Come si raccolgono le uova di struzzo?
Un allevatore mi raccontava che le sue recinzioni adibite a “nido” sono dei lunghi corridoi con ad una estremità il punto di cova e ed all’altra una mangiatoia.
Quando è il momento di prelevare l’uovo mamma struzzo viene attirata verso la mangiatoia in modo che l’allevatore possa entrare in sicurezza a raccoglierlo.
Può accadere però che mamma struzzo non abbia fame, non sia in giornata buona per le distrazioni o che sia più furba di quanto si possa immaginare.
La conseguenza è che il povero allevatore, mentre si sta apprestando a raccogliere l’uovo, avverta una presenza alle sue spalle e voltandosi si trovi “vis a vis” con uno struzzo dallo sguardo poco amichevole.
La spiacevole situazione è stata vissuta da questo allevatore che si è trovato scaraventato a terra e pestato. Pestato è il termine corretto perché il pennuto di 150 chili una volta balzato sul corpo dell’uomo iniziò a saltellargli sopra.
All’allevatore non rimase altro da fare che rannicchiarsi in posizione fetale coprendosi la testa con le mani e cercare di rimanere immobile sperando che l’uccello sfogasse rapidamente la sua rabbia.
L’uomo non ricorda se passarono solo pochi secondi o alcuni minuti, quel che conta è che ad un certo punto la tortura finì e lo struzzo si allontanano permettendo così al malconcio allevatore di uscire strisciando dalla recinzione.
Morale: mai più andare da soli a raccogliere le uova. Portare con se qualcuno in grado di gridare “Scappa!!!”

 

Avete mai sentito dire che i gatti rubano il respiro ai bambini? Tra le tante superstizioni legate a questi animali c’è pure questa, probabilmente legata al fatto che il gatto cerca il contatto fisico e può accovacciarsi sul petto delle persone, magari con il muso a pochi centimetri dal nostro viso.
Di sicuro un gattone di 5 chili non è il massimo sul petto di un neonato e sarebbe bene stare un po’ attenti ma da questo ad attribuirgli capacità quasi vampiresche il passo è lungo.
Eppure questo timore che qualcuno o qualcosa ci possa rubare il respiro mentre dormiamo deve essere ben radicato nel nostro inconscio visto che questo tipo di…furto non viene contestato solo al gatto.
Già nell’antica Roma, ed in seguito anche nel medio evo, si parlava dei demoni incubi (o inui) e della loro capacità di tormentare le notti degli umani con tanto di furto di respiro a bambini ed anziani. Girando in lungo e in largo per il nostro paese scopriamo che queste “entità” sono ben conosciute; cambiano nome, cambiano aspetto, ma il loro modo di operare rimane lo stesso.
Come esempio possiamo citare la pantafa/pandafeche (grazie a fiordicactus per il suggerimento  :wink: ) che disturba il nostro sonno tra Marche ed Abruzzo o lo Svizzero tòggeli, quest’ultimo in particolare sarebbe uno scassa-marroni di prima categoria.
Si dice che il tòggeli entri in casa attraverso una fessura nella parete o il buco della serratura della porta; per questo s’immagina sia molto piccolo ma poi riesce a crescere molto rapidamente e diventa molto pesante (solo in questo modo può togliere il respiro alle persone salendoci sopra).
Una cosa distinguerebbe questo spirito tormentatore dagli altri suoi simili, questi potrebbe entrare nelle nostre case non in modo casuale ma evocato da qualcuno che vi vuole fare del male. Per nostra fortuna non è difficile rispondere a questo attacco, è sufficiente tenere una bottiglia vuota accanto al letto, non appena il tòggeli si allontanerà dobbiamo immediatamente fare pipì dentro la bottiglia avendo poi cura di tapparla molto bene; la conseguenza sarà che il mandante del tòggeli non riuscirà più a fare la sua “plinplin” finché non ci presterà qualcosa o la bottiglia sarà aperta. In qualche modo sarà costretto ad uscire allo scoperto.
Avrei pure io da suggerire un rimedio contro questi spiriti che durante la notte ti schiacciano il petto e ti tolgono il respiro: andare a letto solo dopo aver digerito per bene la cena. Specialmente se la cena prevedeva un paio di porzioni in più di tutte quelle cose scientificamente definite….”mattoni”. Se poi al tutto abbiamo aggiunto un x numero di assaggi di grappe e liquori vari non dobbiamo stupirci se il tòggeli di turno si porta pure qualche amico sul nostro petto stendendoci per bene.
