Si dice che i gatti abbiano sette vite. Non so quali siano le origini di questo detto ma di sicuro, con tutte le disavventure che ha passato, il mio vecchio gatto deve avere un bonus-vita non indifferente.
Ne ho avuto la conferma poche settimane fa al termine di una visita dalla veterinaria. Il “vecchietto” ultimamente ha degli episodi di respiro rumoroso così decidiamo di fare qualche accertamento attraverso una radiografia e qui salta fuori la sorpresa: Nel corpo del gatto, in particolare nella zampe posteriori, sono conficcati una quindicina di pallini di piombo “regalati” da qualche bracconiere chissà quanto tempo fa (ingrandire l’immagine di presentazione per i dettagli).
E’ proprio il fattore tempo che mi ha lasciato stupito. Sono diversi anni ormai che il gatto da tigrotto del quartiere si è trasformato in pantofolaio e non si allontana da casa ed ancor di più sono gli anni passati da quando “l’urbanistica” intorno alla mia casa si è modificata rendendo la zona off limits ai cacciatori.
Rimango stupito dalla capacità che hanno gli animali nel superare le avversità ed adattarsi agli acciacchi fisici, cosa che noi umani possiamo solo sognare. In parole povere, dubito che se qualcuno cinque o sei anni fa mi avesse impallinato le chiappe oggi starei qui seduto davanti al computer con una manciata di piombo nelle carni senza averne pagato prima le conseguenze. Il dolore, il rischio d’infezione mi avrebbe fatto andare di corsa in ospedale per rimuovere i pallini. Il gatto invece non ha mai manifestato sintomi che facessero pensare alle conseguenze di una ferita d’arma da fuoco e questo, come ho detto, mi lascia stupito e mi fa riflettere… l’evoluzione ci ha resi animali “intelligenti” e capaci di generare progresso ma in cambio ci sta chiedendo un prezzo salato: la fragilità del nostro corpo. Se fa troppo cado soffriamo, se fa troppo freddo soffriamo, una piccola ferita se trascurata può esserci fatale.
Forse siamo i padroni di questo mondo ma di sicuro siamo dei padroni d’argilla.

 

Uno dei ricordi più belli che ho della mia infanzia è legato all’immagine di mio nonno che, rientrato dal lavoro, mi porge una busta contenente dei libri. Erano dei libri appartenuti al titolare dell’azienda dove mio nonno lavorava e che un bel giorno aveva deciso di sbarazzarsene facendoli gettare nell’immondizia. Mio nonno invece di gettarli pensò bene di portarli a casa per farmeli leggere almeno una volta.
Oggi, dopo quasi quarant’anni questi libri sono ancora in mio possesso, li conservo come un piccolo tesoro e continuo a chiedermi come mai quel giorno il vecchio proprietario decise di sbarazzarsene. Non li aveva trattati bene, graffi e pagine scarabocchiate sono cicatrici che questi libri avevano già allora ma, almeno per come la vedo io, delle opere stampate nel 1946 avrebbero meritato un maggio rispetto (parere personale).
Di questi libri ad affascinarmi non furono solo le storie, parliamo di romanzi di Emilio Salgari (vedi post precedente) ma anche le meravigliose illustrazioni che mi apparvero davanti mentre sfogliavo le pagine. Per il bambino che ero veder prendere forma i protagonisti della storia che stavo leggendo, quasi e forse meglio di un fumetto, fu un’emozione impagabile ed ancor oggi, quando prendo un libro in mano, dentro di me c’è sempre la speranza di trovarci qualche bella immagine a “corredo” della storia.
Purtroppo oggi si è perso il senso del libro da guardare oltre che da leggere, non so da cosa dipenda, di certo non è colpa dei “tempi moderni” perché il libro illustrato era una rarità anche nel periodo della mia infanzia, almeno per quelli che sono stati i libri passati sotto le mie grinfie.
Qui sotto si possono vedere alcune delle illustrazioni tratte da alcuni dei libri di Salgari in mio possesso.
Le prime tre illustrazioni sono tratte da “La Scotennatrice”, altre due sono estratte da “Le Selve Ardenti” (il seguito di “La Scotennatrice”), quindi ci sono due illustrazioni tratte da “I Tughs alla riscossa” ed infine un’illustrazione tratta da “Lo Scettro di Sandokan”.
(cliccare sulle immagini per ingrandirle)

 

