C’è un partito politico che proprio non sopportate? Il partito che avete sempre votato vi ha deluso? Non vi sentite rappresentati dalle persone che avete mandato in parlamento?
Non c’è problema! Regalatemi la tessere di quel partito ed al massimo tra sei mesi sarà cosa vecchia, finita, estinta, bruciata, dimenticata, stop!
Non ci credete? Se non avete la pazienza di leggere questo luuuungo post andate direttamente in coda alla pagina e troverete la spiegazione.
Il mio primo approccio con il mondo della politica risale al tempo delle scuole medie, ebbi la fortuna (dal mio punto di vista) di avere per un breve periodo un’insegnante dal pensiero estremante razionale in materia. Questa un giorno arrivò in classe con alcuni quotidiani e c’invitò a leggere alcuni articoli avendo cura di scegliere gli stessi argomenti su tutti i giornali.
Fu in quel momento che capii il senso di “giornale di partito” e “pensiero di parte”; scoprii che la stampa non raccontava “la verità” ma bensì “una verità”. Oggi per me questa è una cosa naturale ma allora, dodicenne, fu un piccolo ma deciso pugno nello stomaco.
Questo episodio mi aiutò a vedere le cose con maggior senso critico ma non era ancora il mio vero battesimo con la politica, per questo dovettero passare ancora degli anni. L’occasione arrivò grazie (?) ad un mio amico di allora; mi disse che suo fratello maggiore voleva entrare in politica ma che per fare questo doveva portare con se un “pacchetto voti”. Mi spiego: all’interno del partito si godeva di forza e credibilità solo esibendo il maggior numero di iscritti. Chi “vantava” 50 iscritti aveva più forza di chi ne aveva 30, questo per fare un banale esempio. Fu così che mi ritrovai iscritto alla democrazia cristiana.
Precisazione: all’epoca nella mia città le due forze in campo erano il partito socialista (al governo) ed appunto la democrazia cristiana (all’opposizione), una situazione atipica visto che a livello nazionale i due partiti erano alleati. Aggiungo che il fratello del mio amico all’epoca riuscì a fare una breve carriera politica a livello locale diventando per un certo periodo anche assessore. Non fece danni (anzi) e di questo gli do merito.
Tornando a me… tecnicamente con il mio tesseramento ero stato iscritto ad una specie di “settore giovanile” del partito e per questo motivo occasionalmente ricevevo degli inviti a incontri/convegni locali dove, in mezzo a discorsi pieni di retorica e blablabla c’era anche la possibilità di seguire e comprendere “in presa diretta” le problematiche della propria città. Di questo periodo di simil-militanza politica due episodi sono rimasti impressi nella mia memoria.
A) Dopo circa un anno dalla mia iscrizione al partito un giorno venni avvicinato dal mio padrino (ora defunto) che, modulo alla mano, mi propose il tesseramento. Gli feci presente che ero già iscritto con il fratello del mio amico ma lui insistette e mi convinse con il pretesto del rinnovo. Rinnovo che, seppi in seguito, aveva “curato personalmente” il futuro assessore.
Ebbi la così grottesca sorpresa d’essere iscritto ben due volte! Possibilità di doppio voto che scoprii possibile in occasione delle elezioni dei delegati all’interno del citato settore giovanile del partito. Per capirci: i trucchi, le carognate venivano insegnate anche ai più giovani!
B) Il secondo episodio mi fece più male perché andava a toccare la sfera extra-politica che per me restava comunque marginale. Alcuni dei ragazzi che frequentavano il partito ebbero l’idea di fondare un’associazione culturale: associazione che nulla aveva a che fare con il partito se non la presenza di una decina di giovani iscritti. Altrettanti membri dell’associazione non avevano nessun legame politico ed un paio addirittura erano dichiaratamente comunisti (vere mosche bianche all’epoca nella mia zona).
