Stasera vi porto a Gnocca.
Calma! Non vi agitate, che avete capito! Parlo di una località alle foci del fiume Po, un luogo tranquillo dove ritrovare la pace con l’universo e mangiare dell’ottimo pesce.
Il posto non è difficile da raggiungere anche se, chi arriva da direzione nord come noi, deve affrontare la strada Romea che non è tra le più “confortevoli” e spesso è intasata da un pesante traffico commerciale. Comunque una volta superata località Taglio di Po sembra di entrare in altro mondo; traffico e zone industriali lasciano il posto a corsi d’acqua e campagna a vista d’occhio. Le poche insegne che incontriamo parlano di di Gnocca, Gnocchetta, Donzella e Bacucco, nomi che da soli già ti fanno entrare in clima di allegria.
Quando arriviamo alla nostra destinazione [vedi mappa], troviamo una bella locanda in località Santa Giulia. Il posto come ho detto è tranquillo, poche case in mezzo alla campagna, un ponte di barche per attraversare il ramo del Po che scorre li accanto ed in lontananza la luce di un faro (Faro del Bacucco).
La locanda degli Antichi Sospiri (ma si, facciamo il nome) è attrezzata per tutte le “moderne” necessità di un cliente: escursioni, pacchetti aziendali, area bimbi, ecc… sono messe a disposizione insieme al fiore all’occhiello della locanda: la cucina!
Per stuzzicarci l’appetito sono partiti con un cucchiaio, o meglio, una pallina di dentice dal sapore freschissimo, poi è arrivato l’antipasto, praticamente una zuppa a base di cozze, vongole e fasolari con sughetto assassino. Eh già… i sughetti sono terribili perché t’invitano a consumare pane riempiendoti come una botte e facendoti arrivare in sofferenza al termine della cena! E’ seguito un delicato risotto ed infine, dopo un intervallo con una sardea in saor è arrivato il pezzo forte della serata: anguilla ai ferri e ombrina al forno. Acqua, vino bianco friulano e caffè hanno accompagnato il tutto. Niente dolce, i nostri propositi battaglieri si sono arenati di fronte allo sfinimento.
Considerate che i secondi sono stati conteggiati per due, noi eravamo tre e li c’era da mangiare per quattro. Maledetto pane che ci hai fregato all’inizio!
Devo aggiungere che anche con il conto siamo stati trattati bene. Sarà che lontano dalle “località di prestigio” i prezzi rimangono ragionevoli di loro, sarà che la titolare della locanda ci ha presi in simpatia e ci ha fatto un buon prezzo, sarà che… siamo rimasti piacevolmente sorpresi anche dal lato economico.
Vi parlavo della titolare; complice la serata infrasettimanale (tranquilla) ha passato buona parte della serata in nostra compagnia. Ne è nata una piacevole conversazione dove si è parlato della storia di quei luoghi, delle soddisfazioni e delle difficoltà che incontra con il suo lavoro.
Ci ha parlato della sua storia personale, di lei che bambina ha visto quel mondo contadino che adesso non c’è più, di quando cresciuta, sposata e trasferita a Bologna ha deciso di tornare in quei luoghi dove la vita scorre più lenta e meno stressante, lontana dal caos ed anche dal crimine. Solo per fare un esempio, a Bologna aveva subito diversi furti nel giro di poco tempo mentre li, alle foci del Po è ancora possibile lasciare le chiavi dell’auto sul cruscotto.
Purtroppo la serata non poteva durare in eterno e, sia pur arrancando, ad un certo punto ci siamo dovuti alzare per avviarci verso casa.
Non prima però di aver ammirato per qualche istante un autentico juke box anni sessanta ancora funzionate ed un registratore di cassa centenario, altri due piccoli gioielli di questa locanda.
E’ il momento di andare e di fare una promessa: tra qualche mese si torna…per il brodetto d’anguilla (bisat).

