Chitarre

Questa pagina e’ dedicata alla storia della chitarra elettrica , in particolare dalle origini agli anni 70; in seguito c’e stata una grossa evoluzione come l’arrivo di nuovi costruttori sul mercato (in particolare i Giapponesi) e nuove strade intraprese dalle case storiche che meriterebbero una nuova e più approfondita sezione.

Nascita e sviluppo della chitarra elettrica

La chitarra elettrica è nata per una precisa esigenza: aumentare il volume di suono delle chitarre acustiche già esistenti. Questa necessità sorse nel mondo del jazz americano quando dai complessi di pochi elementi si passò gradualmente alla formazione delle cosiddette ((big bands». In quel periodo, l’unica attività dei musicisti jazz era rappresentata dalle esecuzioni dal vivo, dato che oltre ai normali concerti anche le esibizioni radiofoniche e le incisioni discografiche erano tutte eseguite in diretta. Certo i suoni emessi dalle chitarre non potevano competere in potenza con quelli degli altri strumenti: sia il piano, sia la batteria, sia a maggior ragione i fiati (spesso operanti all’unisono) avevano relegato la chitarra ad una semplice funzione scenica. I primi tentativi di amplificare il suono di una chitarra furono fatti intorno alla metà degli anni venti, più o meno contemporaneamente sia da ricercatori professionisti che lavoravano per le fabbriche di strumenti musicali, sia, anche e soprattutto, da orchestrali e appassionati, intraprendenti quanto maldestri.

I primi tentativi

La prima cosa a cui si pensò fu di mettere un microfono davanti alla cassa della chitarra; da qui a decidere di introdurlo nella cassa stessa, il passo fu breve, ma i risultati continuavano ad essere deludenti: i chitarristi si trovarono per la prima volta di fronte al ben noto ((effetto Larsen». In parole povere, il microfono capta il suono della chitarra e Io trasmette all’amplificatore; il suono esce ad alto volumedagli altoparlanti e viene diffuso nell’aria, ma questo stesso suono amplificato fa «vibrare» la cassa dello strumento il microfono raccoglie questa vibrazione indotta, l’amplificatore la riamplifica, gli altoparlanti la diffondono nell’aria provocando nuove risonanze nella cassa, e così via, con un effetto sempre crescente che si trasforma in pochi istanti in un fischio lacerante.Ci furono poi alcuni buontemponi che per amplificare elettricamente il suono della loro chitarra tentarono di usare come rivelatori delle semplici testine da giradischi, applicate nei punti più disparati della cassa. Tra questi, anche due personaggi che in seguito sarebbero divenuti molto famosi: Les Paul, noto oltre che come chitarrista anche come progettista e costruttore di chitarre Fred Tavares, che sarebbe poi divenuto l’inge gnere capo della Fender Company. Naturalmente, quelle delle testine applicate alle chitarre non era la via giusta Una seconda via, geniale ma inefficace, fu percorsa da un altro grande, Lloyd Loar. Nel periodo in cui svolgeva le su mansioni di ingegnere acustico presso la Gibson, Loar ideò un magnete che potremmo definire “elettrostatico” questo progetto risultò però inapplicabile, perchè avrebbe richiesto amplificatori che la tecnologia dell’epoca non era in grado di produrre.

Le chitarre con buche a ((F)) e con risuonatore

Frattanto, e siamo alla metà degli anni ‘20, qualcun altro stava cercando di risolvere il problema della carenza di volume della chitarra, semplicemente escogitando varianti dello strumento. Innanzitutto, la Gibson rivoluzionò la tecnica costruttiva, producendo per prima un modello acustico che si basava sui principi di struttura del violino: la caratteristica più evidente era che, al posto della buca, sulla tavola c’erano due tagli a forma di «f». Tale caratteristica contraddistingue quelle che noi oggi chiamiamo ((chitarre da jazz», mentre – sarà bene ricordano – a quel tempo con tali chitarre si suonava qualsiasi tipo di musica, dal tradizionale al western al blues e via dicendo. Questa chitarrecon le «f» potevano forse garantire un minimo incremento di volume, ma certo non rappresentavano la soluzione definitiva al problema.Quasi contemporaneamente i cinque fratelli Dopera (di origine cecoslovacca) fondarono una società detta National, per produrre una loro invenzione: la chitarra con risuonatore metallico. In pratica lo strumento aveva una cassa acustica di metallo (una lega di nichel e argento), vuota internamente come tutte le altre chitarre acustiche, e sulla tavola superiore aveva montati tre coni in alluminio che raccoglievano le vibrazioni delle corde direttamente dal ponticello. Il modo in cui i coni potevano captare le vibrazioni dal ponte non è semplice come può sembrare dalla nostra sommaria descrizione, ma del resto la tecnica stessa con cui le chitarre a risuonatore sono state costruite è cambiata più volte nel tempo, ed è fuor di luogo dilungarsi sull’argomento. Piuttosto vale la pena di ricordare che oggi qualunque chitarra con risuonatore, anche se prodotta da altre fabbriche, viene comunemente chiamata Dobro, dal nome di una seconda compagnia fondata nel 1928 da tre degli stessi fratelli (DOpera BROthers = Dobro).Come le chitarre con le «f», anche le Dobro riscossero un successo che dura fino ai giorni nostri; ma anche in questo caso la loro popolarità era legata ad altri fattori: grazie alla timbrica secca e metallica (ovviamente!) divennero infatti le favorite dei suonatori di blues; l’accoppiamento con le sonorità dell’armonica, sempre usata per questo genere musicale, risultava perfetto. Altri aficionados delle Dobro divennero presto coloro che utilizzavano il cosidetto «bottleneck», originariamente un collo di bottiglia e in seguito un tubo di ferro infilato sul dito, che l’esecutore faceva scorrere sulle corde ottenendo il tipico effetto che da noi èmeglio conosciuto come «chitarra hawaiana». Anzi, alcune Dobro erano proprio costruite per suonare esclusivamente con la tecnica «slide»: la chitarra viene poggiata di piatto sulle gambe, e le esatte tonalità vengono ottenute facendo scorrere (sliding, appunto) un pezzo di ferro o di ottone sulle corde. Un metodo molto simile, come si vede, al bottleneck, con la differenza che le chitarre per esso appositamente costruite hanno il manico a sezione quadrata, e non possono essere usate come chitarre tradizionali.

