gen 032012
 

Introduzione: Per chi non conosce il Veneto orientale è doverosa una spiegazione prima di “narrare” la storia vera e propria.
Una delle strade che porta verso il mare segue per buona parte del suo percorso il fiume Sile e, a soli 15 minuti dalle spiagge, con un piccola deviazione dal percorso ci si può fermare all’osteria Pavan.
Un osteria che ha tutte le caratteristiche delle vecchie osterie di campagna, quindi nulla a che vedere con i locali e le attività delle vicine località balneari ed ancor meglio nulla a che vedere con attività legate al mondo del turismo di montagna.
Questo chi vive in zona lo sa bene…o almeno così dovrebbe essere.

La storia: Dino e Silvano sono due “creature acquatiche”; vivono in una località balneare e dedicano buona parte del loro tempo ad attività legate a questo mondo.
Tuttavia sono anche due appassionati di montagna e quando ne hanno l’occasione prendono l’auto e partono per una giornata dedicata alla sci. Può capitare che ai due si uniscano anche altre persone, un’occasione per passare in allegra compagnia le ore dedicate alle piste.
Il Giorno che alla compagnia si unì Giulia non fu diverso dagli altri: partenza di primo mattino, uno spuntino veloce e poi via a sfrecciare sulle piste fino al tardo pomeriggio.
A quel punto i tre, stanchi ma contenti per la bella giornata passata tra le nevi, prendono la strada per casa e tra una chiacchiera e l’altra parte la domanda che segnerà per sempre questo giorno nella storia.
“Giulia. Hai conservato lo skipass?” – “No. Perché? Avrei dovuto?”- Rispose lei perplessa -”Certo, tra poco ci fermeremo allo…Sci Club presso l’osteria Pavan per il rimborso dell’Iva. Basta consegnare lo skipass e ti danno subito i soldi”. Giulia rimase senza parole, nessuno fino a quel momento le aveva mai parlato di rimborsi Iva per lo skipass. Possibile?
Arrivati all’osteria i due uomini scesero dall’auto. “Tu non vieni Giulia?”- “No, io vi aspetto qui, tanto sono senza skipass” – Rispose lei.
Dino e Silvano entrarono nell’osteria a bersi un’ombra.
Risaliti in auto la conversazione  prese strada verso altri temi. Ci sarebbero state altre occasioni per decidere se e quando spiegare a Giulia che non esiste nessun rimborso Iva per lo skipass e che si era trattato solo di uno scherzo.