Più seriamente, questi fenomeni si possono spiegare con delle forme di disturbo come la paralisi nel sonno o comunque qualche patologia più o meno seria che in passato non veniva diagnosticata dai medici. Ovvio che la fantasia popolare trovasse terreno fertile in questi argomenti poco comprensibili.
Per chiudere l’argomento facciano un’incursione nel mondo del cinema dove credo di aver trovato nel film Cat’s Eye un buon collegamento al tema.
Si tratta di un film in tre episodi scritti dal maestro del terrore Stephen King; in particolare nell’ultimo episodio troviamo una bambina, interpretata da una giovanissima Drew Barrymore, perseguitata da un piccolo e feroce troll che vuole rubargli il fiato. In suo aiuto arriverà un eroico gatto che sconfiggerà il troll dopo una battaglia non priva di qualche momento ironico.
Qui sotto propongo il video con gli ultimo minuti del film; il video è in lingua originale ma anche se non riuscite a cogliere tutti i dialoghi non è un problema, a meno che per dialoghi non intendiate quelli tra il gatto ed il troll.
Un’ultima cosa: solo per la cronaca il troll di questo film è stato creato da Carlo Rambaldi (King Kong, E.T…..). Buona visione.

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L’apicoltura, già praticata dagli Egizi (il miele entrava anche nella composizione degli unguenti per l’imbalsamazione), venne tenuta in cosi alto onore presso i romani che Virgilio dedicò alle api quasi per intero l’ultimo dei quattro libri del poema Le Georgiche (un trattato di agricoltura in versi).
Allora, e fino a tutto il XIX secolo, le arnie erano rustiche costituite da un tronco cavo o a una costruzione di vimini a forma di cesto rovesciato. Gli apicoltori moderni utilizzano invece arnie appositamente costruite, con le parti superiori mobili (infatti le api immagazzinano il miele in eccesso rispetto ai loro bisogni quotidiani soprattutto nella parte alta del favo), e vi inseriscono telaietti di legno che racchiudono favi artificiali; le api non sono quindi costrette a diminuire la produzione del miele per fabbricare la cera necessaria alla costruzione dei favi.
Ora l’apicoltura si è molto specializzata, alcuni apicoltori si dedicano in particolare all’allevamento di regine, spedite poi in tutto il mondo con un piccolo seguito di operaie per popolare nuovi centri apicoli.  Altri, incrociando e selezionando le diverse razze, tentano di ottenere nuove varietà di api che offrano maggior resistenza alle malattie e che possano dare miele più abbondante.
Il nettare. Il nettare è una sostanza dolce e profumata, per lo più liquida, i vari gradi di densità sono in funzione della specie vegetale e del clima. La quantità d’acqua può variare sino all’80% della composizione, gli zuccheri contenuti si aggirano dal 7 al 60%, vi sono, inoltre, tracce di aminoacidi, sali minerali, ormoni vegetali, pigmenti e vitamine.
Piante ricche di nettare sono: acacia. betulla, cavolo, cipolla, cotogno, ciliegio. castagno, gelsomino. ginestra, grano saraceno, ippocastano, frassino, lavanda, lampone. lupinella, luppolo. melissa. miglio, melo, ontano, rosmarino, salvia, susino, sorbo. trifoglio bianco, timo.
L’apicoltore che volesse rendere disponibile alle sue api nettare per tutta la stagione primaverile estiva potrebbe seminare, a intervalli regolari di due settimane, senape bianca che fornisce nettare molto gradito alle api. Chi ha campi di trifoglio rosso e violetto deve tener presente che la prima fioritura è poco profittevole agli effetti del raccolto del nettare perché il fiore ha il calice molto alto,  tuttavia dalla seconda fioritura le api sono in grado di introdurre la ligula nel calice per suggere il nettare.
Il nettare si forma nei fiori, tuttavia a un’abbondante fioritura non sempre corrisponde una grande quantità di prodotto  la cui formazione è in parte legata alle condizioni meteorologiche.
Condizioni favorevoli per la formazione del nettare si verificano quando, durante la fioritura,  a un’abbondante pioggia seguono notti calde e giorni soleggiati. La secrezione di nettare è abbondante nelle prime ore del mattino, man mano decresce con l’avvicinarsi delle ore calde per poi ritornare abbondante verso sera.
