Torquato Tasso

Poeta italiano, nato a Sorrento nel 1544 e morto a Roma nel 1595. Era figlio di Bernardo Tasso, letterato e poeta di nobile famiglia originaria di Bergamo che si trovava allora al servizio del principe Ferrante di Sanseverino: quando si trasferì a Napoli, fece studiare il figlio nelle scuole dei gesuiti della grande città campana, che era allora uno dei centri più popolosi e attivi della penisola, anzi il centro più importante, da quando l’Italia era caduta sotto la dominazione spagnola, che a Napoli aveva posto la sede del vicerè. E tutta alle dipendenze della Spagna era la vita politica ed economica dell’Italia del tempo, sicché ad un giovane colto e ambizioso non si apriva altra strada che quella del servizìo dei grandi di Spagna o dei pochi principi cui la corte di Madrid lasciava ancora una parvenza di libertà. A dieci anni, Torquato lasciò la madre e la sorella per raggiungere il padre che, coinvolto nella disgrazia politica del principe di Sanseverino, si era stabilito a Roma. L’anno dopo la madre, Porzia de’ Rossi, morì, senza che il figliolo potesse rivederla. Fu per lui un dolore profondo, che lasciò una traccia di inconsolabile rammarico e di grande malinconia nel suo temperamento sensibile. Intanto il padre riprendeva la vita errabonda di corte in corte; divenuto segretario del duca d’Urbino, Guidobaldo II della Rovere, condusse con sé il figlio, che cominciò così, ad appena tredici anni, a familiarizzare con gli ambienti cortigiani, bene accetto per la sua vivace intelligenza e lasua straordinaria precocità nell’esercizio delle lettere e della poesia. Il che gli permise di avere, come compagno di studi, il figlio del duca, al quale si legò con una lunga amicizia, e di usufruire dei migliori maestri del tempo.Gli inizi di «Gierusalemme». Nel 1559, raggiunse a Venezia il padre, che stava allora curando la pubblicazione del suo poema Amadigi; e, benché avesse appena quindici anni, iniziò anch’egli la stesura di un poema, intitolato Gierusalemme, destinato a divenire, da lì a pochi anni, il tormento e la gloria della sua vita.Dal 1559 al 1565, Torquato studiò a Padova e a Bologna; interrotta la stesura del Gierusalemme, si dedicò a un poema cavalleresco di minori ambizioni, il Rinaldo, stampato a Venezia nel 1562, con un successo che gli aprì la strada della corte di Ferrara, dove venne assunto al servizio del cardinale Luigi d’Este, fratello del duca, mentre si diffondevano le sue delicate e raffinate poesie d’amore per una giovane ferrarese, Lucrezia Bendidio e per la mantovana Laura Peperara.Al servizio del cardinale Luigi, che seguì nel 1570 in un viaggio in Francia, e poi successivamente, dal 1572, dello stesso duca di Ferrara, Alfonso 11, il Tasso si dedicò ad una intensa attività letteraria, culminante nella composizione di uno dei gioielli più puri del teatro italiano, la favola pastorale Aminta, rappresentata nel 1573, e finalmente, nel 1575, nel poema Goffredo, che riprendeva il già interrotto Gierusalemme e che qualche anno più tardi, nel 1581, sarebbe stato pubblicato col titolo definitivo di Gerusalemme liberata anni infelici delle peregrinazioni. Il poema era appena terminato, che già il poeta era preso da angosciosi dubbi sulla sua validità; lo sforzo creativo, durato intensissimo per alcuni anni, le incertezze sulla struttura dell’opera e su di alcuni episodi, certe critiche che gli erano state mosse, la sua morbosa e sospettosa sensibilità, minarono la sua salute e lo spinsero a gesti clamorosi: una sera del giugno 1577, mentre a Ferrara, a corte, si intratteneva