lug 112009
 

La terra era stata vinta, e totalmente soggiogata. Quindici sole astronavi avevano sgominato l’imponente forza aerea del Concilio Mondiale. Per gli altri era stato uno scherzo quasi un divertimento. Pochi paesi, tra i quali l’Inghilterra sempre fedele alla sua centenaria tradizione di resistere fino all’ultimo sangue, continuarono da soli a combattere; ma fu una lotta vana e breve, se di lotta si può parlare. Non un solo incrociatore nemico fu sfiorato dai proiettili nucleari terrestri, né risulta che alcun soldato invasore avesse subito il minimo danno. Quando, a Londra, una popolosa zona di oltre dieci chilometri quadrati di superficie venne completamente rasa al suolo da un potente missile nemico, anche gli inglesi rinunciarono alla loro donchisciottesca resistenza, e si unirono al Concilio mondiale per sentire le condizioni della resa. anche il più patriottico dei terrestri si rendeva conto che ne le migliori armi della terra, né i più grandi scienziati né i soldati meglio addestrati potevano nulla contro una flotta tanto superiore. Era stata meno impari la lotta che duecento anni prima aveva opposto gli zulu catewayo con le loro frecce ai fucili dell’Impero Britannico. E quel ch‘era più triste, non restava neppure la magra consolazione di essersi arresi a degli esseri di una superiore struttura biologica. Non furono creature d una palpitante sostanza gelatinosa, con magari undici occhi color porpora, quattro sessi diversi, e una farne insaziabile d’ossido di germanio, a scendere dalla scintillante astronave ammiraglia per annichilire l’umanità. Ne emerse invece maestosa, la figura super-antropomorfica d‘un certo generale Milvan, che benchè proveniente da una diversa e lontana galassia, differiva dai terrestri solo nel quoziente d’intelligenza che secondo la misura umana raggiungeva valore quattrocento. Il generale Milvan era la negazione vivente della teoria secondo cui un quoziente d’intelligenza elevato è inscindibile da un carattere altamente umanitario. Alto più di due metri con una muscolatura da campione di culturismo messa in evidenza dalla tuta aderente e scintillante, era un meraviglioso esemplare di essere pensante. Aveva la fronte spaziosa e grandi occhi luminosi, caratteristiche d’un essere superiore. Lo si sarebbe detto un dio appena sceso dall’Olimpo, se non si pensava alla flotta aerea terrestre distrutta senza preavviso, e alle decine di città bombardate con spietata .. efficienza. Questo, e il suo sorriso arrogante, guastavano il primo effetto di quasi assoluta perfezione. Con grande sorpresa di tutti il conquistatore parlò nel francese inglesizzato che costituiva la lingua ufficiale del Concilio Mondiale. Mentre i suoi uomini distruggevano astronavi e città, spiego il generale, lui aveva dato un occhiata ad alcuni libri e registrazioni salvati dalle rovine. La lingua, si lamentò, era inadeguata alla sua mente superiore, ma per l’occasione poteva servire, dato che aveva a che fare con menti semplici alle quali bastavano semplici idee. In un’ora O due, disse, e il suo discorso Io provava aveva raggiunto la perfetta padronanza d’un vocabolario non indifferente. In piedi di fronte al Concilio fiancheggiato dalle due guardie del corpo che erano scese con lui dalla nave ammiraglia, mentre la sua flotta incombeva minacciosa al di sopra del Palazzo del Concilio comunicò al tetro auditorio di vinti le sue “La nostra politica — disse è sempre stata di sterminare le razze animali inferiori con cui venivamo a contatto. Questa volta, comunque, abbiamo deciso di risparmiare dopo una salutare dimostrazione del nostro potere una parte dei bipedi inferiori, per costituire una specie di Impero Coloniale”. Era chiaro dal suo tono che considera va quella concessione come un grande gesto di magnaminità Ed era altrettanto chiaro che solo degli stupidi burocrati potevano aver concepito una dottrina tanto semplicistica. Sterminare le razze inferiori e ripopolare il mondo rimodellandolo a proprio piacimento! Un sistema sbrigativo e senza fastidi Non ci sarebbero state popolazioni ostili di cui preoccuparsi in seguito. “In Cambio della vostra spontanea collaborazione – concluse – prenderemo in considerazione la possibilità di usare il pianeta come nostra base, almeno per qualche tempo. Vi sarà anche permesso di continuare a dedicarvi ad alcune delle vostre meschine attività, quando non dovrete servire l’impero. Queste, comunque, sono le condizioni generali espresse nella vostra rudimentale lingua scritta”. Porse un foglio metallico al Presidente che io scorse in fretta, spalancando gli occhi incredulo. “Generale! — – protestò inorridito, il Presidente, dopo aver letto. — Le vostre condizioni sono intollerabilmente dure e degradanti!