La funzione del nettare che non si trova esclusivamente nel calice floreale è quella di allettare gli insetti destinati a provocare la fecondazione del fiore. L’ape, raccolto il nettare, lo trasferisce nell’ingluvie dove viene arricchito con sostanze secrete dalle ghiandole salivari. Al ritorno nell’alveare, l’ape rigurgita il nettare alle api di casa che a loro volta lo versano nelle celle destinate agli alimenti. Quando la cella è piena di futuro miele, che intanto ha perso una certa quantità d’acqua, alcune api chiudono l’apertura della cella con un opercolo di cera.
Le api devono compiere circa 50.000 voli, visitare milioni di fiori per poter raccogliere il nettare sufficiente per fare un chilo di miele; tuttavia in un giorno di piena fioritura, con una colonia molto popolata, è stato possibile raggiungere un raccolto di oltre 6 kg di miele; esempi anche più lucrosi si possono trovare nell’apicoltura nomade, quando l’operatore è sufficientemente esperto e sa collocare nel punto giusto l’alveare.
Il miele è, in definitiva, un prodotto vegetale elaborato dall’ape e quindi in un certo senso da considerarsi anche animale, maturato convenientemente, e composto da saccarosio, glucosio, fruttosio, destrine, sali minerali, sostanze aromatiche diverse, vitamine, lieviti e fermenti oltre a tracce di polline, elementi minerali diversi come ferro, calcio, potassio, fosforo.
Il colore può essere vario: dal bianco, come il miele di sulla (un foraggio), al nero, come quello di melata; anche il sapore può variare in funzione dell’origine; il più dolce, in senso relativo, è considerato quello di rosmarino, come anche quello di arancio e di lavanda (che è anche aromatico),  mentre è amaro quello di corbezzolo, pur riuscendo gradevole,  è verdastro e poco saporito quello delle conifere.
Il miele, essendo un composto zuccherino predigerito dalle api, è di pronta assimilazione in quanto viene direttamente assorbito dal sangue, ha un alto valore energetico in quanto un grammo corrisponde a 3,264 calorie e i kg di miele teoricamente corrisponde al valore calorico di circa 3 kg di carne, a 5,5 litri di latte, a 1 kg circa di prosciutto, a 3 kg di banane e a 6 kg di arance, i pregi potrebbero esser ulteriormente elencati, comunque basti pensare al largo uso che viene fatto nell’industria alimentare, nel campo della medicina e quotidianamente per consumo diretto.
Il consumo di miele in una colonia d’api può essere vario; entro certi limiti, però può essere calcolato.
Sembra che una buona famiglia di api consumi, dalla primavera avanzata all’autunno, dai 6 agli 8 kg di miele; questo consumo si riduce d’inverno al di sotto di 1 kg (in dicembre) per poi risalire, con la ripresa primaverile, prima a 2 kg (febbraio-marzo) e poi a 4 kg (aprile) per poi aumentare sempre più.
Ciò è calcolato in base al consumo unitario di circa 3 milligrammi di miele al giorno e un’ape, nel corso della sua vita, consuma circa 120-170 milligrammi di miele, vivendo dalle 6 alle 8 settimane. Se poi calcoliamo che una regina appartenente a una colonia ben nutrita può deporre anche 200.000 uova annualmente, possiamo preventivamente stabilire qual è il consumo di miele della colonia, cui va aggiunto il consumo di polline e acqua.
La cera. Le secrezioni cerose delle api sono indispensabili per la costruzione dei favi.
Le api secernono cera per mezzo di ghiandole ceripare in seguito a trasformazione di sostanze zuccherine (miele in prevalenza). La cera ha particolare colore e aroma, caratteristiche legate alla razza delle api produttrici. Di solito la composizione della cera dei favi risulta per il 92-95% di cera pura e nella restante parte vi troviamo propoli e polline.
La mescolanza di cera pura con polline e propoli sembra avvenga durante la costruzione di favi.
La composizione è complessa, comunque risultano presenti idrocarburi superiori, esteri, acidi, alcoli e sostanze coloranti.
Gli antichi Greci e Romani stendevano la cera su tavolette per scrivervi sopra con uno stiletto; con essa venivano fatte statue e pitture in rilievo,usanza ancora diffusa presso alcuni popoli.
Gli Egizi usavano la cera per imbalsamare, unitamente alla propoli. Un tempo anche usata per illuminazione è tuttora diffusa a questo scopo nel campo religioso.
