Sono anni ormai che in questo paese si discute di libertà. A volte, più che discutere, ci si riempie la bocca di questa parola perché sembra che questa libertà non sia uguale per tutti. “Tu non devi ma io posso”, potrebbe essere questo lo slogan perfetto di qualche protagonista della diatriba in questione. Questione che solo due anni fa aveva messo il fermento la rete, ricordate? Ne avevo parlato, alla mia maniera, in occasione di una serie di proteste legate alla questione dell’obbligo di rettifica.
Oggi il problema si ripresenta: in realtà non era mai scomparso, era solo “assopito” dal lento muoversi delle Italiche cose, ma d’improvviso si è risvegliato grazie a degli episodi in apparenza (ma mica tanto)lontani tra loro.
Prima il caso Vasco Rossi-Nonciclopedia vedi link per i dettagli) e subito dopo la protesta di Wikipedia Italia (Vedi comunicato del 4 ottobre) hanno messo in agitazione la rete, questa volta però ad “agitarsi” non sono stati solo i soliti blogger e tutte quelle figure viste come caricaturali paladini di giustizia dai più distratti (troppi…), questa volta si sono mossi quelli delle chiacchiere su facebook, quelli delle fanzine, in breve, tutti quelli (in particolare i più giovani) che solo due anni fa avevano snobbato le proteste in rete perché non sentivano loro (sbagliando) il problema.
Se avete tempo e voglia di fare un giro nei forum a tema troverete una marea di critiche a Vasco Rossi, nonostante ci si avvi ad un epilogo “amichevole” della vicenda e nonostante qualche riserva ci sia anche sulle azioni di Nonciclopedia, che a volte in passato ha superato il confine del buon gusto con le sue schede.
A Rossi probabilmente non verrà perdonato il fatto di essersi scagliato contro dei dissacratori; lui che del dissacrare, del “vivere liberi” ha fatto la sua bandiera in tutti i suoi anno di carriera.
Ancor più pesante è l’effetto Wikipedia; nei forum circolano già domande tipo:
Come si fa a rimanere calmi dopo che il governo oscura anche Wikipedia?
Secondo voi wikipedia italia chiuderà i battenti?
Siamo giunti al regime dittatoriale?
Il nuovo “decreto intercettazioni” chiuderà la bocca a Wikipedia!?
Qual’è il destino della legge ammazza-blog?
Con la nuova legge, non potremmo più contestare gli errori storici di qualsiasi religione?
Italia come l’Iran e la Cina. Siamo ufficialmente una dittatura mascherata da repubblica?
Come si fa a non pensare che stiamo entrando in una dittatura vera e propria? Se uno non diffama ma è “scomodo” può essere costretto a tacere grazie al comma 29 del DDL intercettazioni?
Queste domande sono estratte da un forum che non è famoso per la sua “sensibilità sociale” eppure il segnale che qualcuno stia aprendo gli occhi (i distratti di due anni fa) sembra evidente. Aspettiamo e speriamo.
E possibile che qualcuno sia arrivato a leggere fino a questo punto senza aver ancora ben capito quale sia il problema del DDL intercettazioni. Il tema è lungo e complesso ed io non sono sicuramente il più adatto (e preparato) nel parlarne. Mi limito a citare il “famigerato” comma 29. “Obbligo per tutti i siti web di pubblicare, entro 48 ore dalla richiesta e senza alcun commento, una rettifica su qualsiasi contenuto che il richiedente giudichi lesivo della propria immagine”. In breve, tutti, blogger in particolare, rischiano di venir zittiti se scrivono qualcosa di minimamente fastidioso per chicchessia. Calunnia, diffamazione, diritto di cronaca e diritto di PENSIERO vengono messi sullo stesso piano. Inaccettabile!
Le conseguenze dell’applicazione di questo DDL sono ben immaginabili, ma di una in particolare non ho ancora sentito discutere. Il destino degli hosting Italiani. Parliamo di decine (centinaia?) di imprese che rischierebbero di veder crollare il loro giro d’affari. Un vero e proprio esercito di blogger potrebbe abbandonarli e migrare verso hosting stranieri (U.S.A.? Russia?) per evitare la mannaia della legge Italiana. La soluzione non sarebbe perfetta, non si “evade” completamente la legge Italiana con un blog/sito all’estero ma è pur sempre meglio di niente.
C’è pure il rischio che il nostro blog sia visibile in tutto il mondo ma oscurato in Italia; questo è sistema-censura adottato da Cina e Iran ma voglio sperare che da noi non si arrivi mai a questo punto.
