un giardino zoologico, siete stati allo zoo, magari anche solo nel piccolo zoo di un circo di passaggio, un po’ mal messo, con pochi animali?

Forse alcuni di voi hanno partecipato addirittura a un safari fotografico, altri hanno passeggiato in parchi naturali, chiusi dentro una jeep, ma non basta ancora: prima di leggere queste storie è bene rammentare altre esperienze, come la frequentazione di un museo di storia naturale, oppure quella di un museo zoologico, o quella di un grande orto botanico. Così, se avete riportato la memoria in quei luoghi o a quelle immagini, siete quasi pronti. Ripensiamoci insieme un momento. Come è noto, gli zoo sono luoghi di delizie per noi che guardiamo, e forse luoghi non proprio lietissimi per gli animali che in essi sono rinchiusi. C’è, però, negli zoo, un’atmosfera speciale, in cui si è immersi. Noi li spiamo, loro contemplano noi, ci sono incroci di sguardi, dopo un po’ le parti sembrano rovesciate. C’è un certo saggio stupore negli occhi di quella scimmietta pensosa che ci guarda immobile. Chissà cosa penserà di noi, mentre segue il nostro sbracciarsi, le bizze che facciamo con i genitori e i loro amici e i figli degli amici, o mentre scuote il capo perché le sembra di capire che abbiamo mangiato troppo fiordilatte in trattoria e ora abbiamo un viso stranamente rosso? Nello zoo, noi e loro siamo molto vicini, siamo messi a confronto. Sentiamo ben presente, proprio per questa ragione, la grande distanza che ci separa. E dire che le bestie, specialmente nei libri, nei fumetti, nei film di animazione, perfino nei documentari scientifici televisivi, ricevono continue trasformazioni che devono rendercele più amiche, più vicine, più simili a noi. Chi pensa mai ai topi, a quei grossi topi di fogna dal muso grifagno, dalle zampette infide, dall’aria inconfondibile del divoratore, mentre legge le avventure di Topolino? E, tuttavia, Topolino è pur sempre un topo. E certo nessuno rammenta il proprio caro micione, addormentato in salotto, grosso e tenero come un ciambellone ricoperto di pelo, quando ammira le furfanterie di Gambadilegno, che è un gatto, come è noto. Gli animali veri hanno ben poco in comune con gli animali descritti, filmati, disegnati.

Un buon rapporto con gli animali si ottiene proprio quando si sa apprezzare la loro diversità, quando li sentiamo lontanissimi da noi, quando non pensiamo di doverli umanizzare ad ogni costo. Anche il micione del salotto, del quale pensiamo di sapere tutto, che spesso ci appare prevedibile (specialmente nel momento, o nei momenti, in cui ci domanda da mangiare, e spesso sembra il proprietario di un buon orologio, tanto è preciso nel chiedere il rispetto degli orari) è pur sempre un mistero, per noi, perfino lui. Moravia è stato il raffinato cronista di questo mistero. Nelle sue storie di animali è partito proprio da lì, dal desiderio di rispettare la loro distanza, la loro lontananza, proprio mentre si avvicina a loro moltissimo, proprio mentre li scruta con un occhio tanto acuto.

Quella che Moravia ha battezzato madre Na Tura, non è una signora buonissima, pronta a far doni, a fornire regali, delizie, premi. No, quando i Maia Lini vanno da lei a protestare perché gli uomini li mangiano, si svolge questa scena esemplare, degna di una attenta meditazione: “Ad un certo momento, quando siamo grassi al punto giusto, ecco, ci legano per i piedi a una specie di catena che scorre. La catena scorre con un fracasso terribile, e loro, via via, ci sgozzano, ci dissanguano, ci squartano, ci fanno a pezzi. Non insisto sul modo con il quale questi pezzi vengono poi preparati; basti dire che veniamo trasformati in tanti oggetti che loro, a quanto pare, chiamano salsicce, prosciutti, zamponi, salami e così via,

(…Prefazione di Antonio Faeti)

 