L’apicoltore la usa per realizzare dei favi artificiali in sostituzione di quelli creati dalle stesse api che risultano più dispendiosi nell’economia apicola.
La cera si usa anche per lucidare mobili e pavimenti, per preparare cere per scarpe, carte e tele cerate, vernici, ceralacca, mastici, fiori artificiali; serve inoltre in medicina, in aeronautica, in cosmetica.
Il polline. Il polline si trova nelle antere degli stami, è una polvere che serve alla fecondazione del fiore, ma che viene raccolto anche dalle api per nutrirsene.
In realtà le api sono chiamate dalle corolle dei fiori alla ricerca del nettare. L’attrazione del fiore, infatti, è di tipo nettarifero  e odorifero; poi l’ape, mentre introduce nel fiore la ligula per suggere il nettare, scuote gli stami e s’imbratta di polline. Una parte di polline, comunque, finisce sugli stigmi e provoca la fecondazione dell’ovario.
L’ape bottinatrice sporca di polline, utilizza le spazzole delle zampe posteriori per liberarsi dagli innumerevoli microscopici granelli, poi utilizza le pinze per caricare le cestelle del 3° paio di zampe  in modo da renderne più agevole il trasporto al nido. La bottinatrice carica di polline, giunta sul favo, depone il carico in una cella. Una giovane operaia completa il lavoro comprimendo con la testa il polline nella cella.
Il polline servirà alle api per l’elaborazione della pappa da somministrarsi alla covata; si tratta di una pappa alimentare composta da miele, polline e acqua, parzialmente digerita per cui l’aspetto diviene lattiginoso.
Piante molto pollinifere sono il castagno, gli agrumi, le eriche, l’eucalipto, l’edera, la sulla, il salice, il tarassaco, il mirto, il papavero. In particolare i fiori maschi di alcune piante, come il salice e il nocciolo, sono molto ricchi di polline.
E da tener presente che l’ape raccoglitrice di polline visita di preferenza lo stesso tipo di fiore per ogni uscita, raccogliendo lo stesso tipo di polline; la deposizione del polline avviene di preferenza in celle femminili.
Una famiglia d’api consuma, in un anno una quantità di polline che si aggira attorno a 36-38 kg.
La propoli La propoli è una sostanza resinosa, aromatica, di consistenza simile alla pece la cui temperatura di fusione si aggira sui 64-69 °C.  Il colore può essere vario, a seconda delle piante di origine: g La composizione delle propoli risulta, in base ad analisi qualitative, formata da resine aromatiche 50%, cera 40% olio essenziale 10%.  La cera però viene aggiunta dalle api durante la manipolazione per rendere la propoli più molle e più lavorabile .
La resina aromatica raccolta dalle api per elaborare la propoli invecchiando diventa più scura e più dura. Le api utilizzano la propoli per chiudere le fessure delle arnie, per fissare i telaini, per irrobustire le cellette, per diminuire l’apertura dell’alveare, per rivestire animali di varia natura che sono penetrati nell’arnia e sono stati uccisi dalle api di guardia, come può capitare per la farfalla testa di morto o, anche, per qualche inopportuno topo. In particolare, quando l’animale intruso è voluminoso, per cui le api non riescono a buttare fuori dal nido la carcassa, tentano di svuotarla per evitare la putrefazione, dopo di che si ingegnano in un’opera di rivestimento a base di propoli.
Una colonia sufficientemente popolata raccoglie in un anno, una quantità di propoli che si aggira sui 200 grammi. Sono state trovate, in alcuni alveari, celle rivestite di propoli e sembra che questo fatto non sia solo da attribuirsi a una necessità di rafforzamento della cella, ma anche a scopo antisettico.
La propoli può essere anche usata dall’uomo per preparare vernici brillanti. mastici per innesti, adesivi, in aggiunta all’olio di lino per lucidare mobili, per otturare fessure nei mastelli, per disinfettare, per surrogare l’incenso, ecc… Come curiosità si cita il fatto che in Egitto veniva usata per l’imbalsamazione delle mummie, in Grecia per preparare unguenti e tuttora nei paesi orientali viene adoperata dalle donne quale depilatore.
La melata. La melata è un liquido zuccherino prodotto da diverse specie di insetti parassiti che vivono sulle foglie di molte piante. Questi insetti, muniti di un adatto apparato boccale pungente-succhiante, prelevano la linfa vegetale di cui si nutrono perforando i vegetali che li ospitano.