…………………………

[Epilogo]

…….Innanzitutto non vi crederebbero. In secondo luogo considererò qualunque inutili chiacchiera su quanto è accaduto qui oggi come un affronto personale, e non sarò molto clemente con chi non saprà tenere la bocca chiusa. Lasciamo all’Esercito… a quello che rimane dell’Esercito, il merito di tutto. Ammiccò furbescamente. “Se la gente sapesse che esisto davvero, diventerebbe oltraggiosamente buona, non per innata virtù, ma per istintiva, animalesca paura. E non è questo che voglio”.

Il Presidente si era alzato.“Ma perché ci avete salvato?” azzardo timidamente.“Domanda giusta. . Il diavolo si interruppe un attimo per ascoltare l’urlo di un potente motore, che svaniva in lontananza. “Ecco il generale che se ne va — pensò a voce alta. — Un po’ pazzo, malgrado il suo indiscutibile talento come sterminatore di masse. Mi fa considerare con interesse il suo mondo, sapete — confidò agli ancora stupefatti e immobili membri del Concilio. A giudicare dai tratti iperumani del generale, il suo pianeta dovrebbe costituire per me un’autentica miniera. In quanto alla vostra domanda, buon uomo, c’è una canzone che dice: ‘Non prendete a calci il mio cane”. E con una sonora risata, scomparve, La Terra era nuovamente libera.

Di questo breve racconto non pubblico solo le tradizionali 100 righe iniziali ma anche il finale. Le parole dette dal diavolo agli umani prima di sparire fanno un certo effetto.