Il  primo magnete

Nonostante la presenza del risuonatore, quando le chitarre tipo Dobro venivano usate per lo slide, le sentivano solo i pochi fortunati che sedevano vicinissimi al suonatore; fu così che un’altra compagnia ancora oggi molto nota, la Rickenbacker, giunse in quegli anni (precisamente nel 1931) ad applicare proprio su uno strumento a corpo metallico quella che si sarebbe rivelata l’idea giusta: il rivelatore magnetico, detto anche pick-up, o come diciamo noi in Italia, più semplicemente magnete. L’invenzione può veramente considerarsi definitiva, se si pensa che da allora ai giorni nostri nulla è cambiato nei principi costruttivi e nella realizzazione pratica dei magneti per chitarra. Nella sua forma più semplice, il pick-up è costituito da una barretta magnetica intorno a cui sono avvolte numerose spire di sottilissimo filo di rame. Facile dire come funzioni: le vibrazioni delle corde modificano il campo magnetico della calamita; l’avvolgimento «capta» queste variazioni che, trasmesse all’amplificatore sotto forma di corrente elettrica a bassissima tensione, vengono trasformate in suono.

L’evoluzione dei pick-ups

Nel corso degli anni, a questa idea base furono apportati marginali ma interessanti perfezionamenti: tra i più importanti ricordiamo la sostituzione della calamita centrale con sei calamite più piccole, ognuna posta in corrispondenza di ogni singola corda della chitarra; per fare un esempio, sono a tutt’oggi costruiti così tutti i magneti Fender. Ulteriore modifica fu quella di rendere regolabili in altezza queste singole calamite, in modo da poterne variare la distanza da ogni corda per rendere più uniforme il volume; spesso infatti, per la peculiare natura della chitarra alcune note sono più «sonore» di altre, e creano problemi di bilanciamento resi macroscopici dai vari passaggi dell’amplificazione. Incrementare la potenza di uscita di un magnete costruito in tal modo è praticamente impossibile, visto che la potenza stessa scaturisce da due fattori strutturali che vanno aumentati in maniera direttamente proporzionale:l’intensità del campo magnetico della calamita, e il numero delle spire di filo.A meno di non aumentare in modo esagerato le dimensioni, non si può ottenere un campo magnetico intenso più di tanto dalle calamite di tipo tradizionale, fabbricate in Alnico (una lega di ferro, alluminio, nichel e cobalto). La soluzione escogitata da alcuni moderni costruttori, spinti dalla richiesta di un mercato alla continua ricerca di maggior potenza, è consistita allora nell’impiego di calamite di tipo ceramico, che sono in grado di «pilotare» un maggior numero di spire di filo. Siccome però queste calamite ceramiche hanno un ingombro notevole, l’avvolgimento non è più fatto intorno alla calamita, bensì intorno a sei barrette di ferro dolce (ognuna in corrispondenza di una corda), che vengono a costituire le cosiddette «espansioni polari)> del corpo ceramico, posto sotto ad esse.

Le prime elettriche

Sulla scia della prima chitarra elettrica della Rickenbacker, che fu battezzata “Frying Pan”, si moltiplicarono le iniziative degli altri costruttori. Prima ad accodarsi fu la Dobro, con una chitarra a risuonatore dotata di rivelatore magnetico a barra unica, costruita nel 1932; e mentre la De Armond produceva un tipo di magnete da applicare a qualsiasi chitarra acustica con corde di metallo, la Gibson dal canto suo commercializzava (oltre ad una steel guitar) anche quella che possiamo considerare la prima vera chitarra elettrica, la ES 150(1935). Questo modello fu portato alla popolarità soprattutto dal brillante uso che ne fece in quegli anni il chitarrista di colore Charlie Christian; il giovane jazzista della band di Benny Goodman impressionò l’America con il suo stile nervoso e sincopato, e conferì definitivamente alla chitarra jazz il ruolo di solista, superando finalmente il vecchio concetto che allo strumento fosse riservato il solo lavoro ritmico e armonico. Ancora oggi il magnete montato sulla Gibson ES 150 è conosciuto come Charlie Christian.Il periodo della Seconda Guerra Mondiale (1939-1945) interruppe completamente il processo ideativo-produttivo, in questo come in tutti gli altri settori industriali, anche se, mentre le catene di produzione venivano riconvertite alla costruzione di materiale bellico, il mondo della musica continuava ad essere in pieno fermento. Fin dall’immediato dopoguerra, nuovi nomi e nuove idee emersero di prepotenza: da una parte Paul Bigsby, costruttore e progettista e Merle Travis, musicista; dall’altra Leo Fender, che originariamente lavorava in una bottega di radio riparazioni, e che in seguito aveva fondato una ditta produttrice di chitarre detta K & F. Questi tre personaggi giunsero quasi contemporaneamente alla stessa importantissima invenzione: la chitarra elettrica a cassa piena.