Essendo la linfa molto ricca in zuccheri e relativamente povera in proteine, i parassiti, allo scopo di impadronirsi della necessaria dose di proteine, sono obbligati a filtrare massicce quantità di linfa, il cui eccesso viene escreto e finisce con l’imbrattare le foglie sottostanti da cui le api possono poi agevolmente lambirla.
Il miele di melata si presenta di colore ambra scuro, di gusto gradevole e ricchissimo in sali minerali.
La gelatina reale.  La gelatina reale (o pappa reale) è una secrezione prodotta da ghiandole presenti nel capo delle api operaie, e particolar mente attive in quelle api cosiddette “nutrici” che hanno un’età compresa tra 5 e 14 giorni. Questa sostanza, che come dice il nome ha l’aspetto di una gelatina di colore bianco-crema o, a volte, giallo, è il cibo che viene fornito a tutte le giovani larve siano esse di operaia o di fuchi nei primi tre giorni di vita.
Poi a queste larve verrà somministrato un alimento diverso, ottenuto dal miele e dal polline, mentre quelle che sono destinate a diventare regine continueranno a ricevere la gelatina reale che rimarrà l’unico cibo anche quando le regine saranno adulte e per tutta la durata della loro pluriennale vita. Nell’arco di un’annata apistica un alveare produce per il proprio fabbisogno alcune centinaia di grammi di gelatina che viene consumata immediatamente dalle larve e dalla regina. Sono le celle reali che vengono più rifornite di questa sostanza: da una di esse è possibile prelevarne una quantità che raggiunge anche i 250-300 mg.
La gelatina  reale si può ottenere anche in modo “artificiale”. Poiché sono le celle reali a contenerne la quantità maggiore, tutti i metodi si basano sul principio di far allevare un certo numero di larve di regine che vengono sacrificate dal 5° giorno di età asportando poi la gelatina nella quale le stesse larve erano letteralmente immerse. Un sistema molto semplice per ottenere seppure modeste quantità di gelatina consiste nel prelevare le celle reali non ancora opercolate da alveari che si preparano alla sciamatura. Un metodo un poco più produttivo consiste nell’orfanizzare l’alveare; le api sceglieranno subito delle giovani larve di operaie che verranno nutrite e allevate in modo da poter rimpiazzate la regina, e quindi presto rifornite abbondantemente di gelatina reale. Dopo tre giorni dall’orfanizzazione si asporteranno le celle con la pappa e così di seguito per un paio di volte fino a che esisteranno nella famiglia larve femminili tanto giovani adatte a diventare potenziali regine.
Purtroppo così facendo col tempo l’alveare si indebolisce, tanto da veder compromessa la propria vitalità. Per ovviare a questo inconveniente sono stati ideati svariati metodi di allevamento artificiale di larve reali, il cui concetto comune e basilare consiste nel dividere l’arnia in due settori mediante una griglia escludi regina il primo scomparto è privo di regina e quindi le api presenti sono indotte ad allevare celle reali approntate dall’apicoltore che vengono periodicamente sottratte nell’altro settore la regina continua invece il suo lavoro di deposizione garantendo così lo sviluppo delle giovani covate da destinare all’allevamento reale e anche la presenza di api operaie che dovranno produrre la preziosa gelatina.
La gelatina reale è un alimento di difficile conservazione tanto che appena estratta deve essere subito messa in piccoli flaconi di vetro scuro e riposta in frigorifero a 4 gradi per evitare irreversibili fenomeni di degradazione.
La composizione è complessa e non ha nulla a che vedere col miele; quest’ultimo è soltanto un alimento energetico mentre la pappa reale è invece un alimento plastico essenziale per lo sviluppo di organismi in crescita. Ha umidità compresa tra il 64%- 68% le sostanza azotate (proteine e aminoacidi liberi) rappresentano fino al 45% della sostanza secca. Sono presenti anche zuccheri, grassi e in particolare una numerosa serie di sostanze che, seppure in quantità minime  sono fondamentali per esprimere le particolari attitudini nutritive e di stimolo al metabolismo di cui essa è dotata.