Immagine elaborata da: arthursclipart.org

ott 242011
 

La mia esperienza lavorativa alle poste è stata breve ma non priva di emozioni tanto che ancora oggi mi chiedo se il mio sia stato un caso eccezionale figlio di quel particolare momento o se per un postino si tratti di normale amministrazione perché, se così fosse, ognuno di loro potrebbe scrivere un succoso libro di memorie al termine della propria carriera.
Ora, per tutta una serie di motivi legati (giustamente) ad un fatto di riservatezza non posso raccontare tutto che ho visto e che mi è capitato ma i brevi episodi che andrò a descrivere penso riusciranno a dare un quadro abbastanza preciso della vita di un novantista.
Come ho scritto nel post che ha anticipato il presente buona parte del mio lavoro consisteva nella consegna dei telegrammi. Telegrammi a volte tristi come quelli legati al lutto ed alle conseguenti condoglianze di parenti ed amici ma anche momenti più gioiosi come le felicitazioni per l’arrivo di un bebè o un matrimonio.
Ecco, in questo caso se la consegna dei telegrammi coincideva con la data/vigilia del matrimonio (generalmente di sabato) potevo benissimo evitare di far colazione perché regolarmente venivo strappato dal mio motorino e trascinato in casa dal padre della sposa che mi teneva sequestrato fin quando non accettavo di magiare qualcosa dal buffet e/o prendevo qualche lira di mancia.
E’ capitato di dover consegnare telegrammi a più coppie di sposi nella stessa giornata. Un dramma! Al terzo matrimonio tu sei pieno come un uovo e prigioniero del padre della sposa che non ti lascia andare finché non hai finito le tue tartine!
Restando in tema telegrammi, un giorno, mentre già mi stavo preparando per andare a casa una collega mi dice di aspettare un po’ perché c’è “qualche” telegramma dell’ultimo momento da consegnare. Si trattava della convocazione per “non so che” di tutti i medici della città! Ricordo che partii con la borsa colma di telegrammi (allora non immaginavo ci fossero così tanti dottori) e che al termine delle consegne ormai era buio pesto tanto che, al mio rientro in ufficio, il direttore (mi aveva aspettato) m’invitò a telefonare subito a casa visto che la mia famiglia mi aveva dato per disperso.
Come ho detto in quel momento scoprii che c’erano molti dottori in città ma in quel periodo scoprii (se ce n’era bisogno) che esistevano anche tanti malati. Spesso mi capitava di consegnare piccoli pacchetti di medicinali provenienti anche dall’estero; entrare nelle case della gente mi fece vedere la vita (per me allora giovanissimo e spensierato) in modo diverso.
Entrare nelle case della gente, cosa per me obbligatoria perché, a differenza del normale postino, io dovevo sempre ottenere una forma di ricevuta per quello che consegnavo, significò anche fare degli incontri , diciamo, curiosi. A parte quelli che non volevano accettare la posta (multe, atti giudiziari…) inventando le scuse più banali come “io non so scrivere” o (geniale!) “non ricordo il mio nome” capitò anche di trovarmi di fronte ad una signora completamente nuda che, non solo tergiversava sulla firma di una raccomandata, ma insisteva nel farmi entrare in casa con dei ripetuti “si accomodi giovanotto”.
Risparmiatevi le battute facili: trovarsi di primo mattino davanti ad una donna palesemente reduce da una sbronza (la fiatella anche a due metri non perdona…) che tenta d’insidiare il giovane impegnato nel fornire il suo pubblico servizio non è cosa semplice. Forse anche meno traumatico delle cadute dal motorino causate dal peso della posta.
Una sola per la verità ma che ferì il mio orgoglio più che il fisico; accadde in uno dei primi giorni di lavoro quando (ricorderete) operavo da “cargo” per rifornire di posta i colleghi nel loro giro. Una ripida discesa seminascosta, una borsa stracolma di posta sistemata appena sopra il fanale e BUMM!, il motorino fa una capriola in avanti degna di un tuffo da medaglia olimpica! Peccato che sul motorino ci sia anche il sottoscritto a minare la qualità della performance ma forse è solo un dettaglio.
Concludo con la questione cani, da sempre nemici dichiarati dei postini. Appena assunto tra i tanti suggerimenti ricevuti dai colleghi ne ricordo uno in particolare.
Ricorda (dissero), se devi consegnare della posta alla famiglia Ve**** o anche solo passare davanti alla loro casa accertati che la loro cagna sia incatenata, se è libera passa oltre, non fermarti. Mi dissero che in un giorno di pioggia un loro collega si era recato dalla famiglia in auto (una 500) ed il dolce animale gli aveva bucato una ruota a morsi! Verità? Leggenda? Non so. Vero è che si trattava di un grosso cane nero dall’aspetto poco rassicurante, nel dubbio evitai ogni forma d’incontro ravvicinato.
Incontro che non riuscii ad evitare con un altro cane anche se cane è una definizione generosa per quella specie di “topo” domestico. Stavo di fronte ad una casa con il giardino all’americana (senza recinzione) e quel coso peloso mi si era avvicinato tutto tremante; non ritenendolo pericoloso avanzai in direzione della casa e fu li che la piccola carogna spiccò un balzo incredibile per la sua statura, mi batté sul petto per poi rimbalzare sul terreno ed allontanarsi piagnucolando. In quel momento si aprì la posta della casa ed usci la proprietaria che dopo aver preso la raccomandata si scusò per il comportamento del suo cagnolino. Non ci sono problemi, dissi, e mi allontanai verso il motorino guardando la carognetta che mi fissava da sotto la siepe con un’espressione visibilmente soddisfatta.

(Immagine: rielaborazione tratta da search-best-cartoon.com)