La prima «solid body»

Possiamo attribuire a Bigsby e Travis il vantaggio di pochi mesi nell’effettiva realizzazione di un primo prototipofunzionante, ma dobbiamo d’altro canto riconoscere a Leo Fender il merito di avere per primo prodotto in grande serie, commercializzato e reso famoso nel mondo intero questo tipo di strumento. Ma vediamo come si è giunti a una tale rivoluzionaria innovazione.Se il jazz può aver rappresentato un genere popolare e diffuso, non c’è dubbio che dagli anni ‘30 in poi un’altra forma musicale che affondava le radici nelle tradizioni più antiche d’America divenne la grande padrona di una considerevole fetta del mercato discografico, al punto di rappresentare il volto commerciale più avanzato di un’intera epoca a cavallo della 2° Guerra Mondiale: il country and western. Attraverso l’accorta quanto spontanea fusione delle antiche ballate scozzesi con le gighe degli immigrati irlandesi, delle influenze blues e spiritual con il folk dei vagabondi della prateria, si venne formando una musica estremamente «moderna» e ritmata; strumenti principi di questo genere erano banjo, mandolino, «fiddle» (violino), e, ovviamente, la chitarra in tutte le sue forme.Furono proprio i chitarristi country a provocare del tutto involontariamente la svolta nella tecnica costruttiva della chitarra. Infatti i numerosissimi gruppi country si esibivano all’epoca con grande successo nel più vario tipo di locali, dal piccolo club alla grande sala di hotel fino alle grandi feste di piazza organizzate in occasione di rodei, gare di tiro ecc.; in queste occasioni tra i vari musicisti si scatena-vano veri e propri duelli all’ultima pennata, per ottenere almeno un po’ di risalto nel frastuono generale. Ce lo conferma Leo Fender, il quale racconta che nel suo laboratorio entravano continuamente chitarristi scontenti, che insistevano perché lui costruisse per loro amplificatori più potenti; dapprincipio Fender li accontentò, ma non gli ci volle molto per rendersi conto che il difetto non era negli amplificatori, quanto nelle chitarre che questi musicisti usavano. Infatti con l’aumento del volume tendeva a ricomparire il «feedback» (cioè il fischio lacerante causato dall’effetto Larsen di cui abbiamo già parlato); per giunta un’altra osservazione ricorrente dei professionisti che frequentavano il suo laboratorio era che le chitarre allora in uso erano troppo scomode e voluminose per chi doveva suonare molte ore in piedi.Fender nel 1946 cominciò i primi studi su una chitarra che rappresentasse una soluzione a questi problemi, affidando i prototipi ad alcuni amici suonatori perché li sperimentassero durante le loro esibizioni «live». Attraverso vari aggiustamenti, l’imprenditore californiano giunse in due anni all’esemplare definitivo, che fu posto in vendita con il nome di «Broadcaster» nel 1948. Questa prima «solid body» era di concezione semplicissima, ma la linea e le soluzioni tecniche adottate erano estremamente azzeccate; lo erano a tal punto che questo modello, praticamente identico all’originale, è rimasto in produzione fino ad oggi con il nome di Telecaster (il nome originario fu cambiato infatti qualche tempo dopo la nascita, dato che era un marchio già usato da un’altra fabbrica). La cassa era una semplice tavola di frassino piatta sopra e sotto, alta circa cm.4, con i bordi appena smussati; il manico, ricavato da un unico blocco di acero che comprendeva anche la tastiera, era fissato alla cassa mediante quattro viti. Le sei chiavette erano montate in fila tutte dalla stessa parte della paletta; la parte elettrica era composta da due magneti diversi tra di toro, controlli generali di tono e volume, e un selettore a tre posizioni per ottenere varie timbriche. Il ponte permetteva la regolazione sia dell’altezza sia dell’intonazione dellecorde; l’attaccacorde tradizionale era sostituito da sei buchi nella cassa attraverso i quali si infilavano te corde stesse.Molti si chiederanno il perché dello straordinario successo del prodotto di Leo Fender: la chitarra di Bigsby, che pure era di precedente realizzazione, non aveva avuto alcun seguito commerciale, e anche il famoso Les Paul si era visto rifiutare dalla Gibson un suo progetto di chitarra a corpo solido, I motivi per cui proprio lui abbia sfondato sono essenzialmente questi: a) l’essere giunto con la novità giusta al momento giusto; b) l’avere prodotto una chitarra che, senza essere perfetta, era veramente innovativa sia per l’estetica, sia per le sonorità e la funzionalità; c) l’esser partito fin dall’inizio avendo ben presenti le esigenze di una produzione meccanizzata e di massa, che potesse sfruttare al massimo l’impiego di macchinari automatici e semiautomatici; d) innegabilmente, l’aver avuto una buona dose di fortuna…