apr 192009
 

Nel prossimo secolo, gli avvenimenti prenderanno una piega mortale per noi — sibilò Drax, dio tritoniano della guerra, rivolto all’assemblea degli dèi dell’Occidente. – A meno di cambiare questo stato di cose.
Il divino consesso rabbrividì, e il brivido si ripercosse per tutto l’universo. La voce di Entigta, dio del mare della Gorgonia (un reame talmente antico da essere già scivolato nella leggenda quando lmhotep costruì per re Zoser la prima piramide), emerse gorgogliando dal viluppo di tentacoli: — E non sapresti dirci la vera natura del pericolo
No. La mia scienza mi offre solo quest’altra traccia: l’origine dei nostri guai sarà il continente Poseidonis, e più precisamente il regno del Lorsk. C’è qualcosa che sembra indicare quale causa di tutto un appartenente a quella famiglia reale. Inoltre credo che anche i miei ci si debbano trovare coinvolti, ma di questo non sono sicuro. Da quando re Ximenon è venuto in possesso di quel maledetto anello non riesco più a entrare in contatto con lui o con i suoi.
— Allora, caro collega, la cosa è nel tuo dipartimento disse Entigta, rivolgendosi a Okma, dio della sapienza di Poseidonis (o Pusahd, per usare il nome più antico). – Come è composta la famiglia reale del Lorsk?
— Re Zhabutir; Vakar e Kuros, suoi figli, e il figlio ancora in fasce di quest’ultimo — rispose Okma. — Io sospetterei del principe Vakar. E talmente ottuso, dal punto di vista spirituale, che non riesco nemmeno a parlargli direttamente.
I tentacoli di Entigta fremettero. — Se non possiamo comunicare con questo mortale, come faremo a convincerlo a cambiar strada?
— Potremmo chiedere consiglio ai nostri dèi. . . — propose scherzando il dio dei coraniani, un piccoletto con orecchie da pipistrello. Tutti gli dèi risero, da perfetti scettici incalliti.
— Un modo esiste — riprese Drax, col suo caratteristico sibilo da serpente. — Possiamo istigare contro di lui altri mortali.— Mi oppongo! — protestò Okma. — Vakar del Lorsk mi è devoto, nonostante il difetto che ha. Non manca mai di sacrificare giovenchi sui miei altari. E poi, non avete pensato che questo corso di eventi potrebbe essere preordinato da un fato inflessibile, che neppure gli dèi potrebbero cambiare? — Non ho mai condiviso questa filosofia servile — sibilò Drax facendo guizzare la lingua biforcuta. Voltò la testa triangolare verso Entigta: — Caro collega, tra tutti noi tu sei quello che ha i guerrieri migliori. Ordina che distruggano la famiglia reale del Lorsk. Anche tutto il paese, se è necessario. — Ehi, un momento! — esclamò Okma. — Anche gli dèi della Poseidonis… — (li cercò con lo sguardo e vide che Tandyla aveva chiuso tutt’e tre gli occhi e che Lyr era intento a grattarsi le incrostazioni) — .. . me compreso. . . dovrebbero dare la loro approvazione prima di scatenare una devastazione simile sopra il loro stesso… Tutti gli altri dèi (quelli almeno di estrazione non pusadiana) si affrettarono a zittirlo. — Faccia di seppia — concluse Drax, — non perder tempo, o fra poco sarà troppo tardi. A Sederado, capitale di Ogygia nelle Hesperidi, la regina Porfi era in camera sua. Aveva i capelli neri come la notte, e gli occhi dello stesso colore degli smeraldi che portava in testa. Stava concedendo udienza a Gara!, primo ministro, un individuo tozzo, pelato e grassoccio, che emanava ingannevolmente un sincero buonumore e una genuina competenza.— Suvvia, signora — stava dicendo il ministro, mentre riavvolgeva un papiro. — Non fate davvero il vostro interesse, rifiutando di sposare il re dello Zhysk. Perché date peso a quel piccolo particolare? Anche se il re ha già tre regine e quattordici concubine. . — Piccolo particolare! — strillò la regina Porfia, che per essere vedova era fin troppo giovane. — Vancho non era niente di eccezionale, ma almeno, quando era vivo, quel bauscione era tutto per me. Non ho nessuna voglia di sposare la diciassettesima parte di un uomo, anche se di sangue reale. — La diciottesima — corresse Garal. — Però. — E poi, chi governerà Ogygia mentre io me ne starò a languire in una gabbia dorata ad Amferé? — Forse potreste passare qui la maggior parte del tempo, e farvi consolare dal giovane Thiegos.
— E quanto ci vorrebbe prima che re Shvo scoprisse tutto e ci uccidesse entrambi? Inoltre, nonostante tutte le belle promesse di rispettare la nostra indipendenza, manderebbe subito qualche rapace governatore zhyskiano a spremervi come limoni.
Garal fece un sobbalzo, ma poi si ricompose e continuò tranquillamente: — Eppure, una volta o l’altra, dovrete ben sposarvi. Persino i vostri sostenitori si lamentano perché non c’è. un uomo a capo dello stato. Sarebbero addirittura disposti ad accettare Thiegos…
— Non capisco cosa c’entri. L’isola prospera, e Thiegos, anche se piacevole come amante, come re non me lo vedo proprio.
— Pienamente d’accordo. Ma una volta o l’altra dovrete pure prendervi un marito, e non c’è nessuno che vada meglio di Shvo dello Zhysk. O c’è qualcun altro…?
— No. Tranne forse…
— Chi? — Garal si piegò in avanti, con gli occhi che brillavano interessati.
— Una vecchia sciocca idea. Quando da giovane andai ad Amferé, al matrimonio della figlia di Shvo, dieci anni fa, mi presi una cotta per un giovane principe, Vakar del Lorsk. Non era niente di eccezionale come bellezza e come fisico, ma aveva un certo non so che. .. una specie di arguzia irriverente, una fantasia alata, una profondità di vedute.., insomma, era tutto diverso da quei balordi di Suoi compatrioti. Mah, a quest’ora avrà già una dozzina di mogli, e si sarà dimenticato di Porfia, la ragazzina goffa e imbarazzata. Dunque, per quell’aumento dei diritti portuali…
Zeluud, re delle isole Gorgadi, stava schiacciando il pisolino pomeridiano, sdraiato su un divano dalle gambe d’avorio. Ad ogni inspirazjone la pancia gli si alzava e abbassava, e il fazzoletto di seta che gli copriva il volto si gonfiava ritmicamente sotto la spinta del reale respiro che fuorusciva ronfando sonoramente. Un nano negro, rapito nel Tartaro anni prima dai pirati di sua maestà, si aggirava per la camera in punta di piedi, con uno scacciamosche di foglie di palma, per colpire l’insetto molesto che avesse ardito recare offesa al reale riposo. Il re dell’antica Gorgonia sognava.
Sognava di trovarsi davanti al nero e umido trono di basalto di Entigta dalla testa di seppia, dio del mare della Gorgonia. Il re Capiva dalla colorazione scura che Entigta non era in vena di affabilità, e, dalla velocità con cui i colori si rincorrevano sulla pelle…