Come associazione organizzammo delle mostre di pittura e fotografia, delle gite e qualche cena (che non guasta mai). Pensammo anche di organizzare una serata dedicata alla salute (L’AIDS era tema scottante del periodo) così contattai un emergente medico ginecologo della zona proponendogli un incontro pubblico.
Il medico si mostrò interessato alla cosa tanto che con l’associazione ci attivammo per la prenotazione di una sala pubblica adeguata. Dopo qualche giorno il medico mi chiamò e mi desse che doveva rinunciare all’incontro. Mi disse che gli avevano detto che l’associazione era legata alla democrazia cristiana e lui, per ragioni di carriera doveva rimanere legato al partito socialista. Gli spiegai che tra partito ed associazione non c’era legame ma non ci fu verso di fargli cambiare idea. Il sentito dire era più che sufficiente per creargli intoppi professionali.
Rimasi letteralmente schifato dalla cosa tanto che non ne volli più sapere dell’organizzazione della serata. Altri si occuparono dell’evento, trovarono un altro medico… di scuola democristiana.
Il partito continuava a mandarmi le sue letterine, gli inviti ai soliti incontri per parlare di tutto e di nulla. Una sera, eravamo quattro gatti, sollecitato a dire la mia su non ricordo cosa, infastidito com’ero dissi che le cose non potevano andare avanti così, non si poteva vivere di ricordi e speranze di ritorno al “potere” combattendo piccole e sterile lotte interne usando biechi trucchetti (vedi punto A) per migliorare la propria posizione. Come risposta ottenni solo qualche sorrisetto e risatina mal celata.
Quella fu la mia ultima da simil-democristiano; alcuni mesi dopo il presidente di un ospizio Milanese veniva arrestato mentre incassava una bustarella dal proprietario di un’impresa di pulizie.
Da questo episodio prese vita il caso Mani pulite che portò alla luce tangentopoli ed infine alla scomparsa di alcuni partiti storici come la democrazia cristiana ed il partito socialista. [E adesso rileggete l'introduzione del post].
Nota: Questo post come quello sulla carne umana era in cantiere già da parecchio tempo. Il motivo per cui non lo avevo ancora pubblicato era che attendevo il momento buono ovvero un momento lontano da beghe politiche e campagne elettorali, questo per evitare che qualcuno ci volesse leggere dentro dietrologie che non esistono.
Purtroppo questo paese sembra non voglia avere periodi di “tregua” e di questo passo post di questo genere finirei per pubblicarli…MAI. A questo punto me ne frego di tutto e “click”: pubblicato.
Sono passati dodici mesi da quando scrissi la prima parte di “Belle di notte” e le cose, relativamente a quella storia, non sono cambiate di molto.
Le ragazze (tutte dell’est) magari non sono più le stesse, i clienti forse si, almeno i più tenaci e sprezzanti delle salatissime contravvenzioni che rischiano di prendere. Queste ragazze si trovano a metà strada di un’ipotetica piramide dello sfruttamento della prostituzione; non si tratta di “moderne schiave” come tante volte si tende a semplificare ma allo stesso tempo non appartengono a quella élite tanto favoleggiata dai media. Le ragazze di cui parlavo nel vecchio post normalmente “scelgono” questa vita con lo scopo di far soldi in modo rapido e potersi in seguito pagare gli studi o aprire una piccola attività nel loro paese d’origine. Le due figure che stanno agli estremi di questa piramide ho avuto modo d’incrociale qualche anno fa e di questi incontri provo adesso a portarne una, spero chiara, testimonianza.
