Bepi era un contadino. Un contadino di quelli veri, uno di quelli che a dodici anni si alzavano presto per andare a mungere le vacche nelle stalle, uno di quelli che alle otto facevano “marenda”, non una semplice merenda o colazione a base di cappuccino e brioche come la possiamo intendere noi oggi, ma il pasto sostanzioso a base di latte, polenta e musetto (il cotechino dei Veneti) di chi aveva alle spalle diverse ore di duro lavoro. Bepi nella sua vita si era allontano dalla sua terra solo per andare a fare il soldato in una guerra che non capiva.Una volta tornato, si era sposato con la fidanzata di sempre conosciuta quand’era ancora bambino. Insieme avevano cresciuto i figli e guidato l’azienda agricola eredita dal padre; tutto questo seguendo i ritmi del sole e delle stagioni, sveglia all’alba e lavoro fino al tramonto: per oltre quarant’anni. Poi, un giorno, il progresso bussò alla sua porta. La città stava crescendo e le lottizzazioni avanzanti coinvolsero anche una buona fetta del suo terreno. Come non approfittare di questa buona occasione? Fine della fatiche nei campi per quattro soldi, era arrivato il momento di un giusto e meritato riposo.
La sua casa, così com’era costruita ,non aveva più senso; il magazzino per gli attrezzi e la stalla ormai inutili vennero trasformati in appartamenti per i figli prossimi ai loro matrimoni; anzi…perché non anticipare le nozze visto che gli appartamenti erano finiti? “Ma papà” – dissero i figli – “Non siamo ancora pronti (finanziariamente)” – “Non c’è problema! Facciamo un assegnino!” – E pagò le spese dei matrimoni. Bepi non aveva la patente, non aveva mai avuto tempo di dedicarsi a cose che non fossero il solo lavoro dei campi; lui si muoveva solo in bicicletta. La moglie l’auto invece la guidava; una piccola e vecchia utilitaria che ormai consumava più olio che benzina. “La dovremmo cambiare “ – disse lei un giorno – “Tra non molto arriveranno i soldi della pensione e potremo pagarcela un po’ alla volta.” – “Perché aspettare?” – Rispose lui – “Non c’è problema! Facciamo un assegnino!” – E pagò l’auto nuova.
Passò un anno, Bepi era felice, tra poco sarebbe diventano nonno. Un giorno ricevette una telefona; il direttore della banca voleva parlargli. Bepi prese la sua bicicletta e lo raggiunse in agenzia. “Buongiorno direttore cosa mi voleva dire?” – “Buongiorno signor Bepi. Senta…. lei ha recentemente comprato una nuova lavatrice ma, non so come dirglielo, il suo conto risulta scoperto.” – “Non capisco” – Rispose Bepi – “Vede.” – Continuò il direttore – “Nel suo conto corrente non ci sono più soldi, non è stato possibile pagare il negozio.” – Il volto inizialmente perplesso di Bepi si rasserenò. La sua mano s’infilò all’interno della giacca ed estrasse un piccolo blocchetto di carta. – “Non c’è problema! Facciamo un assegnino!” – Il direttore si alzò dalla sua poltrona, si sedette sulla sedia accanto a Bepi e cominciò a spiegargli in modo semplice quello che era successo: i soldi del terreno erano finiti ed il libretto degli assegni non era uno strumento magico in grado di coprire tutto. Bepi si alzò ed usci dalla banca…più vecchio e più stanco.
Nota: sia pur leggermente “romanzata” da me questa è una storia vera. Bepi esiste.
Per il suo diciottesimo compleanno il mio “giovin cuginetto” chiese di poter organizzare una festa in giardino. Dopo un breve consulto condominiale/familiare (nel nostro caso le cose si equivalgono) ottenne il permesso di organizzare la festa, non prima, ovviamente d’avergli fatto tutte le raccomandazioni del caso che si possono sintetizzare in: ” divertitevi, ma senza fare cazzate”. La festa fu un vero successo tanto che ormai è diventata una tradizione che si ripete normalmente tre volte l’anno durante l’estate. Ok, mio cugino compie gli anni una volta l’anno come tutti gli esseri umani, le altre due volte sono pure e semplici feste…c’è forse bisogno d’avere un pretesto per far baldoria? Spero di no.