nov 032008
 

Testimonianza di Louise Baltimore

Il DC-lO non avrebbe mai potuto farcela. È vero che si trat­tava di un ottimo aereo, anche se all’epoca la sua fama era ancora offuscata da un nugolo di controversie a causa degli incidenti avvenuti a Parigi e Chicago, ma quando si perde un pezzo d’ala di tali dimensioni non si ha più a che fare con una macchina volante, bensì con un mattone d’alluminio. E fu proprio come un mattone che arrivò giù il DC-lO: dritto dritto, in una spirale senza scampo.
Il 747, però, proprio come dicevo l’altro giorno a Wilbur Wright, è un aereo dotato di una delle cellule più affidabili che siano mai state costruite e sta alla pari col DC-3 Gooney Bird e col Fokker-Aérospatiale HST. Sta di fatto che questa balena dei cieli uscì meglio dalla collisione che non il DC-lO e anche se ferito a morte, riuscì ugualmente a raddrizzarsi e a riprendere il volo in assetto orizzontale e soprattutto a mantenerlo. Chi può dire quale sarebbe stato il suo destino, se non ci si fosse messa di mezzo quella montagna?
Non dimentichiamo neppure che quell’aereo conservò anche una straordinaria integrità strutturale quando urtò con la pancia e rotolò su se stesso, una manovra che nessuno aveva previsto alla Boeing nei parametri dei progettisti. La prova di tutto questo la si doveva dedurre dallo stato dei passeggeri: c’erano più di trenta corpi e nessuno era rimasto mutilato di un solo arto. Se l’apparecchio non avesse preso fuoco, ci sarebbero stati perfino dei volti intatti.
Ho sempre pensato che sarebbe uno spettacolo straordinario quello di poter assistere agli ultimi secondi della propria vita. O preferireste davvero morire nel vostro letto?
Be’, può darsi. Tanto morire in un modo o nell’altro non fa poi una gran differenza.

UN ROMBO DI TUONO»

Testimonianza di Bili Smith
Il mio telefono squillò la mattina del 10 dicembre, giusto un attimo prima dell’una.
Potrei chiudere qui e limitarmi a dire che il mio telefono squillava, ma ciò non basterebbe a comunicare l’importanza dell’avvenimento.
Una volta mi era capitato di spendere settecento dollari per una sveglia. Quando l’avevo comperata però non era ancora una sveglia e quando avevo finito di trafficarci sopra era molto di più. Il cuore dell’apparecchio era una sirena dell’allarme antiaereo, surplus della seconda guerra mondiale. Avevo aggiunto una cosina qua e una là e alla fine del mio lavoro non si sa bene chi tra lei e il terremoto di San Francisco sarebbe riuscito a tirare giù più gente dal letto.
Più tardi a questa macchina infernale avevo collegato il mio secondo telefono.
Mi ero procurato il secondo apparecchio quando mi ero accorto che ogni volta che suonava il primo facevo un balzo fino al soffitto. Solo sei persone dell’ufficio conoscevano il numero del nuovo telefono e così avevo brillantemente risolto due problemi. Avevo smesso di sussultare ad ogni squillo dell’apparecchio e non venivo più svegliato da qualcuno che veniva a dirmi che c’era stato l’allarme, che mi avevano chiamato, che io non avevo risposto e che quindi, qualcun altro aveva preso il mio posto nella squadra d’emergenza.
Vedete, io sono uno di quelli che dormono come un sasso. Lo sono sempre stato; per mandarmi a scuola mia madre doveva letteralmente buttarmi giù dal letto. Perfino in Marina, mentre tutti quelli attorno a me perdevano il sonno pensando al ponte di volo che li attendeva al mattino, io ronfavo tranquillo tutta notte e ci voleva il vocione del comandante per svegliarmi all’ora stabilita.E poi, bevo anche un po’. Sapete com’è. Da principio si comincia a bere solo ai party. Poi seguono un paio di bicchierini al termine della giornata. Dopo il divorzio avevo cominciato a bere da solo, perché per la prima volta in vita mia avevo difficoltà a prendere sonno. So benissimo che quello è appunto uno dei segnali premonitori, ma siamo ancora mille miglia lontani dall’alcolismo vero e propri Avevo però cominciato a prendere l’abitudine di arrivare i ritardo in ufficio e avevo deciso che era meglio prendere qualche provvedimento prima che ci pensasse qualcuno più in alt di me. Tom Stanley mi aveva consigliato di rivolgermi a uno psicologo, ma io ritengo che la mia sveglia speciale funzioni altre tanto bene. C’è sempre modo di risolvere i propri problemi, basta esaminarli e prendere gli opportuni provvedimenti. Per esempio, quando mi ero accorto che per tre settimane fila avevo bloccato la sveglia e mi ero rimesso a dormire, avevo spostato l’interruttore in cucina e lo avevo collegato alla ma china del caffè, perché quando si è già in piedi e il caffè comincia a gorgogliare, è ormai troppo tardi per tornare a dormir In ufficio ridevamo tutti di questa faccenda, la trovavano molto divertente. D’accordo, anche i topolini che corrono l’impazzata in un labirinto sono divertenti. E magari siete degli individui perfettamente equilibrati, senza un solo ingranaggio che stride o una molla troppo carica, ma se è così non voglio sentirne parlare. Andate a raccontarlo al vostro psichiatra. Così dicevo, il mio telefono squillò. Mi rizzai a sedere, guardandomi attorno, e mi resi conto che era ancora buio e capii che quello non era l’inizio di un’altra normale giornata in ufficio. Poi afferrai il ricevitore prima che il telefono facesse saltare via anche il secondo strato di vernice dai muri. Immagino che ci misi un po’ per portarmelo all’orecchi Avevo bevuto qualche bicchierino non troppe ore prima e no ero certo nella mia forma migliore soprattutto se svegliato i quel modo, sia pure per una chiamata d’urgenza. Sentii un silenzio sibilante, poi una voce incerta. – Il signor Smith? – Era una centralinista notturna della Commissione, una donna che non avevo mai conosciuto di persona.- Sì, sono io. – Attenda, prego, le passo il signor Petcher. Poi anche il sibilo scomparve e prima che potessi protestare…