Il notevole incremento del consumo di ossigeno dopo la sua ingestione è solo uno dei motivi che giustificano il suo uso negli individui convalescenti o che devono far fronte a intensi impegni di carattere fisico o intellettuale. La gelatina reale è attiva tra l’altro sull’appetito che aumenta, migliora l’umore, ha una spiccata e positiva azione sulla sfera sessuale di cui tende a favorire le funzioni, agisce inoltre facendo aumentare la pressione sanguigna.
Il consumo giornaliero comunemente consigliato  è attorno ai 250 mg per gli adulti, mentre per i bambini si può anche dimezzare la quantità. In genere se ne consiglia il consumo a digiuno ponendo la dose sotto la lingua al fine di assorbirne velocemente i principi nutritivi che non passano così alla degradazione altrimenti inevitabile dei succhi digestivi dell’apparato digerente.
FINE

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Rigide leggi governano la spartizione del loro lavoro: ogni operaia ricopre gradualmente diversi incarichi, distribuiti in relazione all’età: solo l’ape operaia molto giovane, infatti è in grado di produrre la pappa reale necessaria alle larve e ricchissima di vitamina B. Il suo primo compito è quello di preparare le cellette per le nuove covate; dal 3° all’11° giorno nutre le larve, quindi sino al 15° giorno si dedica a immagazzinare il miele prodotto dalle altre operaie, infine diviene bottinatrice, ossia ricerca nettare, polline e propoli.
La propoli è una sostanza resinosa che l’operaia preleva dalle gemme e alla corteccia di varie piante per poter riparare i favi rotti, chiudere gli interstizi dell’arnia e anche per imbalsamare eventuali nemici che vi si siano introdotti e che non possano essere trascinati fuori per le grosse dimensioni. Se ad esempio un topo andasse in putrefazione all’interno dell’arnia, le api sarebbero costrette ad abbandonarla. Ogni ape dimostra solitamente particolare predilezione per una determinata specie di fiore e a essa ritorna tutti i giorni in cerca di nutrimento  passando di fiore in fiore in un campo di erba medica, in un agrumeto, in un bosco di acacie, l’ape deposita sugli stimmi il polline che li feconderà, con tale sua ” specializzazione”  svolge un compito molto importante, quello di assicurare l’impollinazione incrociata delle specie visitate.
La regina depone in ogni celletta della zona più interna dell’alveare, detta camera di covata, un piccolissimo uovo bianco. Trascorsi tre giorni, da ciascun uovo esce una piccola larva bianca, molto vorace, che viene alimentata per altri tre giorni dall’ape nutrice con la pappa reale e quindi con un miscuglio di miele e polline.
La larva cresce rapidamente e, in una settimana, diviene tanto grossa da riempire la celletta. Le nutrici richiudono allora l’abitacolo con un coperchietto di cera (detto opercolo). e all’interno la larva fila un bozzolo di seta dentro al quale si trasforma in ninfa.
Dopo 21 giorni dalla deposizione dell’uovo, il coperchio si solleva e il nuovo insetto perfetto sguscia fuori e inizia la sua vita nella comunità.
Il primo suo compito, come ape operaia, sarà quello di ripulire la celletta affinché possa ospitare un altro uovo.
La sciamatura. Se le api diventano troppo numerose per la capienza dell’arnia, costruiscono cellette di maggiori dimensioni, dove la regina depone uova non fecondate dalle quali si sviluppano i maschi. Quando i fuchi hanno raggiunto un certo numero (300-400), alcune larve, nate da uova fecondate e deposte in cellette ancora più grandi, cilindriche e verticali, vengono nutrite esclusivamente con pappa reale e in capo a 16 giorni si trasformano in altrettante nuove regine.
A questo punto la vecchia regina è pervasa da un’agitazione che si propaga a tutto l’alveare, finché la comunità si divide in due schiere, una di queste sciamerà fuori dal nido seguendo la vecchia regina, mentre all’interno dell’arnia la prima nuova regina che vede la luce trafigge col pungiglione le rivali ancora chiuse nelle cellette.
In alcuni casi, due regine, nate contemporaneamente, lottano fra loro assistite dalle operaie. Il nuovo capo della colonia, dopo il volo nuziale, che avviene a 4-6 giorni dalla nascita, si dedicherà esclusivamente a produrre uova.
Lo sciame uscito dall’alveare turbina per la campagna, mentre alcune “staffette” partono alla ricerca del luogo adatto per costruire un nuovo nido. Di tanto in tanto lo sciame arresta e le api si posano l’una sull’altra attorno alla regina in vari strati. formando il cosiddetto gloinere, appese al ramo di un albero. Poi riprendono il volo, si arrestano nuovamente, e continuano così finché non è stato individuato un rifugio o finché non vengono catturate dall’apicoltore che è utilizza per popolare una nuova arnia.