Il fenomeno della prostituzione nelle strade è arrivato abbastanza tardi nella mia città rispetto ad altre località della zona. Sopratutto all’inizio fu chiarissimo il “gioco” dello sfruttamento e le schermaglie tra le varie bande che si contendevano/spartivano il territorio; nel corso del tempo si ci fu l’alternarsi delle nazionalità delle povere ragazze: si cominciò con quelle della ex Jugoslavia, si passò alle Albanesi (forse quello trattate peggio, trasportate come bestiame dentro dei vecchi furgoni), poi ad un confuso mix di paesi ex sovietici ed infine alle africane. Queste ultime furono le più sorprendenti; rumorose, quasi allegre nel loro cantare e ballare tra loro mentre attendevano l’arrivo dei clienti. E qui… per scoprire il loro mondo, la loro realtà, dobbiamo ringraziare “l’amico un po’ matto” che un giorno ti dice: -”Dai! Andiamo a portagli le brioche!” – . Così passiamo da una pasticceria artigianale (questi sono aperti tutta la notte dato che per il mattino devono fornire metà dei bar/caffetterie della zona) a comprare un sacchetto di dolciumi e ci portiamo nella zona delle africane. Dopo un primo attimo di stupore (tre tizi che invece di voler “scopare” si presentano con del cibo non è…normale) le ragazze si lasciano andare ed iniziano a chiacchierare. Ricordo le parole di Lucy: -” Ho un fidanzato italiano che abita a Padova. Poverino, non trova lavoro, per questo sono qui”-. POVERINO??!!!
. Ricordo Miss Elle, ricordo unicamente il suo aspetto perché non parlò mai. Piccolina con degli stivali argentati dalle punte lunghissime (per questo sembrava una elle) passò quasi tutto il suo tempo a mangiare le brioche. Con un’altra ragazza (dal nome impossibile) il dialogo si spostò sulla loro attività e sulle loro paure; ci disse che non aveva paura a passare le notti in strada in compagnia di sconosciuti, solo gli spiriti la spaventavano. -”Spiriti?”- Le risposi stupito. Ci volle del tempo perché ci chiarissimo e giungessimo alla conclusione che gli spiriti altro non erano che i guardoni. Questa volta fu lei a stupirsi: stupita che esistessero persone di quel genere. La questione dei presunti spiriti fece uscire la forma di schiavitù alla quale erano sottoposte queste ragazze: la superstizione. Per tenerle in pugno ai loro aguzzini bastava la minaccia di una malattia mortale ad un loro familiare in patria. Semplice e cinicamente efficace.
Un appunto: alcune settimane dopo questo incontro mi trovai a passare la notte al pronto soccorso per via di un malore capitato a mio nonno. C’era anche una delle ragazze: un cliente aveva pensato bene di pagarla scaraventandola fuori dall’auto. Un vero…gentiluomo.
Di tutt’altro tono la storia di Rebecca, una ragazza Colombiana che conobbi grazie al pittoresco Signor Elle (Miss Elle non centra nulla, pura coincidenza) un imprenditore misogino della mia zona di cui probabilmente parlerò in futuro. Rebecca era una ragazza “insospettabile”; l’aspetto era quello di una comunissima ragazza Italiana, solo l’accento ne tradiva l’origine straniera. Svolgeva la sua attività tra le province di Brescia e Venezia con un target di clienti ben definito. Imprenditore sessantenne “arricchito”, il classico personaggio che si è “fatto da solo” lavorando come un mulo trascurando vita, famiglia e salute. Anche con lei, in vena di confidenze con uno non-del-giro, parlai della sua attività e delle sue paure. Ne uscì la storia di una ragazza che lavorava per realizzare un suo sogno: aprire un ristorante Italiano a Miami. I presupposti c’erano tutti, un giorno m’invitò nel suo appartamento e mi mostrò la sua cucina. Cucina attrezzata come quella di un ristorante a cinque stelle e vera “alcova” per il suo lavoro; mi spiegò che normalmente portava li i suoi clienti, li ingolfava di cibo e vino tanto che questi il più delle volte “s’abbioccavano” appena vedevano il letto. Quando si risvegliavano lei era li distesa accanto a loro pronta a dire: -”Amore! Sei stato fantastico!”- . Confuso e felice il cliente pagava un milione di vecchie lire e tornava a casa soddisfatto anche se non ricordava bene il motivo di tale soddisfazione.
