Mercoledì 6 Aprile, è arrivato il momento di partire per New York.
Saliamo sul bus che ci porterà verso l’aeroporto (circa mezz’ora di viaggio) e subito veniamo inondati da una marea di cultura; accanto all’autista si siede un “tuttologo” che comincia a dissertare su politica, amministrazioni ed aziende locali (anche quella per cui lavoro ) citando pecche (di tutti) e soluzioni (sue?).
Un vero peccato dover scendere dal bus prima del capolinea e non sapere come va a finire la storia.
Giunti all’aeroporto ci tocca la gogna del check-in: cominciamo con un funzionario decisamente annoiato che ci domanda se abbiamo fatto da soli i bagagli, se li abbiamo lasciati incustoditi da qualche parte, ecc… , poi passiamo all’imbarco dei suddetti bagagli, mostro alla gentile signorina i tre biglietti elettronici che ho amorevolmente stampato ma lei non li degna neppure di uno sguardo, controlla i passaporti e ci consegna le carte d’imbarco.
Salutiamo le valige e passiamo ai controlli…corporali. Ci fanno togliere scarpe e cinture che, insieme al bagagli a mano compresi cellulari e fotocamere, vengono posti su di un nastro scorrevole mentre noi, mezzi “gnudi” passiamo attraverso il metal detector sperando di non aver dimenticato in tasca qualche oggetto di metallo che possa far scattare l’allarme.
Ci trasferiamo nella sala d’attesa e ci beviamo l’ultimo vero caffè espresso; prendetene uno doppio se soffrite di crisi d’astinenza da espresso, una volta partiti difficilmente ne berrete con le stesse caratteristiche oltre oceano.
Mentre aspettiamo che ci chiamino per salire a bordo non possiamo fare a meno di notare che parecchi viaggiatori (quasi tutti Americani di rientro a casa) portano con loro delle valigie non proprio piccoline, ma se ci hanno raccomandato (per non dire rotto le balle) su fatto che il bagaglio a mano DEVE essere di dimensioni contenute perché questi si stanno portando mezza casa sotto braccio? Spero che qualcuno riesca a spiegarmi questa cosa.
Finalmente c’imbarchiamo e poco dopo le 12:40 (abbastanza puntali) decolliamo.
Sul volo d’andata c’è poco da dire; circa nove ore di volo passate a guardare film, ripassare le guide su NY e bere acqua o simil-caffè. Alle 14:00 ci hanno portato un pranzo bonsai (tutto miniaturizzato ed a base di pollo o tortellini al formaggio).
Nota curiosa: uno degli assistenti di volo (l’unico che parlava Italiano tra l’altro) era il sosia uguale, uguale, uguale di Obama, Sorge un dubbio…ma il nostro era un volo della Delta o eravamo finiti sull’Air Force One?
Atterriamo all’aeroporto Kennedy [punto 1 mappa] poco dopo le 16 ore locali. Interessante l’effetto “luce”; in Italia sono le 22 passate ma il nostro organismo si è subito adattato all’ora locale, non avvertiamo stanchezza/sonno, per noi sono effettivamente le ore 16. Ci mettiamo in fila (lunga e lenta) per i controlli di rito, mostriamo il passaporto, ci rilevano (elettronicamente ) le impronte digitali e ci fanno una bella foto, ci chiedono il motivo del nostro viaggio e per quanto tempo intendiamo fermarci.
Passato questo controllo recuperiamo le valigie e superiamo un blando controllo doganale dove un operatore ci ritira la dichiarazione doganale che abbiamo compilato in aereo; in questa dichiarazione vanno inseriti i nostri dati compreso quelli dell’hotel dove alloggeremo, inoltre va dichiarato se stiamo portando con noi frutta, piante, beni alimentari, insetti,agenti patogeni, humus, ecc… abbiate la saggezza di non fare autogol nelle risposte.
Usciamo e troviamo una giornata grigia e piovosa, prendiamo un taxi e ci facciamo portare all’hotel [punto 2 mappa], veniamo a sapere che il presidente Obama (quello vero) è in visita nella città, il traffico, già caotico di suo, ne risente ed impieghiamo ben oltre un’ora di tempo per fare il tragitto.
Una volta giunti e sistemati in hotel usciamo per andare a vedere cosa offre il panorama degli spettacoli a Broadway. Decidiamo di puntare sullo spettacolo Mamma Mia! (avete presente il film) ma troviamo la biglietteria già chiusa.
Tanto per fare una passeggiata, e mandar giù la cena (dei pasti parlerò prossimamente) dal nostro hotel [punto 3 mappa]“scendiamo” nella zone dell’Empire State Building a vedere l’hotel dove abbiamo alloggiato nel 2005[punto 4 mappa].
Tolto il capriccio andiamo a nanna, domani sarà una giornata intensa.
Continua….