Cronologia dei grandi successi

Se fino ad ora abbiamo parlato di avvenimenti che possiamo definire storici, quando non addirittura leggendari, dalla Broadcaster in poi l’evoluzione della chitarra elettrica esce dal mito e entra nella cronaca. Ripercorriamo dunque la storia degli ultimi trent’anni elencando date, nomi ed episodi ad essa relativi, citando ciò che è particolarmente significativo sotto l’aspetto delta innovazione tecnica ed estetica, del grande successo commerciale, o dello stretto collegamento con t’evoluzione dei vari stili musicali.1950 – La ditta americana Gretsch mette in vendita la White Falcon, tradizionalmente il suo modello di punta, con collegamenti elettrici effettuati in modo tale da ottenere un suono stereofonico (un canale per te tre corde basse e un canale per le tre alte).1951 – Basso Fender Precision – Nonostante questa non sia la sede adatta per parlare di bassi, il Precision merita ugualmente la citazione, perché è il secondo colpo di genio di Leo Fender; infatti è il primo strumento mai concepito con questa struttura: cassa a corpo pieno come quella di una chitarra elettrica, scala intermedia tra quella della chitarra e quella del contrabbasso, e soprattutto, a differenza di quest’ultimo, presenza di tasti qhe consentono sempre l’esatta intonazione di qualunque nota.1952 – Gibson Les Paul – Una chitarra eccezionale sottoogni punto di vista. Forse solo un esperto di design o un architetto può apprezzare appieno l’assoluta perfezione delle forme di questo strumento: studiato attentamente per non violentare l’occhio del musicista, non fa altro che riprodurre il concetto estetico della chitarra tradizionale, creando però qualcosa di completamente nuovo. La forma della cassa pur con una spalla tagliata è quella solita, con i fianchi molto assottigliati e lo spessore, essendo il corpo pieno, ridotto a circa sei centimetri. La paletta è simmetrica (con le chiavette disposte in maniera convenzionale), molto piccola e notevolmente inclinata all’indietro; tutti i pezzi montati accoppiano una estrema funzionalità alla perfetta adeguatezza estetica: alcune parti sono appositamente disegnate con lievi asimmetrie, in modo tale che, guardandole, appaiano perfettamente regolari. li manico èin mogano, con tastiera in palissandro. Esso è incollato ad una cassa, pure in mogano, con tavola superiore in acero; quest’ultima aggiunta per ottenere un maggior «sustain)). I magneti, uguali fra di loro, sono a singolo avvolgimento, ognuno con due calamite; le espansioni polari sono regola-bili in altezza per ogni singola corda; lo strumento ha due controlli di volume, due di tono, e un selettore cambiamagneti. L’attaccacorde svolge anche le funzioni di ponte, e permette la regolazione dell’ottava e dell’altezza solo per tutte le corde contemporaneamente.Nonostante dal lato della innovazione tecnica pura e semplice la Les Paul non contenga quasi niente di particolare, si può senz’altro affermare che è una chitarra rivoluzionaria. Il suo ideatore l’aveva indubbiamente pensata per suonare ciò che lui amava di più, e cioè il jazz, o tutt’al più per eseguire gli altri generi a quel tempo in voga e che necessitassero di una chitarra ben amplificabile; la Les Paul, invece, risulterà sorprendentemente rispondente alle esigenze di una musica nata almeno dieci anni dopo, quale il rock, tanto da sembrare per questo genere appositamente costruita. Un buon risultato, per il «buontempone» che giocava con le testine da giradischi!1954 – Gibson Les Paul Custom – soprannominata «Fretless Wonder» (La meraviglia senza tasti) per la dimensione dei tasti particolarmente ridotta; tastiera in ebano; intarsi in madreperla; magneti perfezionati; colore nero.1954 – Fender Stratocaster – Fender colpisce ancora. Questa è a tutt’oggi senz’altro la chitarra più conosciuta nel mondo. L’estetica è nel suo genere perfetta: dalla cassa, di forma niente affatto tradizionale con i suoi due «corni» asimmetrici e con le profonde smussature dosate con eccezionale equilibrio sia dal lato «visivo» sia dal lato funzionale alla forma del battipenna e della paletta, dalla insolita disposizione dei magneti a quella estremamente razionale dei vari comandi. La cassa poteva essere di due legni diversi: frassino quando la laccatura era trasparente; ontano, quando la colorazione era sfumata. Il manico e la tastiera erano ricavati da un unico blocco, in acero. Lo strumento aveva (e lo conserva tuttora) un grande battipenna, sul quale erano montati tre magneti, uno dei quali, quello vicino al ponte, in posizione leggermente diagonale.Oltre ad alcune piccole particolarità estetico-funzionali, come ad esempio la presa per il jack obliqua parzialmente infossata nel legno, o la manopola del volume generale messa in modo tale da consentirne l’azionamento anche suonando, la Strato presentava soprattutto un dispositivo che moltiplicava a dismisura le possibilità offerte al suonatore di chitarra elettrica: il «Synchronised Tremolo». Si trattava di un modo per ottenere innalzamenti e abbassa-menti di tonalità, provocando il ben noto effetto di ((vibrato)). Questo sistema non rappresentava un’invenzione in assoluto: già nel 1929 il vecchio socio di Leo Fender, Doc Kauffman, ne aveva brevettato uno, e nel dopoguerra il solito Bigsby ne aveva commercializzato alcuni modelli di successo. Ma il vibrato della Stratocaster era diverso e migliore. La differenza sostanziale sta nel fatto che l’elemento elastico (le molle) in questo caso lavorano per trazione, anziché per compressione; questo si traduce in un ritorno perfetto, dopo ogni azionamento, alla posizione originale, e quindi in un sempre preciso mantenimento dell’accordatura della chitarra. Poi, dal momento che il meccanismo è tutt’uno con attaccacorde e ponte, si ha un’ottima trasmissione delle vibrazioni delle corde alla chitarra, e si elimina totalmente lo ((sfregamento)) delle corde stesse sul ponticello: annullando questa fonte seppur minima di attrito, si cancellano gli ultimi pericoli di trovarsi con la chitarra scordata. Oltretutto l’abbassamento e l’innalzamento di tonalità ottenibili con questa leva sono superiori a quelli raggiungibili dagli altri dispositivi. Si può facilmente immaginare quanto questo congegno abbia potuto influire sullo stile di centinaia di chitarristi di tutti i generi musicali tanti pregi della Stratocaster, e sopratutto la sua spiccata personalità, hanno fatto sì che anche questo prodotto Fender sia ancora in produzione ai giorni nostri.,1957 – Magnete Humbucking – Si tratta di un nuovo tipodi magnete ideato e brevettato dalla Gibson. Al contrario dei pick-ups fino ad allora esistenti, questo ha due avvolgimenti uno accanto all’altro, anziché uno solo. La calamita è sempre unica e centrale, posta nella parte inferiore, con espansioni polari in ferro dolce all’interno di ogni avvolgimento. Usando questa particolare tecnica, vengono ad essere eliminati ronzii e rumori di radiofrequenza. Risultati sul suono: maggiore «corposità », incrementata potenza, lieve perdita di acuti, attacco meno pronto.1958 – Gibson ES 335 – Prima chitarra di una serie che noi oggi definiremmo semiacustica. Dotate di una cassa alquanto sottile (5-7 cm.), sono state studiate appositamente per unire le timbriche calde delle chitarre tradizionali alla resistenza al feedback delle solid body; infatti le parti laterali sono vuote e una sezione centrale è in legno pieno. Una favorita dei musicisti blues.1969 – Gibson Les Paul Recording . L’ultima trovata di Les Paul (che avrebbe fatto meglio a tenere per sé…). A differenza delle altre chitarre è dotata di magneti a bassa impedenza, alla ricerca di suoni sempre più estesi nella gamma delle frequenze. L’ultimo ritrovato possibile in questo senso prima di giungere alle chitarre dotate di circuiti attivi. Teoricamente destinata allo specifico uso in sala di incisione, ha sempre trovato poco seguito tra i musicisti.