— Camelot.. Camelot — dicevo tra me — non ricordo di averlo mai sentito, mi pare. Il nome del manicomio, probabilmente.
Era un paesaggio estivo tranquillo e riposante, bello come un sogno e solitario come la domenica. L’aria era piena del profumo dei fiori, e del ronzio degli insetti, e del cinguettio degli uccelli, e non c’erano persone, non c’erano carri, non c’era l’animazione della vita, nulla che si muovesse. La strada era piuttosto un sentiero tortuoso con impronte di zoccoli e ogni tanto deboli tracce di ruote da ambo i lati nell’erba, ruote che — a quanto sembrava — avevano i cerchioni larghi una spanna.
A un tratto comparve la bella personcina di una fanciulla di circa dieci anni, con una cascata di capelli biondi che le scendevano sulle spalle. Intorno al capo portava un cerchio di trecce rosso fiamma. Era l’acconciatura più dolce che mai avessi visto, tanta ce n’era. Camminava indolente, con la mente in quiete e la pace riflessa nel viso innocente. L’uomo del circo non le prestava attenzione, non sembrava nemmeno vederla. E lei, lei non era meravigliata per come era conciato, come se fosse abituata a qualcosa di simile ogni giorno della sua vita. Camminava con tanta indifferenza come avrebbe camminato assieme a una coppia di mucche; ma quando si accorse di me, allora vi fu un cambiamento! Alzò le braccia e rimase di pietra, a bocca aperta, gli occhi spalancati timorosi — l’im­magine della stupita curiosità con un tocco di paura. E se ne stava la a guardare, in una specie di affascinata stupefazione, finché non girammo l’angolo di un bosco e ci perse di vista. Che fosse meravi­gliata di me invece che dell’altro uomo, era troppo per me; non mi raccapezzavo. E il fatto che sembrasse considerarmi uno spettaco­lo,tralasciando completamente i suoi meriti a questo riguardo, era un altra cosa imbarazzante, e anche una dimostrazione di magnanimità sorprendente in una ragazzina così giovane. C’era da pensare. Andavo avanti come uno che sta sognando. Avvicinandoci alla città, cominciarono ad apparire segni di vita. Ogni tanto incontravamo una misera capanna. con un tetto di paglia, e intorno piccoli appezzamenti tenuti a campi e giardini mal coltivati. C’era anche gente: uomini bruni con capelli lunghi e arruf­fati che scendevano sulle facce e li facevano sembrare animali. Sia uomini che donne indossavano di regola una veste di stoffa grezza] che scendeva sotto il ginocchio e sandali di tipo primitivo, e molti portavano un collare di ferro. I bambini erano sempre nudi, ma nessuno sembrava accorgersene. Tutta questa gente mi fissava; parla­vano di me, correvano nelle capanne a chiamare le famiglie per guardarmi a bocca aperta: ma nessuno mai notava l’altro tipo, se non per fargli un umile saluto senza ottenere risposta. Nella città c’erano alcune case di pietra praticamente senza fine­stre, sparse fra una distesa desolata di capanne coperte di paglia; le strade erano soltanto dei passaggi informi e non pavimentate. Bran­chi di cani e di bambini nudi giocavano al sole facendo vita e rumore; maiali vagavano e gironzolavano bellamente intorno, e una scrofa sdraiata in un pantano puzzolente nel bel mezzo dell’arteria principale allattava i suoi piccoli. Ora si senti da lontano uno squillo di musica militare: arrivò più vicino, ancora più vicino, ed eccoti apparire alla vista una nobile cavalcata, gloriosa di elmi piumati e maglie scintillanti e vessilli al vento e ricchi mantelli e gualdrappe e lance dorate; e attraverso letame e porci, e monelli nudi, e cani festanti, e capanne logore prese la sua brava strada, e noi seguimmo l’onda. La seguimmo per un sentiero tortuoso e poi per un altro — e in salita, sempre in salita — finché alla fine raggiungemmo la ventosa altura dove sorgeva l’enorme castello. Ci fu uno scambio di squilli di tromba; poi un parlamentare dalle mura, dove uomini armati, in usbergo e morione, marciavano avanti e indietro con l’alabarda alla spalla sotto penzolanti vessilli con sopra bene in vista l’arcigna figura di un drago; e poi i grandi battenti vennero aperti di scatto, il ponte levatoio si abbassò, e la testa della cavalcata si slanciò in avanti sotto le grezze arcate; e noi, al seguito, ci trovammo presto in un grande cortile pavimentato, con torri e torrette svettanti nel­l’aria azzurra su tutti e quattro i lati; e tutt’intorno a noi si svolgeva la discesa da cavallo, e molti saluti e cerimonie, e un correre avanti e indietro, e un gaio dispiegarsi e mescolarsi di colori in movimento, e un’altrettanto piacevole agitazione e trambusto. Appena ne vidi la possibilità, sgusciai da parte di nascosto e toccai sulla spalla un vecchio che sembrava un uomo normale e dissi, con fare insinuante e confidenziale: — Amico. fammi una cortesia. Appartieni al manicomio, o sei qui solo in visita o qualcosa del genere?Mi guardò stupito e disse:— Dolce, gentile signore, parmi… — Basta così — dissi capisco che siete un paziente. Mi allontanai meditabondo, e nello stesso tempo tenendo d’oc­chio un eventuale viaggiatore sano di mente che potesse unirsi a me e darmi qualche lume. Ritenni di averne trovato uno, a un certo punto; cosi mi misi al suo fianco e gli dissi all’orecchio:Se potessi vedere il guardiano capo un minuto.., soltanto un minuto… — Di grazia non tangetemi. Tangervi che cosa?- Ostacolarmi, allora, se la parola vi piace di più. Poi andò avanti a dire che era un sottocuoco e non poteva met­tersi a chiacchierare, anche se gli sarebbe piaciuto farlo un’altra vol­ta; per cui avrebbe confortato la sua vera natura il sapere dove avevo preso i miei vestiti. Andandosene mi indicò uno laggiù e disse che quello era abbastanza sfaccendato per i miei scopi e inoltre mi Stava cercando, senza dubbio. Questo era un ragazzo magro e sva­gato, in calzamaglia color gambero che lo faceva assomigliare a una carota biforcuta; il resto del suo abbigliamento era fatto di raffinati Pizzi e sbuffi in seta blu; e aveva lunghi riccioli biondi, e portava un berretto in seta rosa, adorno di piume, piegato vezzosamente sull’o­recchio. Dalla sua apparenza, era di buon carattere; dalla sua anda­tura, era soddisfatto di sé. Era carino abbastanza da meritare una….