Se termini come sardea in saor o bisat vi dicono poco consiglio di fare una ricerca nei siti di ricette :D

 

Come deve essere la vita di un uomo che vive con quattro donne?
Salata. Chiaramente non possiamo generalizzare ma se ci vogliamo riferire ad un uomo in particolare, e parliamo del signor Silvano, “salata” è la parola che meglio rappresenta la sua vita, perlomeno dal punto di vista alimentare.
Il signor Silvano viveva con madre, moglie e due figlie; quattro donne in casa che, sue parole, convivevano abbastanza pacificamente tra loro (solo la madre aveva un carattere “leggermente particolare”).
La sua era una vita tranquilla scandita dalle giornate di lavoro, gli impegni scolastici delle due ragazze ed un unico giorno dove ci si trovava tutti insieme a pranzo: la domenica.
Per lui il pranzo della domenica aveva un doppio significato, l’occasione per passare un po’ di tempo con tutta la famiglia riunita e la possibilità di mangiare un vero “buon pasto” dopo quelli non sempre eccelsi della mensa aziendale.
Il suo primo obbiettivo veniva raggiunto facilmente visto che le quattro donne quasi sempre erano presenti per l’occasione, il secondo invece raramente veniva raggiunto e, ironia della sorte, quasi a causa del successo del primo.
Ecco un esempio di quello che poteva capitare.
Preparazione di uno dei suoi piatti preferiti: l’insalata mista fatta con le verdure colte dal suo orto. La moglie tagliava le verdure, le lavava e le poneva nella terrina (poi usciva dalla cucina), entrava la madre, metteva il sale e mescolava (poi usciva dalla cucina), entrava la prima figlia, metteva il sale e mescolava (poi usciva dalla cucina), entrava la seconda figlia, metteva il sale e mescolava (poi usciva dalla cucina), infine rientrava la moglie che decideva di condire l’insalata, ovviamente aggiungendo un po’ di sale, poco, perché sapeva che Silvano non gradiva i cibi troppo saporiti.
Il risultato è facilmente immaginabile: un’insalatona praticamente immangiabile.
La cosa incredibile è che questo tipo d’incidente si è ripetuto per anni nonostante ogni volta qualcuna delle donne dichiarasse “la prossima domenica dell’insalata me ne occupo solo io”. Per qualche settimana le cose andavano bene ma poi, immancabilmente, il fattaccio si ripresentava.
Da quando Silvano mi ha raccontato la sua storia una domanda mi perseguita: ma dopo aver messo il sale sull’insalata, perché uscivano? Dove caspita andavano?



 

Questo strano titolo non tragga in inganno. Non sono diventato discepolo di Hannibal Lecter e del suo “piatto forte” ovvero fegato (umano) fave e buon Chianti, ne sono stata in Germania alla ricerca del ristorante per cannibali Flimè.
A proposito….piccola nota: questo famigerato ristorante che ha “tormentato” le coscienze di mezzo mondo con le sue richieste di donatori di carne umana per i suoi clienti non esiste. In occasione della sua (ipotetica) apertura si è rivelato come una stravagante ma ben riuscita campagna pubblicitaria di sensibilizzazione vegetariana realizzata dall’associazione VEBU. Ecco come si presenta oggi la pagina web del ristorante.
Chiusa questa parentesi passiamo al tema del post che in realtà è una domanda.
Caro blogger: cosa ti ha portato a passare parte del tuo tempo a scrivere sul web?
Io penso che in comune abbiamo una vecchia (?) passione per la lettura e la scrittura. Chi più chi meno, chi acculturato e chi frivolo ma comunque tutti con la febbre da comunicazione.
Poi un giorno arriva la “folgorazione”, un qualcosa che ti porta a sederti davanti ad un computer, aprire un account presso un X gestore web e cominciare a scrivere. Per me questa folgorazione è arrivata una sera di gennaio del 2006.
Stavo viaggiando in auto con la radio accesa e tra una canzone e l’altra il conduttore ad un certo punto cominciò a parlare di “hufu” (all’inizio avevo capito UFO) un prodotto alimentate a base di tofu che avrebbe dovuto avere il sapore della carne umana. Presi carta e penna, che tengo sempre in auto, e misi giù qualche appunto al volo (tofu, hufu, hannibal, nuckols,ecc…). Nei giorni successivi una breve ricerca in rete mi aiutò a realizzare il mio primo post. Post che non pubblicai mai!
Dopo qualche settimana misi in rete il mio primo blog su piattaforma blogger ma durò poco, lo cancellai (senza un vero motivo) per poi riaprirlo tempo dopo con un nuovo titolo. Questo ebbe vita più tranquilla finché non decisi di passare alla piattaforma wordpress ma qui parliamo ormai di storia recente. Per tutto questo tempo il post sull’hufu, il “post zero” è rimasto in un angolo in attesa di pubblicazione. Adesso è arrivato il momento di dare aria a questo vecchietto: adesso o mai più. :D