Il programma è più o meno sempre lo stesso. Nel primo pomeriggio arrivano gli “addetti ai preparativi” con borse piene di bevande varie da porre al fresco nel frigorifero acceso in garage per l’occasione. Frigorifero strapieno dato che mio zio, nel frattempo, ha già provveduto a riempirlo di dolci e, sopratutto, una quantità industriale di carne! Già , perché il pezzo forte della festa è la grigliata in giardino. Così i nostri eroi si armano di carriola ed iniziano a portare legna nel centro del giardino prelevandola dalla…mia legnaia! (è più comoda da raggiungere). Quando sarà ora di comprare la legna, caro cuginetto, ricordati che un po’ della tua deve fermarsi da me (ndr)
Un po’ alla volta il giardino prende nuove forme: spunta una lunga tavola, alcune sedie di plastica arrivano a far compagnia all’unica panchina presente e la casetta in legno si trasforma da deposito per gli attrezzi in postazione per il DJ, il tutto sotto lo sguardo perplesso della coppia di oche che normalmente occupa quella zona (li hanno il loro “laghetto”).
Verso l’imbrunire a piccoli gruppi cominciano ad arrivare gli invitati. Nel corso dei quattro anni trascorsi dalla prima festa/compleanno qualche figura si è avvicendata; alcuni vecchi compagni di scuola si sono persi sostituiti da nuovi arrivi provenienti da nuove scuole e lavoro e non mancano poi gli amici degli amici…e mi sa anche qualche infiltrato visto l’affollamento dell’ultima festa. Ovviamente regge il nocciolo duro degli amici, quel gruppetto stabile che ormai conosco anch’io, e qualche figura storica come la signorina “versami da bere”. La notai subito quattro anno fa , carina, ma con quel particolare atteggiamento da diva che la rendeva antipatica a pelle. Ricordo che si era impossessata di una sedia e da li impartiva ordini a destra e sinistra, in particolare ad una ragazza (succube) che l’assecondava in tutto. “Versami da bere”, la sentii ordinare all’amica, da qui il soprannome che le ho dato.
Arriviamo ai giorni nostri. L’ultima festa, come ho detto, è stata la più affollata ed intensa di tutte. Il “tunz-tunz-tunz” del simil-dj è andato avanti tutta la notte accompagnando il mio sonno (io dormo comunque), tanto che al mattino quando sono andato al lavoro qualche temerario ancora stava seduto sulla panchina a chiacchierare e scherzare. Al mio rientro nel pomeriggio erano già arrivati gli “addetti alle pulizie del giardino” con i quali ho scambiato quattro chiacchiere. “Abbiamo disturbato questa notte?” – “No, perché?”- rispondo io – “E’ successo qualcosa?”- . I ragazzi mi raccontano che “versami da bere” è riuscita a farsi notare per l’ennesima volta. Mio zio aveva lasciato la porta sul retro della casa aperta per consentire l’uso del bagno alle fanciulle. La signorina in questione insieme ad un’altra sua amica è riuscita a chiudersi dentro! Cosa impossibile anche per un bambino di sei anni, ma lei ci è riuscita, costringendo così mio zio ad alzarsi nel cuore della notte per…liberarla. Non contenta si è fatta rimproverare dai ragazzi per essersi fatta trovare a sghignazzare rumorosamente sotto le finestre delle camere da letto che ovviamente si trovano dal lato opposto della zona festa. Una zona, quelle delle camere, che si dovrebbe considerare interdetta per non disturbare chi dorme. Ad episodi del genere la ragazza non è nuova ma quella notte ha dato il “meglio di se”.
-” Ragaaaa! Fioiiiii! Perché non facciamo così, perché non ordiniamo cosà!” – E’ partita in quarta con tutta una serie di consigli-richieste-ordini in grado di polverizzare i maroni anche ad un santo. -”Non ne potevamo più” – mi raccontano i due ragazzi. -”A quel punto l’abbiamo presa e l’abbiamo gettata nel laghetto.”-”E’ partito anche un applauso.”- sottolinea l’altro.
Sto tornando al parcheggio dove ho lasciato la macchina quando sento che mi arriva un sms. Estraggo il telefono dalla tasca e mi sposto all’ombra di un albero per riuscire a leggere il contenuto del messaggio; il display scuro del mio cellulare è praticamente illeggibile in presenza di forte luce solare. Sto per iniziare a leggere quando sento una voce alle mie spalle.