Interrompo la normale e programmata pubblicazione di post per inserire una breve guida sulla “manutenzione” delle penne di blummanaro.
Già in tre casi mi sono state segnalati dubbi riguardo l’eventuale sostituzione del refill esaurito.
Innanzitutto grazie: questo interesse dimostra che la penna è piaciuta e gettarla via una volta esaurito l’inchiostro vi spiacerebbe. Il problema sembra sorgere dal formato cicciotto del refill originale (vedi punto numero 1 dell’immagine) che può essere visto come un formato particolare e difficile da reperire. Niente di tutto questo, il formato non è “esclusivo”, questo modello si trova ma, cosa ancor più importante, NON è obbligatorio usare proprio quello; un qualunque formato “simil-bic” va benissimo.
Osservate il refill nero indicato dal numero 3, completamente sottile e più lungo rispetto all’originale bianco, ebbene funziona benissimo, basta accertarsi che abbia un piccolo scalino (indicato dalla freccia rossa) utile a trattenere la molla (punto numero 2) che ne controlla la corsa.
Questi refill si trovano anche nelle penne da due soldi vendute a pacchi da 10 o 20 in qualsiasi supermercato.
Morale: le penne di blumannaro.net, salvo gravi infortuni, hanno vita quasi eterna, basta nutrirle. Se trattate bene imparano anche a scrivere da sole come fa quella di THeO. :D
Chiusa questa parentesi “tecnica” da lunedì (probabilmente) riprendo le normali pubblicazioni. Ok? :wink:

 

Ci sono persone che per loro natura devono vivere fuori dagli schemi. La cosa non ha nessun legame con l’essere buoni o cattivi, le loro azioni a volte varcano la soglia della legalità ma è una soglia scritta dagli uomini e per questo non sempre è perfetta, spesso, pur disapprovando il loro modo di agire, ci sentiamo anche di giustificarli perché, in fondo, forse loro hanno semplicemente il coraggio di fare quello che a volte noi stessi saremmo tentati di fare.
Un paio di mesi fa scrissi di una di queste persone, parlo dell’uomo che aveva attirato l’attenzione di tutta la stampa del nord est girando con una bara caricata sulla sua auto cabrio. Ormai avevo quasi dimenticato questo episodio ma, sapete com’è, il mondo è piccolo, e può capitare d’incontrare una parente dell’uomo disposta a raccontare qualche aneddoto legato alla sua vita.
Si scopre così che il nostro eroe non è nuovo a gesti clamorosi.
Le sue azioni sono in genere la risposta ad una qualche forma d’ingiustizia che non ha trovato risposta attraverso le via “convenzionali”.
Qualche esempio. Presentarsi presso una pubblica amministrazione armato di tanica di benzina ed accendino per ottenere un’attenzione negata da molto (troppo) tempo. Per motivi analoghi, salire su di una gru e da li gettare in strada documenti e verbali, oppure, scavalcare il pannello di protezione di un cavalcavia sopra l’autostrada costringendo così le autorità a fermare il traffico per questione di sicurezza; pare che in queste occasioni l’uomo rimanesse solo pochi minuti oltre il pannello di protezione, in questo modo avrebbe evitato la denuncia.
Fonti e ragioni di questa eventuale normativa sarebbero da verificare, se qualcuno esperto in materia volesse dire la sua mi farebbe cosa gradita.
In un’altra occasione il nostro personaggio andò fino a Roma per mettere in atto una delle sue proteste. Era accaduto che un paio di “servitori dello stato” avessero convinto il figlio dell’uomo ad aprire insieme a loro un’attività commerciale; purtroppo i due personaggi non si erano dimostrati dei gentiluomini ed avevano lasciato in seri guai finanziari il giovane. Tutte le regolari denunce presentate non portarono alla soluzione del caso così il padre partì per Roma in occasione di una festa delle forze armate e durante la parata salì sulla tribuna d’onore creando non poco scompiglio.
Fermato e interrogato uscì la storia del figlio truffato con il risultato che i due ex soci del giovane vennero radiati ed i problemi finanziari della sua azienda risolto in breve tempo.
Anche a livello “personale” l’uomo si è fatto notare. Qualche anno fa aveva comprato un locale (bar?) alla sua amante di allora; un giorno i due ebbero una discussione e lei ebbe la pessima di idea di dire qualcosa come “esci dal MIO locale”. L’uomo con tutta calma le fece presente che il locare era stato preso anche con i suoi soldi e che quindi mezzo ambiente era anche suo , così le chiese quale fosse la parte del locale di usa proprietà.
La donna per assecondarlo indicò all’uomo un punto del locale. Lui raggiunse il punto ed invitò i clienti li seduti ad alzarsi ed allontanarsi; quindi distrusse la sua metà del locale.
La storia di quest’uomo non è solo un susseguirsi di gesti clamorosi, c’è spazio anche per momenti più teneri e, se vogliamo, curiosi come quando trovò una papera mezza morta e la portò a casa. La curò e poi scavò una grossa buca in giardino che trasformò in un laghetto per ospitare il pennuto.
Tra i due si creò un forte legame e c’è ancora chi lo ricorda girare in auto per il paese con la papera accovacciata sulla sua spalla. Come un moderno pirata e la papera al posto del più classico pappagallo.

Suffusion theme by Sayontan Sinha