Il  boom dell’elettronica

Negli anni ‘70 l’ampia diffusione di circuiti integrati permetteva lo sviluppo di quelle che possiamo definire chitarre «elettroniche)). Si tratta di strumenti nati con lo scopo di racchiudere dentro di sé quegli effetti e quei dispositiviche precedentemente erano esterni, principalmente per motivi di ingombro. Le scelte dei progettisti si sono molto diversificate, e l’elenco che segue è volutamente limitato ai dispositivi più comuni, montati sulle chitarre di maggior notorietà. Citiamo dunque: il preamplificatore — eleva notevolmente il segnale d’uscita, per ottenere suoni più potenti anche con l’amplificatore tenuto al minimo; il compressore — ritarda lievemente l’attacco della nota, e poi ne allunga la durata mantenendone il lìvello costante; altro effetto del compressore è la limitazione dei picchi di segnale: applicato alla chitarra questo significa che, ad una pennata più o meno violenta, non corrispondono significativi sbalzi di volume; l’espansore — crea un effetto opposto a quello della compressione, con un immediato e potente attacco della nota, a cui corrisponde un’altrettanto rapida caduta; i comandi di tono attivi — permettono di ottenere acuti, bassi ed eventualmente anche medi più accentuati di quanti non ne possa erogare il magnete di per sé; l’equalizzatore — offre la possibilità di innalzare o abbassare a piacimento varie gamme di frequenza (usualmente sulle chitarre se ne applicano fino a 5 bande: superacuti, acuti, medi, medio-bassi e bassi); l’equalizzatore parametrico —dotato di due comandi: con uno si seleziona la parte di frequenze sulle quali si desidera agire; con l’altro se ne ottiene la modificazione richiesta.