-”Buongiorno.” – Mi volto e vedo un ausiliario della sosta riconoscibile dal tipico giacchino e dal blocchetto in mano.
-”Buongiorno. ” – Rispondo io abbassando per un instante gli occhiali da sole (non trovo educato salutare/presentarsi alle persone nascondendo lo sguardo) e riprendo la lettura dell’sms.
- ” La gente non vuol proprio imparare” – Dice lui agitando il blocchetto che tiene in mano. -”Già”- Rispondo distrattamente preso come sono dall’sms. A quel punto l’ausiliario mi mette davanti al naso la copia di un avviso di accertamento d’infrazione (una multa….chiamiamola per nome…).
Gli dico:-”E di questo cosa dovrei farne?” - Risponde:- “oggi ci sentiamo spiritosi, vero?” – Solleva il tergicristallo dell’auto che gli sta accanto e dopo averci infilato sotto la multa la fa ricadere rumorosamente.
Si gira verso di me e con un’espressione di trionfo stampata sul viso mi augura un buongiorno quasi lirico. -”Buona giornata anche a lei”- rispondo, ed estraggo dalla tasca le chiavi delle mia macchina. Aziono il telecomando ed un bip-bip mi segnala l’apertura delle portiere dell’auto. Non l’auto multata dal nostro bravo ausiliario ma quella accanto fornita di regolare tagliandino d’avvenuto pagamento del parcheggio posto sul cruscotto. Salgo sull’auto e lentamente m’allontano osservando attraverso lo specchietto retrovisore la figura di quell’uomo immobile con lo sguardo fisso sul blocchetto che tiene in mano.
Nota: l’immagine di presentazione ritrae il luogo del misfatto. Ovviamente la foto è successiva all’episodio che sto raccontando.
Strada Provinciale 43.E’ una vita che la conosco, da ragazzo la facevo in autobus per andare a scuola, poi, cresciuto, in auto. A volte come trampolino di lancio in direzione di viaggi più o meno lontani, più spesso, come percorso obbligato verso destinazioni “importanti”, a volte serie (ospedali), più spesso di piacere (cinema, ecc…). Per lunghi tratti questa strada costeggia un fiume, senza nient’altro d’importante da vedere; solo qualche cascina, per lo più cadenti, di tanto in tanto. Solo ad un certo punto s’incrocia una piccola frazione; La chiesa, la fermata del bus, quel che resta di un allevamento di bestiame ed una quindicina di case tutte in riga come soldatini lungo la strada. La strada è veloce, fin troppo. Ogni anno numerosi incidenti la portano agli onori (tristi) della cronaca; non bastano come monito cinque croci bianche poste vicine ad una curva a ricordo di una strage di qualche anno fa. Veloci…senza distrarsi, quasi non fai caso alla piccola frazione accanto a te. Poi, un giorno, ti trovi fermo incolonnato proprio li, e nell’attesa i tuoi occhi vagano alla ricerca di qualche distrazione ed ecco che la vedi… C’è una terrazza; una vecchina è seduta su di una sedia, o una poltrona (?). Non si vede…una coperta gialla la copre dai piedi fino alla gola. Mi scopro ad osservare questa vecchina che ci guarda con un mezzo sorriso. Anche gli occhi stanno sorridendo ma a ben vedere sembrano “lontani”…ci sta veramente guardando? Oppure è persa nei suoi pensieri, nei suoi ricordi? Un colpo di clacson alle mie spalle mi riporta alla realtà della strada. Qualsiasi cosa avesse bloccato per alcuni istanti il traffico ora non c’è più e possiamo riprendere ognuno il proprio viaggio. Ognuno in apparenza per conto proprio ma belli ordinati come una fila di formiche operaie. Da quel giorno è passato qualche anno. Ora quando passo di lì rallento un attimo e getto uno sguardo verso quel terrazzo. Se c’è una bella giornata di sole (anche d’inverno) a volte lei è li. Spesso non è sola; ho visto una ragazza seduta sui gradini, una donna pettinarle i capelli, un uomo appoggiato alla porta. Le persone s’alternano…oso dire…invecchiano; e lei è sempre uguale. Con la sua coperta, il suo mezzo sorriso e lo sguardo lontano, forse solo la testa un po’ più china. (Immagine: Old Woman Dozing di Nicolaes Maes)
Ore 19.10 di un giovedì d’aprile. Un forte rumore di lamiera e plastica interrompe la tranquillità di due chiacchiere in famiglia, esco in terrazza e vedo un’auto ruote all’aria a pochi metri da casa (la Ford SW che vedete nella foto…sfuocata). La dinamica: sembra che un’auto abbia imboccato avventatamente il vicino incrocio spaventando il guidatore della Ford, il quale avrebbe sterzato rapidamente verso destra incocciando un cordolo che avrebbe fatto da catapulta con il conseguente rovesciamento della vettura…sembro uno della motorizzazione vero?