con la duchessa Lucrezia d’Este, scagliò un coltello contro un servo e dette in tali smanie che il duca lo fece rinchiudere nel convento di san Francesco. Fuggito pochi giorni dopo, peregrinò a lungo per l’Italia, e a Sorrento si presentò travestito alla sorella per annunziarle la propria morte; di nuovo a Ferrara, nel marzo del 1579, durante un ricevimento a corte, sembrandogli di essere male accolto, insolentì i presenti e fu di nuovo rinchiuso, questa volta, nell’ospedale di sant’Anna, dove rimase, considerato come pazzo, per sette lunghi anni, durante i quali intramezzò alla follia momenti di lucida e tormentosa coscienza delle sue condizioni, tra pene laceranti che ne debiitarono gravemente la fibra delicata. Liberato per intercessione del duca di Mantova, fu a Bergamo, a Mantova, a Roma, a Napoli, inquieto e perpetuamente preoccupato per il suo capolavoro, che stava riscrivendo da capo a fondo e di cui a Napoli portò a termine, nel 1592, la nuova stesura, da lui intitolata Gerusalemme conquistata, che ebbe tuttavia scarsa fortuna. Per altri due anni continuò le sue peregrinazioni, stabilendosi finalmente a Roma, dove il papa Aldobrandini gli aveva promesso il riconoscimento solenne della sua poesia con l’incoronazione in Campidoglio. Ma la cerimonia non poté aver luogo. Stanco e ammalato, il poeta si rifugiò nel monastero di sant’Onofrio sul Gianicolo, dove il 25 aprile del 1595, a 51 anni, morì e dove si conserva tuttora la sua tomba.I suoi capolavori. La fama e la grandezza di Torquato Tasso sono legate soprattutto a due opere, la favola pastorale Aminta e il poema eroico-cavalleresco La Gerusalemme liberata, per l’influsso enorme che esse ebbero nello sviluppo della poesia lirica ed epica sia in Italia sia in altri paesi d’Europa, per almeno tre secoli, fino all’età del Romanticismo. Ma notevole importanza rivestono anche le cosiddette opere minori: le Rime, per esempio, tra le quali particolarmente note quelle ispirate alle passioni amorose della sua giovinezza, che in parte si riallacciano ai modi della poesia d’amore del Petrarca, in parte anticipano la poesia del xvii secolo, la poesia barocca, ricca di simìlitudini e metafore ardite, ma già incline a perdersi in vaghezze formali, in preziosità linguistiche e ritmiche. E quel tipo di poesia, capace delle più sottili sfumature del sentimento amoroso, mossa magari da autentica passione, ma che limita i suoi contenuti a un mondo avulso dalla realtà, sognante, idillico, rifugio per chi non aveva altro pubblico che quello della corte, altri ascoltatori che dame e cavalieri.Vanno citate quindi la tragedia Re Torrismondo, imitata dall’Edipo re di Sofocle; il poemetto incompiuto Monte Oliveto, in cui il poeta lamenta la vanità delle passioni e dei beni del mondo; il poemetto Le sette giornate del mondo creato, in cui sono rivissute, con immagini smagliantì, le meraviglie della creazione.Di notevole importanza sono pure le opere in prosa, come i saggi di estetica Discorsi dell’arte poetica e Discorsi del poema eroico, che sviluppano e chiariscono le sue concezioni poetiche e specialmente le ragioni e le forme del suo capolavoro. Di alto interesse sono anche i 26 Dialoghi, nei quali egli discute di svariatissimi argomenti con minuziose e sottili argomentazioni, raggiungendo talvolta pagine commosse e ricche di affetti, come nel dialogo il padre di famiglia.Infine sono fondamentali, per intendere il suo temperamento e la tragica avventura della sua follia, le Lettere, che costituiscono uno dei più dolorosi e vivi epistolari del xvi secolo.