Aggiornamento ore 17:45
All’unanimità con il parere favorevole del governo, è stata approvata una modifica che distingue tra testate giornalistiche online e siti dei singoli cittadini. Solamente i primi avranno l’obbligo di rettifica entro due giorni dalla pubblicazione dei contenuti controversi, mentre per gli altri – ovvero i blog – non ci saranno obblighi particolari se non quelli già previsti dalla legge e legati, per esempio, alla diffamazione. Per testate giornalistiche online si intendono quelle registrate presso i tribunali e con un direttore responsabile. [da ilpost.it]
Un buo risultato o un semplice contentino per raffreddare la piazza?
Attendiamo sviluppi….
Sono già passati due anni da quando scrissi del mio incontro con La massaggiatrice, una signora Cinese che, bontà sua, accettò di raccontarmi la sua storia mostrando un aspetto del “mondo Cina” che non tutti conoscono anche a causa di una certa chiusura da parte di queste persone che, anche quando vivono in Italia stabilmente, faticano ad integrarsi nella nostra società nel senso più pulito del termine.
Ora, leggendo il post sulla massaggiatrice, ed altri più recenti, potrà sembrare che in qualche modo io ce l’abbia a morte con la Cina e che non perda occasione di trovare il modo di parlarne male. Non è così, non ce l’ho assolutamente con questo popolo, ce l’ho sicuramente con quelle istituzioni che da un lato si prodigano nel mostrare modernità ed efficienza ma che allo stesso tempo ignorano deliberatamente le basi dei diritti umani e dell’economia.
Quando parlai con la massaggiatrice ad un certo punto uscirono le parole “carceri sporche”, al momento non diedi molto peso alla cosa pensando si riferisse all’effettiva sporcizia di un carcere e non ad un qualcosa di più preciso. Solo in seguito ebbi modo di ritrovare la definizione carceri sporche (o carceri nere) e scoprire cosa sono in realtà.
Sono dei centri di detenzione extralegali (bruttissimo termine) dove vengono rinchiuse senza aver subito alcun processo tutte quelle persone che decidono di chiedere un risarcimento o inoltrare un reclamo poco gradito alle autorità.
Facciano un esempio? Immaginiamo di essere un semplice contadino che vive in un piccolo villaggio. Immaginiamo che il burocrate del posto s’inventi delle tasse ad uso personale o ci espropri parte della nostra terra senza alcuna ragione; ora noi, bravi cittadini saliamo sul nostro vecchio motocarro e raggiungiamo la città più vicina con lo scopo di denunciare il torto subito.
Una volta raggiunto l’ufficio reclami (letteralmente “ufficio petizioni”) troviamo un gentile signore che ascolta con interesse tutta la nostra storia (che soddisfazione!) ed infine c’invita ad entrare nell’ufficio accanto al suo dove troviamo un altro paio di gentili signori che ci danno un sacco di educative legnate e poi ci rinchiudono in una piccola e buia cella dove avremo la possibilità di riflettere sull’accaduto. Se tutto va bene dopo qualche giorno ci lasciano tornare a casa, magari a bordo di un autobus messo a disposizione per l’occasione!
Di sicuro dopo un’esperienza del genere il nostro spirito combattivo avrà subito un duro colpo e difficilmente avremo voglia di protestare davanti al prossimo abuso.
Qualcuno potrebbe pensare che questa sia una realtà ormai superata oppure relegata in qualche sperduta provincia Cinese. Purtroppo non è così: di sicuro, almeno fino a due anni fa, una di queste carceri si trovava nella moderna Pechino, proprio quella dove ci hanno fatto vedere i giochi olimpici. Questo carcere è ufficialmente conosciuto come Centro richiedenti aiuto Ma Jialou di Pechino.
Il recente terremoto in Giappone, già di per se tragico, ha visto amplificarsi il suo dramma a causa dei danni subiti dalle sue centrali nucleari. Abbiamo visto come sia stato (com’è…) difficile porre rimedio ad un incidente di questo genere e quali e quanti malevoli effetti a catena questo comporti.
Alcuni di questi effetti, se non fosse che stiamo parlando di una cosa serissima, farebbero quasi ridere.
In Italia (fatalità) si è data via libera alla moratoria che fa slittare di un anno le procedure per la localizzazione delle “nuove” centrali nucleari, come dire: lasciamo passare un po’ di tempo, intanto la gente “dimentica” e ci lascia lavorare. Inoltre nella pulitissima ed ordinata Svizzera l’emittente SRF ha deciso di non trasmettere più i cartoni animati dei Simpson dove il simpatico ma maldestro Homer rischia di mandare all’aria la centrale nucleare di Springfield.