E’ certo che l’automobilista sicuramente andava molto forte, altrimenti non si spiegherebbe l’epilogo dell’incidente, ma quello che vorrei sottolineare non è tanto la dinamica dell’episodio ma il comportamento delle persone che vi hanno assistito. Appena ho visto cos’era capitato mi sono precipitato in strada con il cellulare in mano. Questo per comunicare direttamente con il 118 nel caso fosse stato necessario. Quando sono arrivato accanto all’auto questa era circondata da una piccola folla….silenziosa ed immobile! Nessuno faceva un passo per accertarsi delle condizioni dell’automobilista! Ora mi chiedo: che meccanismo scatta nella nostra mente? Veniamo attratti come mosche dalle situazione cariche di tensione ma poi ci paralizziamo, incapaci di prendere una qualsiasi decisione. E’ una situazione cui ho assistito altre volte ed ogni volta mi chiedo dove stia la risposta a questa forma di “paralisi” che ci coglie. Ricordo, ad esempio, quando alcuni anni fa un bambino scivolò dalla sponda di cemento di un canale ed il fratello rimase lì a fissarlo immobile mentre questi piangeva aggrappato come una lucertola alla parete. In quell’occasione passava di lì con un amico e creammo una mini-cordata umana per tirar su il piccolo.In un’altra occasione vidi un uomo colto da malore in spiaggia, anche questo circondato da una folla immobile che quasi gli toglieva l’aria. Vidi i paramedici farsi largo tra la gente a fatica (ci scappò anche qualche bestemmione di rimprovero…). Come vedete…tutti episodi dove l’imprevisto ha paralizzato i testimoni.
Tornando all’episodio di giovedì voglio tranquillizzarvi assicurando che è andato tutto bene, anzi, il tutto è sfumato nel grottesco. Quando ho raggiunto l’auto ho costatato che l’automobilista stava bene. Indossava la cintura e questo lo ha salvato. Si era già sganciato da solo ed io l’ho solo aiutato ad uscire attraverso uno dei finestrini posteriori. Una volta in piedi ha chiesto ai presenti se lo aiutavano a “raddrizzare” l’auto. Gli ho spiegato che non era il caso di fare esperimenti dove qualcuno avrebbe potuto realmente farsi del male, tanto più che l’auto sicuramente non sarebbe ripartita come se nulla fosse successo. Vedendo che non si era fatto nulla e si dimostrava una testa-dura ho salutato i presenti e mi sono allontanato, a quel punto la mia presenza era del tutto inutile (ho colto l’occasione per scattare la foto). Dalla terrazza ho assistito al patetico tentativo di raddrizzare l’auto. Questa si limitava a girare come una lenta trottola, fortunatamente non sono mai riusciti a sollevarla, con il rischio di farsela ricadere addosso. Dopo un po’ è arrivato il carro attrezzi che l’ha raddrizzata alla sua maniera (gran botto!), l’ha caricata a bordo e se n’è andato via….e qui si chiude la storia
Il signor Mario un giorno trovò una gattina nel suo orto. Nessuno dei suoi vicini possedeva dei gatti, perciò capì subito che non poteva essersi perso lì per caso ma quasi sicuramente era stata abbandonata da qualcuno. Il signor Mario non amava particolarmente i gatti e pensò di trovare qualcuno cui affidarla. Pensò alla sorella…anche lei non amava molto i gatti ma aveva due giovani figli e tanto spazio a disposizione nel suo (piccolo) albergo al mare. I figli della signora accolsero subito con gioia la piccola gattina e decisero di darle subito un nome. Come chiamarla? Beh… l’aveva trovato lo zio Mario quindi fu deciso di chiamarla…”Mario”. La gatta Mario crebbe rapidamente, i figli della signora dopo il primo entusiasmo per la “novità” iniziarono a trascurarla. La scuola, gli amici, i giochi e l’avvicinarsi della stagione estiva erano tutte cose più importanti della micina. Alla gatta Mario non veniva certo negato una ciotola colma di cibo, anzi… diciamo che le veniva riservato un