 

Da quando frequentando la rete ho avuto modo di leggere blogs realizzati da chi frequenta il mondo della scuola ho iniziato a guardare con occhi diversi quello che succede nel mondo dell’istruzione. Prima ero distratto come tutti quelli che hanno chiuso con gli studi da anni e non hanno neppure dei figli che li “obbligano” a rimanere in questo ambiente. Ora le cose sono cambiate, un filo d’attenzione ce la metto….. e dovremmo farlo tutti. Forse sono queste riflessioni che mi hanno indotto a pubblicare questo breve racconto di Asimov, o forse la passione per un genere, la scienze fiction, che non è solo “spade laser” (che per la cronaca non amo) ma anche una fonte d’occasioni per riflettere pur giocando con la fantasia. Nota: il racconto è corto, per questo eccezionalmente lo pubblico integralmente e non nella misura delle consuete “100 righe”.

Margie lo scrisse perfino nel suo diario, quella sera. Sulla pagina che portava la data 17 maggio 2157, scrisse: “Oggi Tommy ha trovato un vero libro!”.

Era un libro antichissimo. Il nonno di Margie aveva dello una volta che, quand’era bambino lui, suo nonno gli aveva detto che c’era stata un’epoca in cui tutte le storie e i racconti erano stampati su carta. Si voltavano le pagine, che erano gialle e fruscianti, ed era buffìssimo leggere parole che se ne stavano ferme invece di muoversi, com’era previsto che facessero: su uno schermo, è logico. E poi, quando si tornava alla pagina precedente, sopra c’erano le stesse parole che loro avevano già letto la prima volta. “Mamma mia, che spreco” disse Tommy. “Quand’uno è arrivato in fondo al libro, che cosa fa? Lo butta via, immagino II nostro schermo televisivo deve avere avuto un milione di libri, sopra, ed è ancora buono per chissà quanti altri. chi si sognerebbe di buttarlo via?”. Lo stesso vale per il mio” disse Margie. Aveva undici anni lei, e non aveva visto tanti telelibri quanti ne aveva visti Tommy. Lui di anni ne aveva tredici. “Dove l’hai trovato?” gli domandò. “In casa”. Indicò senza guardare, perché era occupatissimo a leggere. “In solaio”. “Di che cosa parla?”. Di scuola”. Di scuola? – II tono di Margie era sprezzante – Cosa c’è da scrivere, sulla scuola? Io, la scuola, la odio”.

Margie aveva sempre odiato la scuola, ma ora la odiava più che mai. L’insegnante meccanico le aveva assegnato un test dopo l’altro di geografia, e lei aveva risposto sempre peggio, finché la madre aveva scosso la testa, avvilita, e aveva mandato a chiamare l’Ispettore della Contea.

Era un omino tondo tondo, l’Ispettore, con una faccia rossa e uno scatolone di arnesi con fili e con quadranti. Aveva sorriso a Margie e le aveva offerto una mela, poi aveva smontato l’insegnante in tanti pezzi. Margie aveva sperato che poi non sapesse più come rimetterli insieme, ma lui lo sapeva e, in poco più di un’ora, l’insegnante era di nuovo tutto intero, largo, nero e brutto, con un grosso schermo sul quale erano illustrate tutte le lezioni e venivano scritte tutte le domande. Ma non era quello, il peggio. La cosa che Margie odiava soprattutto era la fessura dove lei doveva infilare i compiti e i testi compilati. Le toccava scriverli in un codice perforato che le avevano fatto imparare quando aveva sei anni, e il maestro meccanico calcolava i voti a una velocità spaventosa.