Marche e modelli più importanti

Proseguiamo ora con un elenco delle più famose marche produttrici; dato che stilare una lista completa sarebbe inutile, oltre che prolisso, si è ristretto il campo ai nomi più importanti.GIBSON – Questa compagnia ha sempre dominato il mercato, sia per la tecnologia sia per la qualità e la perfezione estetica dei suoi prodotti.Fin dal 1920, a capo della Gibson si sono alternati vari personaggi, tra cui ricordiamo Lloyd Loar negli anni ‘20 e Theodore McCarthy negli anni ‘50; questi uomini chiave, pur essendo vissuti in epoche così distanti nel tempo, e avendo dovuto risolvere problemi completamente diversi rivolgendosi a musicisti dai gusti e dalla tecnica totalmente differenti, hanno saputo trasmettere e mantenere uno ((spirito)) particolare nella costruzione delle chitarre, spirito che evidentemente era ben compreso anche dai semplici operai che si avvicendavano alle linee di produzione. Dal 1969 in poi, questa continuità è venuta a mancare, e gli strumenti prodotti nell’ultimo decennio, anche se uguali per disegno, materiali, parti montate e denominazione, sono drammaticamente ((diversi)) agli occhi degli appassionati; questi ultimi giungono ad affermare che, dal ‘69, la Gibson non esiste più ( Imparare a conoscere veramente e ad amare gli strumenti Gibson non è cosa che si possa fare neanche leggendo un’intera enciclopedia sull’argomento; si tratta piuttosto di sensazioni che si vanno accumulando anno dopo anno, dopo aver esaminato moltissimi strumenti e sopratutto parlando e stando a contatto con persone che siano già state contagiate da quella che potremmo definire una vera e propria febbre. Le Gibson sono oggetti così speciali da attrarre intorno a sé persone il cui amore ha qualcosa di particolare e di sottilmente “maniacale”, e non è azzardato affermare che qualsiasi esemplare prodotto da questa fabbrica americana travalica la semplice essenza di strumento musicale, per assumere quella di opera d’arte.). Anche il semplice elenco di tutti i modelli prodotti dalla Gibson sarebbe impossibile; perciò ci limiteremo a citare i più importànti. A parte L5 ed ES 150, di cui si è già parlato, dobbiamo ricordare la vasta gamma di chitarre cosiddette da jazz (cassa alta-buche ad ((f))) che sono state prodotte nel corso degli anni: la Super 400 CES, nata nel 1951, attualmente in produzione; dopo aver cambiato più volte forma della spalla e tipo di magneti, ha ora due humbuckers ed è per dimensioni la più imponente della famiglia. La ES 175 (1956) è sorprendentemente la chitarra da jazz della Gibson più conosciuta (ed apprezzata) in Italia; osannata dai jazzaroli nostrani (forse perchè la usano Steve Howe degli Yes, Franco Cern e Irio De Paula), in realtà nei cataloghi è sempre stata descritta come chitarra economica (giustamente, aggiungiamo noi, dato che tra l’altro è interamente in compensato). La Johnny Smith (1951) ha i magneti ed i potenziometri montati «sospesi», per non influire sul «sound» con buchi sulla tavola. La ES 335(1958) appartiene alla categoria delle semiacustiche, insieme alle contemporanee ES 345 ed ES 355. Ha doppia spalla mancante, due humbuckers, e nel corso degli anni ha subito parecchie modifiche nei particolari (indicatori di posizione sul manico, attaccacorde, manopole, dimensioni delle «f», ecc.); le due «sorelle maggiori>’ si distinguono per rifiniture più elaborate, e per avere il collegamento dei magneti stereofonico. Tra le corpo solido, la famiglia delle Les Paul ha la storia più travagliata e ricca di modelli; in ordine cronologico, dopo la Standard del 1952 e la Custom del 1954 già citate in precedenza, sono esistite: la Junior e la Special dal 1955 al 1958; una ad un magnete e l’altra a due, avevano tavola piatta e rifiniture economiche; la forma della cassa era identica a quella della prima Les Paul, che rimase in produzione con il top dorato e i magneti ad avvolgimento singolo fino al 1957. Nel 1958, rivoluzione nei vecchi modelli: la Standard ebbe due magneti humbucking, e il top sfumato; la Custom fu dotata di tre magneti humbucking, ma conservò il colore nero. Nel 1959, le due della gamma economica ebbero la cassa ridisegnata,singolo. Cessata la produzione nel 1961 a favore di un nuovo modello, la casa riprese a costruire le Les Paul nel 1967, riproponendo la Custom (ma con due humbuckers), e lanciando la De Luxe, con il top dorato e due humbuckers di più piccole dimensioni.In seguito la gamma Les Paul si articolò su innumerevoli modelli, comprese alcune riedizioni che volevano es­sere uguali agli esemplari originali. Nel 1961 la Gibson, per tenersi al passo con i tempi, disegnò una nuova gamma di chitarre, che fu battezzata SG (=Solid Guitar; per qualche tempo, comunque, si continuò a chiamarle Les Paul); in Italia famose con i nomignoli «diavoletto» o «cornetti», le SG formavano una gamma completa: Junior, Special, Standard e Custom, rispettivamente con uno e due magneti (asing. avv.), e due e tre magneti (humb.); le ultime due con leva del vibrato Gibson. Tuttora in produzione, le SG hanno attraversato quattro distinte fasi di evoluzione estetico-funzionale. Il 1963 è caratterizzato dalla nascita delle Firebird; erano chitarre ovviamente concepite per sottrarre acquirenti alla Fender, caratterizzate da una forma fortemente asimmetrica, dalle meccaniche poste tutte dallo stesso lato della paletta, e dai magneti (humb.) appositamentestudiati per dare suoni acuti e puliti; una serie che non ebbe all’epoca molto successo, visto che dopo una sostanziale modifica alla forma della cassa fu definitivamente abbandonata nel 1966. FENDER – L’attenzione dei «fenderisti» si accentra quasi esclusivamente sulla Stratocaster, dominatrice dell’intera era del rock. Numerosi grandi chitarristi, giustificando il loro amore con la semplice argomentazione che «le vecchie Strato suonano meglio», ne hanno accumulate magari a decine (basti pensare a Jimi Hendrix, o a Ritchie Blackmore). Oltretutto, gli amanti della Fender hanno un periodo ben preciso e limitato nel quale scegliere; per loro, infatti, gli strumenti «buoni» sono stati prodotti dalla casa californiana solo fino al 1964. Questo perché il 4 gennaio 1965 si realizzò un evento di grande portata storica: la CBS acquistò la Fender. Per la prima volta una grande compagnia multinazionale entrava nel campo della produzione di strumenti musicali. Certamente la scelta della CBS non fu casuale; è evidente che l’attenzione di un colosso di simili proporzioni non poteva cadere altro che su un’azienda già ben organizzata e strutturata con criteri industriali, Il cambiamento provocato dall’intervento della CBS fu un incremento notevolissimo nel numero di esemplari costruiti ogni anno; oltre che per le chitarre, ciò avvenne anche per gli altri prodotti della Fender, e cioè gli amplificatori e gli accessori. Da questo non poté non derivare un oggettivo scadimento degli standard di qualità dei singoli strumenti. Da una ditta di così grandi proporzioni, ci si sarebbe poi aspettati un numero maggiore di modelli prodotti; invece, non solo furono fatti pochi tentativi per affiancare alle chitarre già famose altre con diverse caratteristiche, ma anche quei pochi modelli nuovi che la Fender immise sul mercato rappresentarono un vero e proprio fallimento. Una simile situazione può essere giustificata almeno fino a quando Leo Fender è stato titolare dell’azienda, dato che è comprensibile che si sia seduto sugli allori dopo aver creato quattro modelli di grande successo (compresi i bassi Precision e Jazz), ma non ci sappiamo capacitare di come ciò sia potuto continuare sotto la gestione CBS:un’azienda ditale importanza avrebbe ben potuto permetersi di pagare progettisti e tecnici migliori di quelli che hanno inventato, ad esempio, la Starcaster, o hanno modificato (peggiorandoli) altri modelli che erano già arrivati alt’optimum (Stratocaster, Basso Precision ecc.).La cronistoria dei modelli Fender parla da sé: dopo la Broadcaster, nel 1954 escono la Stratocaster, e l’Esquìre; questa è praticamente una Telecaster, alta quale era stato tolto il magnete dei bassi.La Duosonic e la Musicmaster (1956) erano studiate per accaparrarsi il settore di mercato più economico, ed erano perciò «semplificate» rispetto atte chitarre della fascia professionale; avevano scala corta, la prima aveva due magneti e la seconda uno, tastiera in acero, e un prezzo estremamente contenuto. Nel 1957, fu lanciata la Jazzmaster, che aveva forma delta cassa studiata per dare la maggior comodità al suonatore, e un miglior bilanciamento dei pesi; il manico era in acero, la tastiera in palissandro, i due magneti di diverso disegno collegati a due circuiti separati, la leva del vibrato di concezione più tradizionale. Il 1961 vede la nascita detta Jaguar, che nelle intenzioni della Fender avrebbe dovuto rappresentare il nuovo modello di punta: cassa uguale atta Jazzmaster, tastiera in palissandro, due magneti tipo Strato ma con due espansioni polari esterne aggiunte, leva del vibrato di tipo tradizionale, scala corta, circuiteria di concezione similare a quella della Jazzmaster. La Mustang (1964) e la Bronco (1969) sono praticamente uguali, tranne che la prima ha due magneti e la seconda uno; appartengono anch’esse alla gamma economica, e tutto è limitato all’essenziale, mentre la leva è ulteriormente diversa rispetto alle precedenti. Gli anni dal 1970 al 1973 vengono impiegati nel modificare tutta la produzione, accanendosi particolarmente sulla Telecaster; escono (e le elenchiamo senza un ordine preciso) la Telecaster Thinline, specie di Telecaster semiacustica prodotta in due versioni diverse; la Telecaster Custom, con un humbucker al posto del magnete dei bassi; la Telecaster De Luxe, con i due magneti entrambi humbucking; questi ultimi due modelli, poi, e (cosa ancor più grave) anche la Stratocaster, ebbero il manico fissato alla cassa con tre viti anzichè quattro. Dulcis in fundo, nel 1975 la CBS partorisce il mostro. Una vera e propria «summa» dei peggiori errori possibili nel campo estetico e tecnico, presentata per giunta come ((la più nuova e perfetta possibilità offerta al chitarrista esperto)) veniva commercializzata con l’altisonante nome di «Starcaster» (= forgiatore di stelle). Dopo una pausa di riflessione, la Fender ha colto al balzo il ritorno del rock per introdurre nella gamma due nuovi modelli, datati 1979: si tratta delle Lead I e Lead Il, la prima con humbucker e la seconda con due magneti ad avvolgimento singolo, collocate nella fascia degli strumenti economici. Da quanto su esposto, esperti e non esperti potranno facilmente rendersi conto che, a parte Telecaster e Stratocaster, tutte le chitarre prodotte in trent’anni o poco meno dalla Fender sono praticamente sconosciute, o quanto meno usate da così pochi musicisti di vaglia da non guadagnarsi un posto accettabile nella storia della chitarra elettrica. Meglio sarebbe stato, a questo punto, se avessero prodotto soltanto quei due mitici modelli…