trattamento simile a quello riservato ai clienti dell’albergo; completo, cordiale ma senza arrivare all’effetto o all’amicizia. Le sue giornate trascorrevano solitarie passando dalla terrazza del bar a quelle delle camere, seguendo il movimento di dipintori, idraulici e muratori che di tanto in tanto le regalavano una carezza mentre erano impegnati nei lavori di piccola manutenzione all’albergo prima dell’apertura estiva. E l’estate arrivò………….. L’albergo iniziò a popolarsi di cuochi e camerieri e di lì a poco anche dei primi clienti. Tutti rimanevano sorpresi dalla presenza di questa gatta che si muoveva tranquilla, ed un po’ altezzosa da un punto all’altro dell’albergo nella quasi indifferenza dei suoi padroni. In un solo momento della giornata la gatta Mario diventava protagonista. L’ora di pranzo! Solo in quel momento la padrona si ricordava della sua piccola ospite e diceva ai camerieri: “-Mi raccomando! Non fate entrare la gatta in sala da pranzo!-“ ….Avete idea di come possa essere la sala da pranzo di un piccolo albergo d’estate in una località balneare? La vetrata che da sul terrazzo è rigorosamente aperta, così come la porta d’accesso dai piani e dal bar! Inevitabilmente la gatta Mario arrivava lenta e silenziosa in sala. La coda ritta verso il cielo fungeva quasi da radar ad indicarle il tavolo da prendere di mira. A questo punto per i camerieri inizia la fase “due” del loro lavoro. Da semplici dispensatori di pietanze ai tavoli si trasformavano in falchi pronti a ghermire la preda sul terreno e volare via. Bastava notare il giocoso agitarsi di un bambino per intuire che sotto al suo tavolo la gatta Mario aveva preso posizione e stava reclamando un pizzico di cibo. I camerieri più abili erano in grado di “volare” tra i tavoli, passando veloci accanto agli inconsapevoli clienti. Con fare indifferente afferravano sotto braccio l’indisciplinato felino e silenziosamente uscivano dalla porta della cucina per raggiungere il parcheggio dove l’animale veniva liberato dopo aver ricevuto rimproveri e minacce d’ogni genere. Rimproveri e minacce del tutto inutili, poiché il più delle volte la gatta Mario ritornava all’attacco attraverso il primo ingresso sguarnito che trovava. Queste schermaglie tra gatta e camerieri si ripetevano praticamente quasi tutti i giorni…..quasi…. perché tra i camerieri uno qualche volta riusciva a trafugare dalla cucina qualcosa di buono per la scaltra gattona. Era sufficiente “ingolfarla” di cibo qualche minuto prima dell’ora di pranzo per impedirne i raid. Come ho detto però, poche erano le volte che questo stratagemma veniva messo in atto. Risultato: crisi di nervi da parte della padrona dell’albergo e stress acuto per quasi tutti i camerieri, poco avvezzi alla guerra trai tavoli. Il momento più difficile fu quando tra gli ospiti dell’albergo ci fu il signor “Rosina”…. In realtà questo non era il suo vero nome (era quello della moglie), troppo difficile da dire e ricordare era il nome di questo enorme sessantenne tedesco. L’unica certezza era che odiava nel modo più assoluto i gatti (lo aveva confidato la moglie) e non sopportava di vederseli girare intorno. Ebbene… Con una crudeltà tutta “felina” la gatta Mario prese di mira il tavolo del signor “Rosina” tutti i giorni! In quelle due settimane di permanenza nell’albergo il gigante teutonico fu l’unico bersaglio della gatta. Non c’era bambino o richiamo di cibo che la convincesse a desistere. Ogni giorno, all’ora do pranzo, in qualche modo la gatta Mario riusciva a raggiungere il suo tavolo: si sedeva accanto alla sedia e lo fissava…in attesa di un boccone o dell’arrivo di qualche falco-cameriere…. Sono passati tanti anni. La gatta Mario sicuramente ira non c’è più, ma ancora oggi mi chiedo perché…perché quell’ossessione per il signor Rosina”?