L’alveare. Prima di iniziare la costruzione dei favi nella nuova abitazione, le operaie compiono un pasto tre volte più abbondante del solito per poter lavorare senza concedersi soste e per avere una scorta di materia prima sufficiente alla produzione di molta cera.
Questa viene elaborata dalle ghiandole addominali e fuoriesce, fra un segmento e l’altro dell’addome, in forma di scagliette, che le operaie, dopo averle estratte aiutandosi l’un l’altra, masticano impastandole con la saliva per renderle modellabili; le sovrappongono poi, strato su strato, iniziando dal tetto e calando verso il basso, in modo regolare.
Ogni favo è formato da una doppia fila di cellette esagonali — che si aprono dilato e sono leggermente inclinate verso l’alto ( profonde circa 7 millimetri e larghe circa 5). La distanza tra i favi è uguale alla profondità di una celletta. Questo particolare tipo di struttura consente di sfruttare al massimo lo spazio con il minimo indispensabile di cera per le pareti. Le cellette più interne e centrali (la camera di covata) sono destinate ad accogliere le uova dalle quali nasceranno le successive generazioni di api, le cellette immediatamente adiacenti servono per immagazzinare il polline, nelle altre le bottinatrici rigurgitano il miele contenuto nella borsa melaria.
Non appena una celletta è colma di polline o di miele, viene sigillata con l’opercolo. Con il termometro si è potuto osservare che all’interno della camera di covata la temperatura non scende mai al di sotto dei 13°C, anche se il clima all’esterno dell’arnia è molto rigido infatti, durante la stagione fredda le operaie si ammucchiano l’una sull’altra attorno ai favi e producono calore con continue contrazioni muscolari.
All’opposto quando la calura estiva fa salire la temperatura, numerose operaie volano a rifornirsi d’acqua che rigurgitano sui favi e fanno poi evaporare ventilandoli con le ali.
Il linguaggio. Durante la ricerca del nettare de! polline, le bottinatrici non si muovono a caso ma utilizzano le informazioni fornite da altre operaie, le esploratrici, che individuano i luoghi più ricchi di fiori e trasmettono le indicazioni con particolari movimenti del corpo.
I disegni illustrano il linguaggio usato dalle api per comunicare alle loro compagne la scoperta di una fonte di cibo. Nel primo disegno sono rappresentate, la danza circolare (a sinistra), che indica una vicina fonte di cibo e la danza dell’addome, che indica una fonte lontana. Nei disegni successivi alcuni momenti della danza dell’addome che indicano la posizione del cibo rispetto al sole: la linea che taglia a metà i cerchi indica la direzione del cibo.


Se il cibo è nei pressi dell’alveare, all’incirca nel raggio di un centinaio di metri, l’esploratrice, correndo rapidamente sulla superficie del favo, esegue la cosiddetta danza circolare traccia cerchi successivi, muovendosi dapprima in senso orario e poi antiorario per alcuni secondi. Le operaie. attratte dal movimento, la “fiutano” con le antenne, individuando verso quali tipi di fiori devono dirigersi, Quando la fonte di cibo è lontana (tuttavia le api si allontanano in media non più di 3 chilometri dall’alveare), I ‘esploratrice indica alle compagne la direzione, rispetto alla posizione del sole, eseguendo la  “danza dell’addome”, con movimenti tanto più lenti quanto più lontano è il cibo.
In questa danza l’ape dimena l’addome mentre si muove sul favo. tracciando una figura che è simile a un cerchio tagliato da una linea retta. La direzione del cibo corrisponde a! tratto rettilineo, che viene percorso dall’alto verso il basso se la fonte di alimento è situata in posizione opposta al sole dal basso verso l’alto se è orientata verso il sole.
Le danzatrici possono proseguire nel loro balletto per ore e, mentre il sole si sposta nel cielo, modificano di continuo l’inclinazione del tratto rettilineo per poter sempre indicare un angolo corretto. Con queste danze le esploratrici riescono a fornire indicazioni atte alle bottinatrici anche a cielo coperto:tale capacità è dovuta al fatto che, come si detto, le api sono in grado di percepire le radiazioni ultraviolette che attraversano le nubi.

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