Di tanto in tanto quando capitava dalle mie parti Rebecca mi chiamava per un caffè e due chiacchiere, poi smise di chiamare ed anche il suo numero smise di funzionare. Spero abbia realizzato almeno in parte il sogno ed il suo “sparire” sia stato un modo per chiudere definitivamente con il passato…e cominciare una nuova vita, vera.
La zona dove abito è separata dalla parte “IN” della città da una strada ad alto traffico. Così se la sera voglio vedere un po’ di vita (ricordo che abito in una località balneare) devo percorre alcune centinaia di metri ed attraversare quella strada in corrispondenza di una rotatoria. Come dicevo si tratta di una strada ad alto traffico ma se decido d’uscire dopo le 21,30 deve mettere in preventivo un ulteriore aumento del suddetto traffico a causa dell’arrivo dei clienti di un gruppetto di ragazze dell’est europa pronte ad affittare parte di se. Ogni estate per me si presenta la stessa situazione: le prime sere ad ogni mio passaggio vengo “assalito” con ogni tipo di proposta che si può ben immaginare. Le sere successive, una volta identificato, vengo ignorato per una o due volte, poi subentra una forma di “sindrome del vicino” ed allora al mio passaggio un “ciao” è praticamente scontato, si passa a volte alla richiesta di una sigaretta (io non fumo…che palla al piede che sono!
) per poi finire al tipo di conversazioni più scontate tipo: -“Che dici. Pioverà?”- Il meteo è un argomento a cui tengono particolarmente.
Le figure veramente interessanti di questa storia sono i clienti. Io di fantasia ne ho da vendere ma in tutta onestà fatico a spiegarmi la loro presenza sulle strade. Vogliono togliersi uno “sfizio”? Allora la scelta è decisamente sbagliata. Per quello dovrebbero puntare “sull’alto livello” e non su prestazioni dove l’unica cosa che ancora manca è l’elimina code….(AVANTI IL NUMERO UNDICI!)
oppure è pura semplice sfida al proibito? Molte amministrazioni stanno cercano di debellare la prostituzione dalle strade multando pesantemente i clienti ed è uno spettacolo vederli arrivare come delle schegge, caricare a bordo delle auto le ragazze ed allontanarsi velocemente roteando gli occhi come dei camaleonti alla ricerca dell’eventuale presenza della polizia municipale. Già un paio di volte quest’estate rientrando a casa ho incrociato una pattuglia intenta a redarre il verbale ai clienti e non mi sembrava che dai loro volti sprizzasse una gran soddisfazione! Le ragazze intanto se ne stavano tranquillamente in disparte aspettando che il tutto finisse, tanto anche se danno la multa pure a loro mica la pagano.
Chiudo rapidamente questo post perché tra poco devo uscire. Se incontro le signorine presso la rotatoria le saluto da parte vostra? Su questo tema prossimamente scriverò una seconda parte dove troveranno spazio delle esperienze “vere”…un pizzico di humour, per quanto possibile, e l’amarezza della storia vista …“dall’altra parte”.
Giorno di spese al supermercato. Mentre giro con il mio carrello tra le corsie avverto una presenza alle mie spalle, mi sposto leggermente per favorire il sorpasso alla donna in arrivo con carrello colmo e cigolante. Questa, giunta al mio fianco si ferma (penso: abbella! Levati che non vedo il prezzo dell’olio d’oliva!). “ Scusa” – dice lei – “ma tu non sei…Giorgio?” – “Dipende” – rispondo io con un mezzo sorriso mentre con la mente scorro rapidamente la mia vita alla ricerca di spose abbandonate all’altare o peggio…non ce ne sono, non dovrei rischiare l’incolumità fisica e quindi posso confermare la mia identità. Lei si presenta, è Patrizia, una vecchia compagna di scuola. Iniziamo con le classiche domande da “rimpatriata”: come stai, dove vivi, matrimonio, figli, lavoro,ecc… Passiamo poi alle domande sui vecchi compagni: hai più visto tizio, caio? Emergono così storie di gente che ha cambiato città, gente serena, gente sfortunata (lei è molto ma molto più informata di me), insomma storie come tante. Storie in ogni caso condizionate anche da quei primi anni di scuola che abbiamo condiviso.