Questo racconto è il mio piccolo regalo di Natale a Sonia.
Sicuramente non avrò la possibilità di fare gli auguri di buone feste personalmente ad ognuno dei visitatori di questo Blog…di molti non ho l’indirizzo. Colgo l’occasione per augurare ogni bene a tutti quelli che leggono regolarmente queste pagine ed anche a chi passa solo di tanto in tanto.
Vi lascio con una canzoncina Natalizia diversa dalle solite… Canzone e video sono sono firmati da James Provan uno che in rete si diverte senza fare il vero professionista. Per ora…
Wuueee! Wuueee! Wuueee! Erano le 7:30 di una primavera di tanti anni fa. Il piccolo Gio’ veniva alla luce in una stanza con la finestra rivolta ad est sotto gli occhi stanchi di un’ostetrica che aveva passato la notte correndo dalla casa dove poi sarebbe nata la piccola Pat’ e la casetta ad un piano dove si trovava in quel momento. Alle sue spalle, sotto i baffi severi di chi aveva combattuto la prima guerra mondiale, un sorriso appena accennato del bisnonno era seguito dalla frase -:” Lo sapevo che eri un maschio piccolo Gio’! “- Piccolo, che al momento non sapeva d’aver rischiato di chiamarsi “Wolfango” solo fino a pochi giorni prima (Brrr!….). I suoi primi anni furono un pendolare di stanza in stanza ad ogni cambio di stagione. La famiglia aveva bisogni di soldi , così d’estate affittava una stanza ai “bagnanti”…così il piccolo Gio’ si trasferiva nella camera dei nonni, camera che aveva la finestra ad ovest. I sacrifici di quegl’anni permisero alla famiglia di costruire il primo piano a quella casa. Al piccolo Gio’ e alla sua mamma toccò una camera con la finestra rivolta a sud…il piano terra fu affittato ad una compagnia turistica per permettere ai propri autisti d’avere una stanza dove riposare tra un trasferimento ad un altro.Il guadagno non era molto ma aveva il vantaggio d’essere certo e permise alla famiglia di pagare i costi della casa senza fatica. Passarono gli anni…il giovane zio si sposò e si spostò al piano terra. Gio’, ormai non più così piccolo ebbe la possibilità d’avere per la prima volta una camera tutta sua, proprio sopra la camera dov’era nato…con la finestra ad est. Fu un’esperienza di breve periodo, la casa cominciava a sentire il bisogno di qualche piccolo intervento; quindi…sposta un muro di la…apri una porta di qua…al piccolo Gio’ questa volta toccò una camera con la finestra rivolta ad ovest; proprio sopra a quella dove dormiva con i nonni tanti anni prima d’estate. Passarono ancora degli anni, il piccolo Gio’ divenne adulto, il ciclo della vita aveva lasciato i suoi segni: era morto il bisnonno, era nato un cuginetto al piano di sotto… e la casa “chiamava” ancora bisogno di cambiamenti. Questa volta era il tetto ad aver bisogno di una sistemata, tetto che per la verità non era stato fatto gran che bene in origine (ma come lavora certa gente?….). La famiglia pensò d’aproffittare della necessità dei lavori di manutenzione per fare una cosa più seria e completa e realizzare una vera e propria mansarda dove Gio’ si trasferì. Il cordone ombelicale con la famiglia non si è così spezzato del tutto, Mamma e nonna sono ad un tiro di “cucina” dove Gio’ da il suo valido contributo da entrambi i lati dei fornelli ;-). Nuovi inquilini? Beh sì da qualche mese il gatto (Micio) si è trasferito dal garage ai “piani alti”. Dopo la sua malattia si è deciso di dargli una sistemazione più confortevole per ricambiarlo dell’affetto che ci ha dato. Qualcuno si chiederà ma in quale camera dorme Gio’? Ovviamente in una camera con la finestra (lucernario in questo caso) rivolta a nord! L’unico punto cardinale che ancora non aveva provato.
