Domenica scorsa nella mia città si doveva svolgere la tradizionale sfilata di carri allegorici legata al carnevale ma, a causa del brutto tempo, hanno deciso di spostare l’evento di un paio di settimane.
Non tutti sapevano di questo cambiamento di programma e così, nel primo pomeriggio, sotto una leggera pioggerella, era possibile incontrare famiglie con i bambini mascherati da zorro, fantasmi, damine,ecc… .
Preso dalla desolazione del meteo decisi di fare due passi sul lungomare e fu li che una voce attirò la mia attenzione. “Mussa che vegno!” Possibile? Pensai. Era probabilmente dal tempo della scuola elementare che non sentivo queste parole.
Camminai verso il punto dove avevo sentito la voce e fu così che ,accanto ad un chiosco, trovai un gruppo di bambini intenti a giocare. I loro abiti carnevaleschi era sgualciti e inumiditi dalla sabbia (ricordo che stava già iniziando a piovere) ma questo non era un problema presi com’erano dall’euforia del gioco.
Un gioco per tanti di loro sicuramente nuovo ma non per quel nonno (immagino) che li stava istruendo.
Il gioco, nella tradizione Veneta, chiamato “mussa che vegno” o anche “saltamussa” consiste nel saltare sulla schiena dei compagni. Più alto è il numero di giocatori che riescono a a rimanere accavallati gli uni sugli altri e più ci si diverte!
Un primo giocatore, come si può vedere dal disegno in alto, s’aggrappa ad un albero o comunque una struttura ben solida; se i giocatori sono numerosi alle sue spalle può aggrapparsi anche un secondo giocatore.
A questo punto un altro giocatore urla “mussa che vegno!” ( traducibile più o meno con “asina che vengo”), il giocatore aggrappato all’albero e gli altri eventualmente già calati sul suo groppone rispondono “vien che te tegno!” (traducibile con “vieni che ti tengo”) e si preparano a ricevere sulle spalle il nuovo arrivato che, con un balzo, deve cercare di posizionarsi il più avanti possibile in modo da lasciare posto a nuovi saltatori.
Inevitabilmente ad un certo punto la muraglia umana è destinata a crollare ma questa non è una sconfitta, è l’occasione per farsi una risata e ricominciare da capo.
Mi chiedo se in altre parti d’Italia in passato i bambino giocavano in questo modo o se solo in Veneto siamo così…masochisti.
Nota: il contenuto di questo post è da considerare come un’appendice alle mie attività sul blog dialetticon