ott 182008
 

C’era una vorta assieme a un pavone n’a gallina che era amica sua
viveva sempre all’ombra della rota,nascosta da na pioggia de colori
di lì passava ogni tipo de uccello pappagallo..canarino..o fringuello er responso era sempre quello:che rota che colori che meravija…quer pavone sembra n’arcobbaleno doppo la pioggia de un giorno d’estate quanno torna er sereno!
da chiude l’occhi pè la troppa luce….nisuno..vedeva mai la pollastrella che nun pensava certo d’esse bella..passò er tempo e li splendidi colori cedettero un pò de smarto coll’età
e l’avanzare d’essa ar pavone offuscò un poco la vanità.passò d’appresso un gallo gran signore che vide la gallina pè un momento ner mentre er pavone chiudeva la su rota pè un seconno….non c’era un gran bagliore nell’occhi sua ma una luce ijera entrata drento ar core s’accorse de sembrà un passerotto ner chiedeje appuntamento er giorno doppo…chiese la gallina ar suo pavone..damme nà mano a fà bella figura!…passò la notte in bianco cò l’amica a tentà de dasse un pò de tono de colore pe esse un pò speciale
pè regge er confronto senza fasse troppo male…arrivò er matino presto de bon’ora er gallo tutto ganzo e mpomatato ije disse lui rivorto alla gallina:io sò re de stò pollaio della vita mia e…avevo scerto te comme reggina..ma qui davanti a me non ciò nà sposa ma n’accozzaglia de tanti colori me tocca chiude l’occhi a tanto scempio,allora ho sbagliato a giudicà la bellezza che t’ho visto drento!…………….si volevo addivertimme pè un giorno bastava der pavone la sua ruota coi colori sempre tinti a festa io stò cercanno invece nella massa l’unico colore che anch’io porto in testa….il rosso della cresta e dell’ammore….
je rispose allora la gallina spojiannose de tutti quell’orpelli:
Signore…guardateme nell’occhi…specchiateve nel fonno del mio cuore…..
parlò er gallo la voce rotta all’emozione disse piano:
c’iavete occhi dorci e belli che brilleno ner buio comme stelle
pè splende nun ve seve l’arcobaleno nè de sembrà n’antro pavone…de quelli è pieno er monno intero!
a me me serve solo nà reggina…pè stò pollaio ch’è la vita mia……

Oggi pubblico qualcosa che esce dal solito schema del Progetto 100 Righe. Le righe sono meno  ;-) e questo si vede, ma,  a parte la battuta, qui ci troviamo di fronte ad  un inedito o, per lo meno, uno scritto che al momento non ha ancora avuto gli onori della carta patinata. L’autrice si firma con lo psudonimo di you don’t know me (ydkm)…potete scoprire qualcosa in più di lei seguendo il link al suo Yahoo! 360°. A me questa storiella è piaciuta e per questo la pubblico. A voi …lettori occasionali di queste pagine…l’invito ad una buona lettura  :-)