Da qualche giorno Graziano si sentiva “strano”. Una sensazione di torpore insistente, un dormire la notte senza veramente riposare, una gran pesantezza allo stomaco…in effetti uno che si auto-definisce una buona forchetta ogni tanto tende ad esagerare e pagarne qualche piccolo prezzo. Quel mattino il suo capo reparto gli aveva detto: – “Hei Graziano! Ti vedo un po’ pallido oggi. – “Che ci vuoi fare, questa notte ho dormito poco. Arrivato ai cinquant’anni dovrei piantarla con polenta, salame e vino rosso a go-go, ma e arriva l’amico! E arriva il fratello! E arrivo il cugino! Non è mai finita!:-)” – era stata la risposta. – “Ok”- disse il capo reparto. –“Oggi prima del giro programmato dovresti passare all’impianto di Via …. Il cancello elettrico non funziona più, è meglio se lo controlli”-. Graziano da buon manutentore-elettricista prese i suoi attrezzi, li caricò nel furgone e si recò all’impianto. Lì posizionò la sua attrezzatura ed iniziò a cercare il guasto al cancello o meglio, alla centralina di gestione dei radiocomandi… il problema era già noto, semplicemente era arrivato il momento d’affrontarlo. Dopo qualche minuto i colleghi dell’impianto lo invitarono a bere un caffè. – “ Ragazzi, ma sono appena arrivato!”- “ E noi che ci possiamo fare se tu arrivi proprio quando la moka è sul fuoco…non rompere e vieni a bere.”- Fu la risposta. Graziano bevve il caffè più disgustoso della sua vita…una sensazione di bruciore al petto ed una specie di raspa che saliva su e giù appena sotto la gola lo colse. Non disse nulla e ritornò al suo lavoro dal cancello. Passarono i minuti ma quello strano malessere non voleva saperne d’andar via, così decise di fermarsi un attimo e si sedette sul muretto dell’ingresso. Dopo qualche istante arrivò un’auto; a bordo c’era Lorenzo che aveva appena terminato un giro di controllo e rientrava all’impianto. Si fermò, apri il finestrino, guardò Graziano e disse -“Dai ciccio…sali in auto che andiamo a fare un giro”- Graziano si alzò e salì in auto come un automa, al momento ancora non se ne rendeva conto e sicuramente non ricordava che Lorenzo aveva (purtroppo) un occhio allenato nel riconoscere i sintomi di un attacco cardiaco (il padre ne aveva avuti diversi…). Giunti al locale pronto soccorso il medico di turno lo fece caricare nell’ambulanza e trasferire in un ospedale attrezzato. Durante il tragitto, notando gli scossoni che la lettiga faceva ad ogni curva chiese al paramedico: -“ Scusa…ma sono veramente così grave?” – Il paramedico lo guardò e rispose. –“ Ma secondo te (sorridendo…) perché stiamo correndo come dei matti in mezzo a questo traffico?” – “ Scusa…non parlo più…”- disse Graziano, e perse i sensi….
Oggi Graziano sta bene. Gli hanno salvato la vita, è tornato in servizio allegro e mattacchione come prima. Ha rinunciato completamente al fumo e ridimensionato il suo rapporto con cibo e vino. Lui stesso ci ha raccontato la sua “disavventura” (ci sarebbero altri dettagli ma la cosa sarebbe troppo lunga….). Disavventura che nasconde una morale, o meglio il segno del destino. Lui è stato ad un passo dalla morte ma, a quanto pare, non era la sua ora. Una serie di circostanze ha fatto sì che tutto andasse per il meglio senza che alcun intoppo trasformasse la storia in tragedia. Il destino ha voluto che quel giorno dovesse lavorare in un luogo dove c’erano altre persone. Spesso nel suo lavoro si trovava a lavorare da solo in piccoli impiantidispersi nelle campagne. Avesse avuto lì il malore nessuno lo avrebbe visto. Il destino ha voluto che quel giorno incrociasse un collega che intuì i sintomi del malore…gli altri non lo avevano notato. Il destino ha voluto che quel giorno nel pronto soccorso (turistico) ci fosse un medico esperto che lo ha mandato immediatamente in un centro specializzato e non semplicemente all’ospedale più vicino. Il destino….
Uno come Graziano non ascolta musica (men che meno Sting) ma forse il suo “cuore inquieto” apprezzerà questa canzone…. “Be Still My Beating Heart”