Le altre marche

Dopo aver parlato sinteticamente delle due marche leader nel settore delle elettriche, e cioè Gibson e Fender, non riteniamo utile dilungarci oltre sulla storia di altre compagnie, che pure nel tempo hanno avuto una qualche importanza per innovatività dei loro prodotti o per una discreta fetta di mercato conquistata in un certo periodo storico. Prima di chiudere il capitolo, comunque, passiamo in rassegna i nomi che meritano almeno una citazione: la Rickenbacker, ad esempio, nei primi anni ‘60 segnò l’inizio di un’era, con il grande successo delle sue semiacustiche(adottate dai gruppi come i Beatles, o gli Who); in seguito molto famoso divenne il suo basso 4001 Stereo, adottato da molti gruppi di rock-jazz e rock sinfonico. A vedere i loro ultimi prodotti, comunque, non si direbbe che siano stati i primi a costruire una chitarra elettrica, cinquanta anni fa! Altra compagnia statunitense molto stimata dai musicisti (in specie country e jazz), la Gretsch. Famosa anche per le batterie di alta qualità, la quasi centenaria Gretsch può vantare alcune delle più apprezzate vendute semiacustiche degli anni ‘50 e ‘60: le varie White Falcon (compresa quella Stereo), le tante disegnate in collaborazione con Chet Atkins (Country Gentieman, Tennessean, ecc.), originariamente con magneti De Armond e in seguito con pickups costruiti dalla casa. Ottime chitarre, che rispetto alla loro alta efficienza non hanno avuto tutta la fortuna che meritavano, perdendo alla lunga la competizione sul mercato a causa di un’estetica non sempre felicissima.Una strana sorte accomuna poi Guild e Epiphone, che pur avendo prodotto sempre strumenti di buona qualità e di estetica ineccepibile, sono state da molti considerate quasi delle «sottomarche)>; effettivamente, ciò è parzialmente vero per la Epiphone, visto che essa fu indipendente (e anzi accanita concorrente della Gibson) solo fino a che nel 1957 non fu acquistata dalla Gibson stessa. C’è però da dire che, alle splendide acustiche elettrificate degli anni ‘40 e ‘50, seguirono fino al 1968 chitarre che pur portando il nome Epiphone e differenziandosi per alcuni piccoli particolari, erano sostanzialmente delle Gibson; solo dal 1969 in poi questo marchio ha perso le caratteristiche di classe e affidabilità che aveva in precedenza, essendo passato a contraddistinguere chitarre prodotte su licenza in stabilimenti giapponesi. Per quanto concerne la Guild, basti sapere che al fondatore della società si unirono nella prima metà degli anni ‘50 alcuni tecnici Epiphone, che trasferirono nelle