La Gerusalemme liberata

Contrariamente ai poemi cavallereschi del Rinascimento, costruiti su racconti in gran parte leggendari e favolosi, il poema del Tasso ha uno sfondo storico, che è quello della prima crociata per la conquista del Santo Sepolcro di Cristo, avvenuta nel 1099. E storici sono pure in gran parte i personaggi dell’opera, anche se il Tasso ne interpretò spesso arbitrariamente la personalità, così come si mosse tra gli episodi reali di quella celebre impresa con molta libertà, non disdegnando di fare intervenire nelle vicende angeli e maghi, come gli antichi poeti epici facevano intervenire gli dèi dell’Olimpo .Nella Gerusalemme sono così abbandonati i temi frivzato opere come ‘Orlando innamorato del Boiardo o l’Orlando furioso dell’Ariosto. Il poema è opera, diremmo oggi, «impegnata», cioè tesa all’esaltazione di una grande impresa eroica e religiosa, cantata dal poeta per richiamare l’umanità dei credenti agli alti ideali di fede che l’avevano ispirata e resa possibile. In questo modo il poeta si adeguava agli ammonimenti che erano venuti alla cattolicità — dopo lo scisma luterano —dal concilio dijrento, conclusosi proprio in quegli anni (1563) con una rigorosa riaffermazione dei valori cristiani tradizionali della Chiesa di Roma. Questo però non signifìca che il poema sia fredda celebrazione; la profonda sensibilità umana del poeta, la sua inclinazione quasi morbosa alla passione d’amore, la sea straordinaria capacità di penetrare nelle più nascoste pieghe dell’anima, arricchiscono il poema di numerosi episodi e personaggi, dominati e tormentati ora dalle più pure ansie spirituali, ora dalle più sconvolgenti pene d’amore, ora dalle più vibranti ambizioni eroiche e religiose; col risultato che poche opere sono come questa ricche della multiforme, imprevedibile capacità del cuore umano di sentire e di patire.

I personaggi

I personaggi più importanti sono Goffredo di Buglione, principe della Lorena, che effettivamente fu l’anima della conquista; Tancredi, principe normanno, altra figura storica; Rinaldo, personaggio d’invenzione, che il poeta immagina progenitore della famiglia d’Este, alla quale il poema è dedicato; e poi Clorinda e Armida, Sofronia e Erminia, le donne ardenti e languide di alcuni dei più celebri episodi; e, tra i musulmani, Aladino e Solimano e tanti altri, curati, dall’appassionata attenzione del poeta, non meno dei personaggi principali. Lo sfondo sono le mura di Gerusalemme, le foreste che attorniano la città, le tende dei cristiani, le case della città assediata, incantati giardini e quel Sepolcro di Cristo cui tendono con tutte le loro forze i crociati e davanti al quale, sul finire del poema, Goffredo di Buglione scioglierà il proprio voto.

I canti

I canti del poema, che sono venti e in ottave, com’era consuetudine per i poemi cavallereschi, si snodano intorno alle seguenti vicende:Canto I. Dall’alto dei cieli, Dio volge losguardo sul campo dei cristiani e decide che il comando delle operazioni per la conquista della città venga affidato a Goffredo di Buglione, che è il più degno e il più ricco di fede. Vengono passati in rassegna i principi cristiani, tra i quali spiccano Rinaldo e Tancredi, che è tormentato da un infelice amore per una musulmana, Clorinda. Goffredo, divenuto capo dell’esercito, si prepara ad assalire la città, difesa dal soldano Aladino.

Canto Il. In Gerusalemme scompare un’immagine sacra della Madonna dalla chiesa dei cristiani; Aladino ne incolpa i cristiani medesimi e decide di perseguitarli. Una fanciulla cristiana, Sofronia, si accusa del furto; altrettanto fa un giovane, Olindo, che è innamorato di lei e vuole salvarla. I due giovani vengono condannati a perire insieme sul rogo. Clorinda, la guerriera, si commuove della loro vicenda e per i suoi meriti ottiene dal re la loro liberazione. Anche l’Egitto, per voce del guerriero Argante, dichiara guerra ai cristiani,

Canto III. I cristiani sono in vista di Gerusalemme e salutano commossi la città dov’è sepolto Cristo. Clorinda esce loro incontro e combatte con Tancredi che, avendola riconosciuta, si limita a difendersi e e dichiara il suo amore. In una imboscata guidata da Argante, muore il principe cristiano Dudone, cui vengono celebrati solenni funerali.

Canto IV. Su istigazione del dio dell’inferno, il mago ldraote manda la sua bella nipote Armida al campo cristiano per chiedere a Goffredo l’aiuto di dieci guerrieri che vendichino un torto da lei sofferto nella sua patria, Damasco. Scopo dell’inganno è quello di trascinare in avventure lontane i migliori guerrieri cristiani. L’inganno riesce.

Canto V. La scelta dei guerrieri genera discordie nel campo, dal quale si allontanano Rinaldo e parecchi altri, sedotti dalla bellezza di Armida. Intanto è annunciato l’arrivo della flotta egiziana.

Canto VI. Argante sfida a singolar tenzone un cristiano. Accetta Tancredi, ma il duello viene interrotto per il calare della notte. Erminia, figlia del re di Antiochia, innamorata di Tancredi, veste le armi di Clorinda e cerca di raggiungere la tenda dei principe normanno. Scoperta, è costretta a fuggire.