Infine, la ciliegina che tutti aspettavamo: la nube radioattiva. Quando si è visto che il problema nella centrale di Fukushima era serio si è subito cominciato a parlare di venti, piogge e misure della radioattività in quota e al livello del suolo. Come ci si aspettava “l’aria Nipponica” ad un certo punto ha raggiunto i cieli Europei e subito è partito il tam-tam delle rassicurazioni. Ministri, climatologi e ed esperti di ogni genere ci hanno detto di non preoccuparci; ci hanno detto che le radiazioni in arrivo dal Giappone sono bassissime, in piena linea con le normali radiazioni emesse dall’ambiente che ci circonda.
Alla fine ci hanno fatto intendere che è più pericolosa la scoreggia emessa dalla formica che ci passa sotto i piedi piuttosto che il “fallout” precipitato sulla nostra lattuga. Boh… io non sono certamente un esperto e come tutti sono costretto a fidarmi. Spero solo che gli asparagi reggano.
Asparagi? Ma cosa centrano? Anche nel 1986, quando ci fu il disastro di Chernobyl, si parlò di nube radioattiva sopra l’Italia; se ne parlò in modo molto più convinto perché in quel caso gli effetti si fecero realmente sentire in Europa, in particolare in Gran Bretagna.
In Italia ci dissero che gli effetti potevano essere paragoni a quelli di una normale radiografica “spalmati” nell’arco di una settimana. Prudenzialmente ci consigliarono di evitare per un po’ le verdure a foglia larga e tutto si chiuse li.
Sarà il caso, sarà la sfiga, ma quell’anno l’asparagiaia che era il fiore all’occhiello dell’orto di famiglia morì, tutte le piante inaspettatamente e contemporaneamente appassirono precocemente e l’anno dopo non produssero più un solo asparago.
All’epoca avevamo una varietà di asparagi di ottima qualità, gustosi e rustici, praticamente inattaccabili da parassiti ed intemperie. Eppure in quell’anno infausto perdemmo “la razza”.
Oggi, grazia alla ritrovata passione di mio zio, gli asparagi sono ritornati nel nostro orto. Non sono paragonabili a quelli che avevamo in passato ma fanno comunque una discreta (e saporita) figura.
Mi chiedo: cosa dovrei pensare se tra qualche mese anche questa asparagiaia dovesse passare a miglior vita? Pura coincidenza? Spero proprio di no.
Nell’occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, come qualcuno ha notato, questo blog è rimasto silenzioso. Non ho pubblicato post che trattassero l’argomento, ne ho lasciato commenti di alcun genere nei blog frequento.
Questo non per disinteresse al tema (tutt’altro) ma perché, come credo d’aver detto ancora, questo blog, salvo rarissime occasioni, “non sta sulla notizia”.
Altri, molto più bravi di me, sanno cogliere il momento e coinvolgere i loro lettori nella lettura delle “news”.
Io invece, quando posso (e se riesco) cerco di trattare i temi fuori dal loro contesto temporale; vedi ad esempio il caso “Rosarno” che trattai in Dicembre e non in Gennaio (anniversario) ponendo l’attenzione sul fattore prezzo delle arance e non sulla pura cronaca dei fatti.
Detto questo eccoci a parlare dell’anniversario dell’Unità d’Italia.
Ormai credo si sia detto praticamente tutto e non è certo il caso che mi unisca al coro, per questo motivo mi limito ad elencare del brevi “flash”, delle testimonianze raccolte prima e dopo il 17 marzo.
Io – Per me è stato giorno di riposo (niente lavoro). L’aspetto curioso è che per la mia categoria professionale si è deciso di attingere al monte ore delle festività soppresse, quindi, dalle 209 ore di ferie che mi spettano ogni anno sono state tolte le 8,20 ore che avrei dovuto lavorare quel giorno. Morale: per me il 17 marzo è stato un giorno di “ferie obbligatorie”.
La scuola – chiusa.
Palestra e piscina – Aperte (parliamo della stessa struttura che ospita la scuola).
Il falegname – Normale giornata di lavoro con costi maggiorati per il pagamento degli straordinari.
Il dentista – Studio regolarmente aperto.
Negozianti – Molti obbligati a rimanere chiusi con tanto di ordinanza comunale.
Supermercato – Regolarmente aperto fino alle 19,30.
Queste sono alcune “curiosità” che ho racconto nei giorni scorsi.
Piccole testimonianze che non hanno la pretesa di rappresentare un ipotetico valore statistico o cose del genere ma solo evidenziare qualche contraddizione nella gestione dell’evento.
In ogni caso…buon compleanno Italia! Ecco, alla fino l’ho detto.
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Progetto 100 Righe
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