Da bambino l’immagine che avevo del cannibalismo era quella dei fumetti Un esploratore catturato dai selvaggi messo a cuocere in un pentolone pieno d’acqua.
Allora non immaginavo che dietro a questa pratica ci potesse essere di più: a partire da tutte le forme di cannibalismo rituale dove mangiare la carne dei morti poteva essere un modo per onorarli, assorbirne spirito/forza o viceversa disprezzarli a seconda delle “usanze del popolo coinvolto.
Abbiamo poi il cannibalismo criminale, quello che vede coinvolte persone che nulla hanno a che fare con il mondo tribale del vecchio cannibalismo ma che manifestano in questo comportamento il loro disturbo mentale, vedi personaggi diventati tristemente famosi come il mostro di Milwaukee o il macellaio di Rostow.
Infine c’è il cannibalismo per disperazione, per sopravvivere. Famoso è il caso dell’aereo con la squadra Uruguayana di rugby schiantato sulla cordigliera delle Ande, ci fecero anche un film “Alive”. Guerre e carestie poi sono state teatri continui di simili tragedie; pensiamo all’Ucraina degli anni 30 dove gente senza scrupoli arrivò a rapire ed uccidere bambini per poi venderne la carne ad altissimo prezzo spacciandola per carne animale. Forse è da questo episodio che è nata la diceria dei “comunisti mangia bambini” ma è una mia interpretazione e come tale va presa.
Ora, alleggerendo notevolmente il tono, non so se tra tutte queste variabili Mark Nuckols abbia trovato l’ispirazione per la sua idea di business ma, sta di fatto, che questo studente della School of Business di Darthmouth un bel giorno ha pensato di prendere del tofu , aggiungergli degli aromi vegetali e chiamarlo Hufu ovvero “Human Food+tofu”. In se non ha fatto nulla di straordinario; Il tofu viene già aromatizzato per ottenere un sapore che ricordi in qualche modo quello della carne di pollo o tacchino, mi chiedo solo come sia giunto alla “formula carne umana” senza avere un sapore di riferimento.
L’intraprendente Nuckols ha aperto il sito www.eathufu.com dove per soli 12 dollari la confezione è possibile acquistare dei piatti pronti dai nomi inequivocabili come “Fegato alla Lechter con le fave”. L’iniziativa di Nucklos ha fortemente diviso l’opinione pubblica, da una parte ci sono quelli che ne apprezzano il lato ironico (pensiamo al fatto che si tratta di cucina rigorosamente vegetariana), dall’altra quelli che trovano l’idea decisamente inquietante tanto che al momento i prodotti hufu non si trovano nei negozi ma si possono comprare solo dal sito e solo negli U.S.A.


Concludendo: il caso hufu si è esaurito molto velocemente. Dopo le chiacchiere del primo periodo l’interesse è andato scemando, il sito ha chiuso perché i costi di mantenimento erano superiori ai guadagni.