Canto VII. Erminia in fuga si rifugia presso alcuni pastori, che vivono una loro semplice vita in mezzo alla selva, lontani dalle passioni del mondo e dalla guerra. Tancredi, che ha inseguito Erminia credendola Clorinda, finisce momentaneamente nel castello incantato di Armida ed è sottratto così ai suoi doveri; il suo duello con Argante è continuato da Raimondo di Tolosa, e disturbato dall’intervento dei diavoli.

Canto VIII. Impresa di Solimano, che fa strage dei cristiani danesi. Giunge la notizia che Rinaldo è morto. Durante la notte, la furia Aletto porta discordia nel campo dei cristiani, facendo credere che responsabile della morte di Rinaldo sia Goffredo. La discordia è sedata a stento.

Canto IX. Continuano le imprese di Solimano; morte del suo paggio Lesbino. Intervengono nella battaglia anche Clorinda e Argante e numerosi guerrieri cristiani.

Canto X. Solimano è condotto in Gerusalemme dalle arti magiche di lsmeno. Al campo cristiano si apprende che Rinaldo non è morto, ma anzi ha liberato i cavalieri sedotti dalle grazie di Armida e ora si sta dirigendo ad Antiochia.

Canto XI. Dopo una solenne processione al monte Olivéto, i cristiani attaccano la città avvicinando alle mura una grande torre. Si accendono furiosi combattimenti, Goffredo è ferito, ma grazie a Tancredi i cristiani hanno la meglio finché cala la notte.

Canto XII. Nella notte, Clorinda e Argante escono dalla città e incendiano la torre, Tancredi assale Clorinda, mentre Argante riesce a porsi in salvo in città. Nel duello che segue. Clorinda è colpita a morte e chiede al suo avversario il battesimo. Toltole l’elmo, Tancredi la riconosce e s’accorge così di avere ucciso la donna che ama. La sua disperazione lo porta sull’orto del suicidio.

Canto XIII. Per le arti magiche di Ismeno, la selva dalla quale i cristiani si forniscono di. legname per lp torri d’assalto, diviene un luogo d’incanti dove nessuno può entrare. Contemporaneamente Ismeno provoca una terribile siccità che tormenta gli assedianti. Solo le ardenti preghiere di Goffredo ottengono da Dio un temporale.

Canto XIV. Goffredo manda due messi a cercare Rinaldo; si apprende che il giovane guerriero, vittima degli incantesimi di Armida, è chiuso in un suo castello fatato, nelle lontane Isole Fortunate.

Canto XV. I due messi viaggiano verso le Isole Fortunate e riescono a entrare nel magico castello.

Canto XVI. Rinaldo, raggiunto dai due me si e liberato dall’incantesimo, abbandona Armida che è innamorata di lui e ritorna sulla via del campo.

Canto XVII. Armida si reca in Egitto a cercare un guerriero pagano che la vendichi dell’abbandono di Rinaldo; il quale, intant giunto in Palestina, ottiene nuove armi, tra cui uno scudo, che celebra le glorie delta casa d’Este.

Canto XVIII. Rinaldo, purificatosi dalle sue colpe sul monte Oliveto, rompe gli incantesimi della selva e così i cristiani possono costruire tre torri, con l’ausilio delle quali, do aspra battaglia, riescono a entrare in città. mago Ismeno, dopo averti invano contrast ti con le sue arti, muore. E intanto annunciato l’arrivo dell’esercito egiziano.

Canto XIX. Argante combatte in duello conTancredi e resta ucciso. Tancredi, ferito gravemente, è soccorso da Erminia. Saccheggio di Gerusalemme. Aladino si rifugia nella torre di David.Canto XX. All’arrivo dell’esercito egiziano la battaglia si fa terribile. Tra i morti è il grande Solimano e molti dei campioni di Armida, che si rappacifica con Rinaldo e promette di farsi cristiana. Cadono pure, tra i tanti, due eroici sposi cristiani, Gildipppe e  Odoardo; Aladino è ucciso da Raimondo diTolosa; cade infine l’ultimo campione musulmano Emireno per mano di Goffredo, può così entrare vittorioso nel Santo Sepolcro e sciogliere il voto.

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