L’ispettore aveva sorriso, una volta finito il lavoro, e aveva accarezzato la testa di Margie. Alla mamma aveva detto: “Non è colpa della bambina, signora Jones. Secondo me, il settore geografia era regolato male. Sa, sono inconvenienti che capitano, a volte. L’ho rallentato. Ora è su un livello medio per alunni di dieci anni. Anzi, direi che l’andamento generale dei progressi della scolara sia piuttosto soddisfacente”. E aveva fatto un’altra carezza sulla testa a Margie.

Margie era delusa. Aveva sperato che si portassero via l’insegnante, per ripararlo in officina. Una volta s’erano tenuti quello di Tommy per circa un mese, perché il settore storia era andato completamente a pallino. Così disse a Tommy: “ ma cosa gli viene in mente a uno di scrivere un libro sulla scuola?”

Tommy la squadrò con aria di superiorità. “Ma non è una scuola come la nostra, stupida! Questo è un tipo di scuola molto antico, come l’avevano centinaia e centinaia di anni fa”. Poi aggiunse altezzosamente, pronunciando la parola con cura. Secoli fa”.

Margie era offesa. “Be’, io non so che specie di scuola avessero, tutto quel tempo fa”. Per un po’ continuò a sbirciare il libro, china sopra la spalla di lui, poi disse: “In ogni modo, avevano un maestro”. “Certo che avevamo un maestro, ma non era un maestro regolare. Era un uomo”.

“Un uomo? Come faceva un uomo a fare il maestro?”

“Be’, spiegava le cose ai ragazzi e alle ragazze, dava da fare dei compiti a casa e faceva delle domande”.

“Un uomo non è abbastanza in gamba”.

“Sì che lo è. Mio papa ne sa quanto il mio maestro”.

“Ma va’! Un uomo non può saperne quanto un maestro”.

“Ne sa quasi quanto il maestro, ci scommetto”.

Margie non era preparata a mettere in dubbio quell’affermazione. Disse: “Io non ce lo vorrei un estraneo in casa mia, a insegnarmi”.

Tommy rise a più non posso. “Non sai proprio niente, Margie. Gli insegnanti non vivevano in casa. Avevano un edificio speciale e tutti i ragazzi andavano là”.

“E imparavano tutti la stessa cosa?”.

“Certo, se avevano la stessa età”.

“Ma la mia mamma dice che un insegnante dev’essere regolato perché si adatti alla mente di uno scolaro o di una scolara, e che ogni bambino deve essere istruito in modo diverso”.

“Sì, però loro a quei tempi non facevano così. Se non ti va, fai a meno di leggere il libro”.

“Non ho detto che non mi va, io” si affrettò a precisare Margie. Certo che voleva leggere di quelle buffe scuole.

Non erano nemmeno a metà del libro quando la signora Jones chiamò: “Margie! A scuola!”.

Margie guardò in su. “Non ancora, mamma”.

“Subito! – disse la signora Jones. – E sarà ora di scuola anche per Tommy, probabilmente”.

Margie disse a Tommy: “Posso leggere ancora un po’ il libro con te, dopo la scuola?”.

“Vedremo” rispose lui, con noncuranza. Si allontanò fischiettando, il vecchio libro polveroso stretto sotto il braccio.

Margie se ne andò in classe. L’aula era proprio accanto alla sua cameretta, e l’insegnante meccanico, già in funzione, la stava aspettando. Era in funzione sempre alla stessa ora, tutti i giorni tranne il sabato e la domenica, perché la mamma diceva che le bambine imparavano meglio se imparavano a orari regolari.

Lo schermo era illuminato e diceva: “Oggi la lezione di aritmetica è sull’addizione delle frazioni proprie. Prego inserire il compito di ieri nell’apposita fessura”.

Margie obbedì, con un sospiro. Stava pensando alle vecchie scuole che c’erano quando il nonno di suo nonno era bambino. Ci andavano i ragazzi di tutto il vicinato, ridevano e vociavano nel cortile, sedevano insieme in classe, tornavano a casa insieme alla fine della giornata. Imparavano le stesse cose, così potevano darsi una mano a fare i compiti e parlare di quello che avevano da studiare.

E i maestri erano persone…

L’insegnante meccanico faceva lampeggiare sullo schermo: “Quando addizioniamo le frazioni 1/2 + 1/4…”.

Margie stava pensando ai bambini di quei tempi, e a come dovevano amare la scuola. Chissà, stava pensando, come si divertivano!

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