apr 212007
 

Alla Solarexpo di Verona ci sono interesanti novità sul delicato tema delle energie alternative. Questo articolo di J. Giliberto è tratto da IlSole-24 Ore. Lo riporto integralmente ritenendolo sicuramente d’alto interesse…Buona lettura:

Domani, questa pagina di giornale e questo articolo potreb­bero diventare — con una lavora­zione particolare — un ottimo isolante termico per coibentare i solai e le pareti e consentire un risparmio di energia: sono i pan­nelli isolanti che vende la Mar­chesini di Arsiero (Vicenza), ot­tenuti realizzando una schiuma non con il materiale plastico, non con la lana di roccia bensì con i giornali vecchi. Dopotutto, questo giornale contiene nel no­me della testata un richiamo all’energia più pulita che ci sia, quella del sole. Ed energia solare anche per i pannelli fotovoltaici flessibili come stoffa venduti dal­la Sika di Peschiera Borromeo. Invece dei rettangoli di vetro in­corniciati da alluminio, questi della Sika sono sottili e si srotola­no sul tetto come il bitume isolan­te, oppure possono avvolgere og­getti di ogni forma. Un sarto di ca­pacità potrebbe forbici e filo ottenere un cappotto o una gonna che, colpiti dalla luce, pro­ducono un leggero flusso di cor­rente: quanto basta per riscalda­re una resistenza elettrica all’interno dell’abito e affrontare così gli inverni polari. Per ora il termocappotto a energia solare non esiste, ma il boom delle nuove forme di ener­gia ha riempito in questi giorni la Fiera di Verona per la rassegna Solarexpo, diventata quest’anno la più importante d’Europa, bat­tendo gli ecologissimi tedeschi. Raddoppiati di colpo espositori e pubblico. Merito dei nuovi in­centivi, partiti in febbraio dopo anni attesa e di aiuti sperimenta­li. Il mercato delle rinnovabili è partito di colpo, gli investitori in­dustriali hanno virato la rotta e sta nascendo una vera industria italiana dell’energia solare, fino a poco tempo fa limitata a segmen­ti mobbizzati dal pensare comu­ne o a imprese coraggiose ma mi­nuscole. Tant’è che ora nomi co­me Riello,Merloni o Lamborghi­ni hanno messo a frutto la loro forte esperienza per diversifica­re nell’ecologia energetica Per esempio il gruppo berga­masco Donati (leader nei pannel­lidi alluminio) sta usando per la sua nuova fabbrica di Medolago gli stessi specchi solari Xeliox (concentrano il sole) che aveva fornito al progetto Archimede dell’Enea. C’è chi recupera l’ener­gia del sottosuolo, come la Ter­motherm di Piove di Sacco o la Jacques Giordano di Aubagne (Francia): visto che in profondi­tà la temperatura è costante, con una trivellazione di pochi metri si può mettere uno scambiatore di calore che ottiene calore d’in­verno (quando alla superficie del suolo si gela dal freddo) e fre­scura d’estate (quando l’afa è bol­lente). La Solar Project di Cocquio Trevisago(Varese)propone i tu­bi di luce. Un tubo di metallo con l’interno specchiante porta la lu­ce naturale dall’esterno fino a qualunque angolo più remoto dell’edificio, dove l’estremità del tubo si accende come una lampada potente. I tubi di luce naturale sono usati soprattutto in stabilimenti industriali, illuminati sen­za spendere il becco d’un quattri­no in corrente. La giostra a vento è della Ropatec di Bolzano: la tur­bina eolica non è la solita elica bensì ali che girano come un frul­lino. Si istalla sul tetto di casa e fa corrente al più tenue alito d’aria. Ma in futuro potranno arriva­re anche i pannelli solari al mirtil­lo E ancora fantasia tecnologica, ma il Polo fotovoltaico organico dell’Università di Tor Vergata (Roma) studia, al posto del caris­simo silicio, l’uso delle antociani­ne estratte dai frutti di bosco.



mar 312007
 

La fame di energia è , e sarà il principale nemico dell’umanità nei prossimi anni. Tutte le guerre che si stanno combattendo, al di là di una facciata etica nascondono il bisogno di garantire una sicurezza ed una stabilità economica per il futuro. Futuro che senza energia si prospetterebbe decisamente difficile. I paesi del terzo mondo rappresentano l’anello debole in questa lotta che vede come protagonista il petrolio e tutti i suoi derivati. Petrolio destinato a finire o almeno diventare antieconomico nella sua estrazione. Da anni sono in corso ricerche per trovare valide alternative energetiche, e tra questo la produzione di biodiesel dai vegetali sta riscuotendo un certo interesse. E guarda caso nella sofferente Africa, il paese meno “baciato” dall’acqua del mondo intero, il paese più storicamente sfruttato dal ricco occidente spunta la Jatropha…pianta che ben si adatta ai terreni aridi e che, bontà sua, produce un olio (non commestibile) dalle interessanti proprietà energetiche. Molte organizzazioni stanno lavorando a questo progetto, ma tra queste m’ha colpito l’esperienza di un gruppo di suore Vincenziane in Tanzania. Non saranno forse preparate ed attrezzate come le più blasonate università mondiali, ma l’impegno le sta indubbiamente premiando.
Spicca la resa della Jatropha che, per ettaro coltivato, è di quattro volte quella della soia e ben dieci volte quella del mais con circa 1900 litri di carburante ottenibile. (fonte il sole24ore). Forse , con la nostra “fame” d’energia 1900 litri potranno sembrare pochi, ma dobbiamo proporzionare l’uso occidentale dei combustibili con le reali esigenze africane. Non dimentichiamo poi gli usi alternativi e i benefici derivanti. Ad esempio una lampada a cherosene fuma, puzza ed inquina, una lampada ad olio di Jatropha non fuma, ha un leggero profumo ed una irrisoria emissione di anidride carbonica….ampiamente compensata dalla coltivazione della pianta stessa.
Non starò ad esaltare ulteriormente le qualità di questa pianta, non ne ho la competenza ne tanto meno l’autorità; quello che tengo a sottolineare è che si tratta dell’ennesima prova del fatto che cercando si possono trovare infinite risorse per i nostri bisogni energetici…l’importante e avere “voglia” di cercare.