creazioni Guild lo spirito della fabbrica che avevano appena lasciato. Quest’anima» è rimasta viva attraverso gli anni, tanto che gli strumenti prodotti oggi dalla Guild sono quelli in cui più vengono rispettati quei principi di liuteria da tutte le altre fabbriche ormai dimenticati.Gli anni ‘50 videro senz’altro un buon successo (che si estese a buon parte del decennio successivo) di tre marche tedesche: Hofner, Framus e Hoyer. I loro prodotti erano ambiti tra i chitarristi nostrani come il non plus ultra della strumentazione; si pensi che fino al 1960 le Fendernon erano importate, e che le altre marche americane avevano prezzi inarrivabili ai più. Effettivamente, pur con tutte le limitazioni dovute all’uso di materiali mediocri e una certa aria «tedesca» sempre presente nei loro strumenti, dal lato funzionale queste chitarre erano obbiettivamente migliori di quelle offerte dai fabbricanti di casa nostra. Della Hofner ricordiamo innanzitutto il basso a violino, reso famoso dal beatie Paul McCartney, ed una fortunata serie di chitarre a corpo solido vagamente ispirate alla Stratocaster. Alla Framus può essere accreditata una valida produzione di chitarre da jazz a cassa alta; invece le «solid body» (vagamente ispirate alla produzione Gibson) erano di qualità nettamente inferiore, e fra i tanti difetti il più macroscopico era quello di avere una cassa ultrasottile. Fanalino di coda tra le fabbriche tedesche, la Hoyer non si è mai elevata da una certa mediocrità, ma poté conquistare ugualmente una sua fetta di mercato.Nonostante in Inghilterra la musica abbia sempre avuto grande sviluppo, e per i musicisti le possibilità di suonare (anche professionalmente) siano molto maggiori che altrove, stranamente le fabbriche di chitarre sono poche, e non hanno mai raggiunto grande fama e notevoli dimensioni. Parleremo soltanto di Vox e Burns; la prima è ben nota anche in Italia, quasi esclusivamente grazie alle chitarre ((a goccia)) (mod. Mk. VI. e Mk. XII), usate tra l’altro dai Rokes negli anni ruggenti del beat, tra il ‘64 e il ‘66; a proposito della Vox, c’è da registrare un singolare retroscena: ufficialmente la ditta era di nazionalità americana, ma la sede e il principale stabilimento erano in Gran Bretagna, e gran parte degli strumenti, da un certo anno in poi, vennero costruiti in Italia… La Burns, fondata nel 1959, produceva una linea di chitarre che non si rifacevano a nessun modello, né americano né tedesco, ma erano completamente originali, sia per disegno sia per componenti; tra i modelli più importanti, la chitarra Hank Marvin, adottata per lungo tempo dagli Shadows, e la Black Bison, di ottima qualità e con raffinate soluzioni tecniche e meccaniche (vibrato, ponte, regolazione del manico, ecc.).Tra gli anni 70 e i primi anni 80c’è stata negli USA una vera e propria moltiplicazione di nuove marche, accomunate dal fatto che nessuna si è rivolta ad una produzione di tipo tradizionale, anche per l’ovvia considerazione che in quel set­tore avrebbero trovato la concorrenza più agguerrita e consolidata. Sta di fatto che, dalla grande compagnia con solide basi industriali e finanziarie come l’Ovation alla fabbrichetta semi-artigianale con quindici operai alla periferia di Los Angeles, vedi l’Alembic, tutte hanno concentrato i loro sforzi alla ricerca di soluzioni tecniche elo estetiche che potessero rendere i loro strumenti innovativi, o quanto meno, ben riconoscibili. Con queste premesse, si è avuta una vera e propria pioggia di circuiti elettronici di ogni tipo, l’uso di legni inusitati, nonché talune innovazioni introdotte, a guardare attentamente, solo per poter sbandierare le proprie capacità inventive. Qualcuno, ad esempio, definisce l’opera dell’Ovation ((una rivoluzione nel campo della chitarra»; noi consideriamo semplicemente le loro acustiche elettrificate come un nuovo tipo di strumento, che raggiunge senz’altro lo scopo prefissosi dal progettista, e cioè di poter amplificare pienamente e senza troppi disturbi una chitarra acustica; tuttavia, non ci sfugge la sottile mistificazione operata dalla fabbrica, che pretende di far credere che lo sviluppo di un nuovo tipo di cassa in fibra di vetro sia stato portato avanti al solo

scopo di migliorare le prestazioni sonore, quando ad un occhio esperto e smaliziato non può sfuggire che: 1) la cassa in fibra di vetro è stata escogitata in primis per essere prodotta a costi infimi, e soprattutto fabbricata in pochi secondi, e che la sua tanto vantata capacità di rif lettere le onde sonore passa in seconda linea rispetto alla ben più nociva azione di assorbimento delle vibrazioni stesse; 2) il magnete a cristalli piezoelettrici non è un’invenzione, essendo il principio conosciuto da tempo immemorabile:si pensi che, tra le tante, anche alcune chitarre classiche siciliane lo hanno incorporato nel ponticello… 3) per quanto utilissima in sala d’incisione per la nitidezza dei suoni, e più ancora sul palco grazie all’assenza di feedback, in assoluto la timbrica della Ovation lascia molto a desiderare, e cio è ancora più grave vista la fascia di prezzo in cui questa chitarra si inserisce (da media ad alta a seconda del modello). Quanto all’Alembic la politica adottata, diversamente dall’Ovation, si è orientata su una produzione limitata, sull’impiego estensivo dell’elettronica ((attiva)), e su un’estetica studiata per colpire. Se le rifiniture rivelano abbondante cura, alcune scelte ideative e costruttive non sono certo tali da poter accontentare la maggioranza degli utenti (ad es.: ridotta larghezza e spessore del manico, suo. ni impersonali ed asettici causati dai magneti a bassa impendenza, ecc.). L’idea ((buona>), comunque, è stata una sola: quella di applicare ai vari strumenti un prezzo artificiosamente elevatissimo, tale da comunicare all’acquirente la sensazione che la qualità sia altrettanto alta. Questo sistema, dobbiamo dirlo, ha funzionate benissimo.Ultima degna di nota tra le ditte innovatrici, la Kramer si fa ricordare per i manici in alluminio, con palettina a V ridotta all’essenziale e tastiera in materiale sintetico.

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