ott 172011
 

Mentre sto facendo la fila all’ufficio postale noto che allo sportello non c’è una delle solite impiegate (rotazione del personale per turno di ferie penso) e così estraggo un documento di riconoscimento da esibire quando arriverà il mio turno. Dopo qualche minuto eccomi di fronte alla donna con tutte le mie cianfrusaglie ed il documento che prontamente passo sotto il vetro. Lei lo guarda, me lo restituisce e chiede: -”Lei è il signor xxx che ha lavorato nell’ufficio postale yyy anni fa?” – . Azz! (penso), già mi da fastidio quando mi dicono “lei è il signor” perché fa capire che non mi vedono più come un giovinetto ;-) e per di più scopro in un attimo di trovarmi davanti una ex collega di tanti anni fa che clamorosamente non ho riconosciuto.
Questa mia piccola defaillance neurologica è stata l’occasione per ricordare questo episodio della mia vita passata che ora vado a condividere con voi.
In quel tempo (si parla di molti anni fa) ero un baldo (?) ragazzotto che tirava avanti con lavori stagionali come cameriere, fotografo, benzinaio e, per un breve periodo, postino. Non so come funzionino oggi le assunzioni a tempo determinato alle poste ma all’epoca esisteva la figura del novantista assunto con regole medioevali (a dopo i dettagli) per coprire buchi nel normale organico del personale e/o come rinforzo in periodi di maggior lavoro.
Ricordo che il novantista non poteva avere più di 24 anni e che nel periodo di lavoro non poteva assentarsi per malattia “pena” il licenziamento immediato! Questo ebbi modo di verificarlo di persona quando un mattino, alzatomi con un bel febbrone, telefonai al mio direttore per avvertirlo che non sarei andato al lavoro e questi mi disse che per evitare problemi avrebbe scalato il mio giorno d’assenza dalle ferie. Considerando che il mio periodo di lavoro si svolse tra ottobre e dicembre il risultato fu che a Natale terminai di lavorare ma venni poi richiamato l’ultimo giorno dell’anno perché si accorsero che gli dovevo un giorno di lavoro. Curioso.
Ricordo il mio primo giorno di lavoro; l’emozione del varcare la soglia vietata ai “non addetti ai lavori”, una certa tensione nell’aria perché (scoprii solo in seguito) qualche giorno prima era scomparso un timbro postale, cosa piuttosto delicata visto che tale strumento è in grado di certificare la data di movimentazione della posta, anche quella importate ovviamente.
Ricordo il funzionario giunto dalla sede provinciale per “certificare” il motorino che avrei usato per lavoro, un Ciao avuto in prestito da mia zia; ricordo il pomeriggio passato da un fabbro per farmi costruire il trespolo da montare sul motorino per appoggiare la borsa colma di posta. Trespolo che usai pochissimo perché lavorai come portalettere-tradizionale solo i primi giorni dove assunsi un ruolo di “cargo”; non ricordo bene cosa venisse consegnato in quei giorni ma sta di fatto che i postini non erano in grado di caricarsi in un unico viaggio tutta la posta da consegnare in giornata, così partivo io a ruota di un postino della X zona o, in altre occasioni, ci davamo appuntamento in una certa via per il… rifornimento.
Dopo questo breve periodo da uomo-cargo mi fu assegnato il ruolo definitivo di fattorino, ovvero consegna di raccomandate, telegrammi e piccoli pacchi. La differenza tra i due lavori era che come postino al mattino in ufficio si trovava la scrivania colma di posta della zona assegnata da ordinare, stipare nella borsa e consegnare il prima possibile; fatte le consegne il lavoro era finito: questo normalmente intorno a mezzogiorno.
Come fattorino invece si trovava un volume ridotto di posta sulla scrivania però il campo d’azione era più vasto, tutto il territorio assegnato a quell’ufficio postale. Il giro normalmente terminava verso le dieci ma al rientro trovavo qualche telegramma extra da consegnare. In genere facevo tre uscite giornaliere ed il lavoro terminava verso le ore quattordici.
Il ruolo di fattorino pur impegnando un maggior numero di ore (e la paga era sempre quella) era comunque migliore; più vario, più gratificante ovvero niente vagonate di pubblicità da consegnare ma poca ed importante corrispondenza. Ci scappava pure qualche mancia! In genere il padre di qualche novella sposa che riceveva le congratulazioni da amici e parenti lontani.
Con questo lavoro non sono mancati gli episodi curiosi ed anche divertenti ma di questo parlerò nella seconda parte dove leggende e realtà della vita di un novantista troveranno finalmente spiegazione (Sto parlando come Giacobbo! :roll: )

giu 292011
 

E sono 24. Il mio “cuginetto” ha festeggiato il proprio compleanno con una festa alla sua maniera, barbecue in giardino e musica fino all’alba.
Con il passare degli anni queste feste diventano sempre più tranquille, si mangia, si beve, si canta… ma la caciara adolescenziale sta lasciando il posto ad una forma di divertimento più sobria, più matura; ci sono sempre un paio di signorine dal “bicchiere allegro” che riescono a farsi riconoscere ma comunque nulla a che vedere con le performance e le conseguenze subite da miss versami da bere.
Quasi come fosse un rito, il giorno dopo la festa la famiglia si è riunita in una simil-assemblea-condominiale dove, tra una chiacchiera e l’altra, sono usciti i ricordi di 24 anni fa.
Fu un giugno particolare perché in quei giorni sia mia madre che entrambi i miei nonni erano ricoverati in ospedale. Circostanza che portò al rientro/arrivo a casa di ben quattro persone nel giro di poche ore. Ovvio che ci fosse una certa euforia nell’aria vista la coincidenza di tutte queste belle novità eppure,ancor oggi, l’immagine più forte legata a quel giorno è quella dell’incontro del neonato con il cane che avevamo allora.
Rochi (questo era il suo nome) era quello che oggi si definisce un bastardino ma che allora si poteva ancora considerare pùmaro, ovvero il cane del contadino, il cane del pollaio. Rochi non entrava mai in casa, il suo posto era lo zerbino davanti all’ingresso, la porta poteva rimanere aperta eppure lui non varcava mai la soglia…fino al quel giorno.
Il bambino venne portato in casa dai miei zii (attenzione, non i genitori del piccolo ma due persone comunque ben conosciute dal cane) che lo appoggiarono con la sua cesta sopra il divano. A quel punto il cane, trovata la porta aperta entrò e lentamente si avvicinò al divano, li si fermò e rimase a guardare il bambino.
Dopo qualche istante la zia fece per avvicinarsi ma si fermò subito perché, tra lo stupore di tutti, il cane le ringhiò contro. Rochi in quel momento aveva “adottato” il bambino.
Nei mesi successivi ogni volta che il piccolo venne portato fuori di casa il cane gli rimase sempre accanto. L’immagine che abbiano di quel periodo è quella di mio cugino in braccio a sua madre seduta in giardino. Ed il cane sotto la sedia.