Ripensando al periodo delle elementari mi rendo conto di non ricordare i nomi di nessuna delle sei maestre che abbiamo avuto in cinque anni (buona parte dei miei amici ha fatto tutte le elementari con un solo insegnate) ed a fatica ricordo i loro volti, a parte quella di quarta ma solo perché era pazza (non è una battuta), quarta elementare che abbiamo frequentato in un altro istituto per quasi tutto l’anno a causa di prolungati lavori di manutenzione della nostra scuola. Il tutto sempre di pomeriggio e senza un’aula fissa…alla faccia dell’organizzazione. In questi anni l’unico elemento stabile fu “La Maria”, una bidella a dir poco mitica. Ai nostri occhi di bambini appariva come una enorme signora anziana sempre vestita di nero. Lei accompagnava al bagno i più piccoli, lei incerottava le ginocchia sbucciate dalle cadute, lei separava i teppistelli quando s’azzuffavano (aveva due mani grandi come badili), lei ci faceva compagnia quando le nostre maestre s’assentavano. Questo se le assenze erano brevi, nel caso d’assenza per tutta la giornata allora venivamo sparpagliati in piccoli gruppi nelle altre classi (niente supplente); per la verità questo è successo pochissime volte ma bastò per farmi apprezzare gli insegnanti…degli altri. Un piccolo episodio: un giorno La Maria entrò in classe durante la lezione e senza dire una parola mi prese per mano e mi portò fuori sotto lo sguardo inebetito della maestra, incuriosito dei bambini che non sapevano cosa stesse succedendo e divertito di quelli che invece già sapevano. Mi portò in una classe vicina dove il maestro (uno trooooppo avanti!) aveva pensato di creare un album fotografico di tutti suoi alunni, una specie di facebook (quello vero) stile scuola americana. La Maria aveva deciso (perché lei “decideva”) d’inserire quanti più alunni le fosse possibile in questo album. A testimonianza dell’episodio ho inserito la mia foto come presentazione di questo post, così che si possa vedere che bel pupetto era il Caigo all’età di sette anni.
Alle medie le cose non andarono meglio. I nostri genitori vennero convinti a farci frequentare il “tempo-pieno” o per meglio dire “lo sperimentale” (questa parola avrebbe dovuto far riflettere…). Venne spacciata l’idea che tenendo a scuola i ragazzi sia il mattino che il pomeriggio questi NON avessero più la necessità di studiare a casa. Cosa ovviamente non vera, tanto più che i programmi non vennero mai rispettati e terminammo le medie con un fortissimo handicap nei confronti degli studenti di altri istituti. Per alcuni anni quando gli studenti della nostra scuola media s’iscrivevano alle superiori vennero etichettati come “Quelli”. Quelli che erano rimasti indietro, quelli tardoni, quelli che non avevano portato a termine il loro vecchio programma…le conseguenze si possono ben immaginare. Di quei tre anni i ricordi più importanti sono: A) Un insegnate (uno sicuramente buono) che m’insegnò a “leggere” i giornali e la politica. B) In anni dove il calcio femminile era agli albori la nostra classe vantava la presenza delle ragazze più brave in questa specialità. Il nostro insegnate di tedesco, prof. Pettorino (e facciamo qualche nome!) era un tipo singolare, uno che, ad esempio, a gennaio con trenta centimetri di neve ti entrava in classe con le infradito ai piedi. Se poi era una bella giornata di sole e lo vedevi fissare silenziosamente fuori dalla finestra era fatta! Dopo qualche minuto diceva: -”Ragazzi! Fuori a giocare a pallone”- . Risultato: la lingua tedesca in quei tre anni non ha dato il meglio di se nella nostra classe ma in compenso vincevamo tutti i tornei calcistici della scuola. Allenandoci a squadre miste, come ho detto, anche le ragazze facevano la loro bella figura a parte qualche lacuna nei colpi di testa da parte di quelle che tenevano particolarmente alla cura della loro chioma ma non si può avere tutto. C) La stupida morte dell’insegnate di musica (per inciso non abbiamo mai preso in mano uno strumento in tre anni). Dopo un paio d’anni venni a sapere che era morto fulminato dal phon dentro la vasca da bagno.