(Immagine tratta ed elaborata da mypostbox.com e eathufu.com)
 

L’immagine notturna inserita come introduzione a questo post mostra l’ingresso dell’Osteria di Nonta, una minuscola frazione (diciamo pure Borgo) con meno di 30 abitanti del comune di Socchieve (Udine). L’osteria è gestita dai coniugi Picotti, ovvero il signor Gianni, un simpatico personaggio dal passato avventuroso (ex marinaio) e la moglie Elvira, silenziosa e geniale padrona della cucina.
Questa coppia dimostra ancora una volta come, in certi casi, destino e passione possano superare le logiche delle “programmazioni aziendali” o anni di studio in uno specifico settore. Come detto Gianni è un lupo di mare “costretto” a prendere il timone dell’osteria ereditata dai genitori, Elvira ha una formazione da segretariato d’azienda, insomma… due persone che tutto portano nella loro storia fuorché la ristorazione.
Eppure se volete gustare i sapori della cucina carnica preparati con la maestria dei grandi chef è proprio qui che dovete andare. Il locale è piccolo, rustico, non ci sono fronzoli come è giusto aspettarsi da una osteria, ma il menù non è mai il piattone di pasta più bisteccona stile “sfamiamo il camionista” ma un susseguirsi di portate, dall’antipasto al dolce, che ti accompagna nella scoperta della tradizione di questa terra unita ad un pizzico di creatività.
La prenotazione è d’obbligo ed il menù non è “trattabile”, ogni volta è una piacevole sorpresa condizionata (grazie al cielo) dai prodotti disponibili al momento nell’orto coltivato dalla signora Elvira e dalla generosità della natura del luogo con i suoi funghi e le gustose erbe spontanee. Tra le “cose buone” che l’osteria può offrire segnalo i cjarsons, una pasta ripiena simile ai ravioli dove dolce e salato convivono in perfetta armonia, nel ripieno  possiamo trovare ricotta, marmellata, cioccolato, uvetta, erba cipollina, ecc… gli ingredienti possono essere diversi, ogni cuoco ha il suo segreto. Oltre i cjarsons troviamo il frico (una frittata di formaggio e patate) i gnocchi con gli sclopit (silene vulgaris…se a qualcuno ricordano qualcosa), gli arrosti,i formaggi, le verdure cotte, tutto insaporito dalle misteriose erbette, ed i dessert come i semifreddi e le crostate dai sapori delicati.
Una cena all’Osteria di Nonta può venir allietata anche da un’inaspettata e gradita sorpresa; come detto l’ambiente è piccolo e bisogna prenotare il tavolo, all’arrivo ci si può trovare in compagnia di alcuni sconosciuti che, dopo un paio di bicchieri di vino e gli interventi del signor Gianni tanto sconosciuti non lo sono più. Sabato sera ci sono capitati tre ragazzi di Firenze! Domanda:-”ma come diavolo siete capitati a Nonta?”- Risposta:-”Siamo in vacanza e nell’albergo dove alloggiamo ci hanno consigliato di venire a mangiare qui”- (Tipico).
Ovviamente la serata è passata nel tradizionale clima da osteria: barzellette rigorosamente sozze e critiche feroci al mondo della politica (in entrambi i casi i Fiorentini sanno farsi valere).
Al termine, mentre rientravamo verso casa, ci è preso un velo di malinconia al pensiero che quando i coniugi Picotti non avranno più le forze per continuare il loro lavoro un altro tassello di tradizione e sapori sparirà. I loro figli sono inseriti nel mondo del lavoro moderno…non ci sarà continuità.

Nota conclusiva: sembra proprio che in questo 2010 il rapporto tra le cene ed i miei vestiti non sia proprio idilliaco. Forse per una forma di presentimento mi ero tolto la felpa e l’avevo appoggiata sullo schienale della sedia cert>o di averla messa al sicuro. Niente di più sbagliato! L’amico che stava seduto di fronte a me ha rovesciato un bicchiere di vino, vino che ha sfiorato il sottoscritto ma che ha macchiato la manica sinistra della felpa (vedi foto).
Speriamo che il 2011 sia più tranquillo in questo senso, nel frattempo per le prossime cene vedrò di procurami uno scafandro da palombaro.  :wink:

Suffusion theme by Sayontan Sinha