Come ho scritto prima l’impatto degli studenti della mia scuola con le superiori era piuttosto duro. Lo fu in parte anche per me ma le complicazioni nel mio caso arrivarono per dei seri problemi di salute che m’impedirono di terminare l’anno scolastico. Al mio abbandono è strettamente legato un episodio che (oggi) trovo quasi divertente. Mia madre andò dal preside a spiegare la situazione ed informarlo delle mie condizioni. Il preside (che non sapeva neppure quale fosso la mia faccia) sbottò con una perla di saggezza:-”Se suo figlio se ne va finirà drogato!”- (parole testuali). Mia madre capì che il personaggio non aveva ascoltato/capito una sola parola di quello che lei aveva detto dei minuti precedenti. Si alzò e se ne andò. Per la cronaca il sottoscritto non ha mai fumato (non mi ha mai neppure incuriosito il fumo), non si è mai ubriacato (sono quasi astemio, mi piace solo “assaggiare”, questo nonostante qualcuno si sia fatto delle strane idee su di me visti i miei interessi sulla lavorazione alcolica dei limoni
), non si è mai bucato (simpatia zero verso gli aghi) e non si è mai impasticcato (purtroppo faccio parte di quella categoria che fatica pure a mandar giù le pastiglie “vere”). Dopo qualche anno ebbi modo di conoscere uno dei figli del mio ex preside e gli ho raccontato l’episodio. Mi disse:- “Sai, mio padre era un tipo un po’ particolare. Non è stato facile vivere accanto a lui”-.
In seguito ripresi anche gli studi ma ormai il giocattolo si era rotto. Adolescente, in piena fase di “ribellione”, gli anni che seguirono non mi arricchirono come persona. Per ritrovare ordine nella mia vita dovetti aspettare d’entrare nel modo del lavoro, partendo con i classici lavori stagionali/tempo determinato per poi via via raggiungere la stabilità professionale.
Oggi quando vedo la tensione che sta passando il mondo della scuola non posso fare a meno di pensare se tutto questo non sia, in qualche modo, l’eredità di episodi del passato riconoscibili anche dalla mia storia. Ok. Il mio sarà forse un caso limite (parliamo comunque di qualche centinaio di studenti coinvolti) però mi piacerebbe sapere se oggi cose del genere ancora si ripetono. Mi auguro proprio di no. Tra tutti i miei ex compagni di scuola quelli che hanno raccolto dei veri frutti dalla loro esperienza scolastica si contano su di una mano. Io mi considero un “miracolato”. A dieci anni quando i miei amichetti leggevano (se leggevano) Topolino io mi “nutrivo” dentro atlanti ed enciclopedie e se proprio volevo viaggiare con la fantasia mi buttavo nella scienze fiction di Campbell e Van Vogt (mattoncini da 600 pagine). Per questo mi rendo conto che la mia cultura “a macchia di leopardo” è figlia della mia curiosità e voglia di sapere piuttosto che dell’istruzione che ho ricevuto. Che faccio, chiedo i danni? Meglio lasciar perdere, visto che a maltrattare verbi e congiuntivi ci si mettono un po’ tutti, anche gli insospettabili…e poi…le lingue non sono vive? In evoluzione? Comunque per il momento ho deciso di non usare tante “K” (ki, perké, anke, kuanto, kosta, kanestro, pikkolo,…)
Ops! Oggi sono stato più lungo del solito
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