Nota.Per qualche settimana, salvo novità dell’ultima ora, questo blog sarà monotematico; scrivere un lunghissimo post risulterebbe dispersivo e scoraggiante per qualunque lettore, penso sia meglio pubblicare delle brevi schede dove il mio soggiorno Newyorkese viene raccontato per giornate e temi, in questo modo ognuno può leggersi con tranquillità l’argomento che gli interessa senza annoiarsi troppo (spero).
Già questo post introduttivo risulta essere un po’ troppo lungo, figuriamoci se scrivevo dell’intera settimana!

I post di “Tre Veneti a Central Park” e “Una settimana a New York”  sono collegati tra loro dal tag “viaggiatori”.

 

Gli strumenti che un artista ha a disposizione per il suo lavoro sono quasi infiniti. La dimostrazione ci viene dall’artista Veronese trapiantato a Bologna Dario Gambarin, un pittore che alterna l’uso della tela ed i pennelli con i campi di grano e l’aratro. Se vi capita di passare dalle parti delle campagne di Castagnaro (Vr) e vedete un trattore solitario muoversi in modo apparentemente “disordinato” nei campi mentre un piccolo aereo gli volteggia sopra è probabile che stiate assistendo alla realizzazione di una di queste opere effimere di Gambarin; solo le foto scattate dall’aereo danno “vita eterna” al suo lavoro prima dell’arrivo dei trattori non-artisti che in poche ore preparano il terreno ad una nuova semina. La sensibilità di Gambarin è veramente unica; disegnare un volto su di una superficie di circa tre ettari non è semplice perché manca ogni minimo riferimento visivo. Dimensioni e proporzioni di ogni dettaglio sono fissate nella mente dell’artista che non può permettersi il minimo errore…l’aratro non concede correzioni.

In questo video (non di altissima qualità) pubblicato da quotidiano.net è possibile vedere le fasi di realizzazione di una delle sue ultime opere: il volto del presidente Americano Obama. Per chi ne avesse occasione dal 12 dicembre sarà possibile vedere alcuni suoi lavori presso le Grafiche Aurora (sempre nel Veronese) in un esposizione che vede la presenza di circa una cinquantina di artisti.

 

Come tanti (non dico tutti perchè c’è sempre qualcuno pronto a dire “io no”) anch’io ho seguito le recenti elezioni presidenziali negli U.S.A.. Mi sono astenuto dal dire la mia in questo periodo, tanto la rete era pregna d’informazioni a riguardo. Da mesi si parlava e sparlava dei due contendenti alla casa bianca; vizi e virtù loro dei loro famigliari e collaboratori, il tutto condito da ipotesi di complotto speranze e timori legate alla successione di Bush e perplessità sulla loro tenuta politica. Poi è arrivato il momento del voto e tutta la tensione si è sgonfiata; Obama ha vinto quasi in scioltezza, non c’è stato il colpo di scena finale che molti temevano o speravano (a seconda dei punti di vista) e così oggi abbiamo il primo Presidente “abbronzato” della storia Americana. Eh si…ho notato anch’io questo particolare ma… posso dire una cosa? E chi se ne frega! Abbiamo un Presidente del Consiglio “celebre” per le sue uscite diciamo…cabarettistiche (vi ricordate di questa?) eppure ogni volta la stampa getta fiumi d’inchiostro sull’argomento cercando di trovarvi chissà quali dietrologie e dando fiato a tutte le voci scandalizzate che si alzano in coro. Non sarebbe più elegante ignorare queste cadute di stile? Le chiamo cadute di stile perchè (forse) si presuppone che una persona nella sua posizione dovrebbe porre più attenzione nell’uso che fa delle sue parole proprio perchè queste vengono ovviamente amplificate nel loro significato. Quello che NON trovo ridicolo è il cronico vizio della politica Italiana di buttarsi a capofitto sullo “scandalo” del momento per attaccare il nemico (?). Possibile che per qualche giorno tutta l’attenzione debba concentrarsi sul significato di una frase che, nella peggiore delle ipotesi, andrebbe semplicemente ignorata? Scuola, Alitalia, rifiuti, malasanità, finanziaria, ecc… sono argomenti in “ferie”? Volendo fare il malizioso mi verrebbe da dire che queste uscite hanno lo scopo di far deviare l’attenzione dai veri problemi dando così il tempo necessario per “riprendere il fiato” alle persone coinvolte, ma sapete com’è…io di fantasia ne ho tanta. ;-)

Più seriamente vorrei fare alcune considerazioni sul neo eletto Obama. Da osservatore esterno non so di che pasta sia fatto quest’uomo.Il carisma c’è. L’ho ascoltato e devo dire che su questo è sicuramente una spanna superiore a Bush. Alcuni lamentano la sua scarsa esperienza nel muoversi “ai piani alti”…direi che questo è un falso problema. Non credo esista al mondo un capo di stato con un cervello enciclopedico; tutti s’appoggiano ad una staff di fiducia fatto di persone competenti (o almeno si spera) in grado di dare al loro referente tutte le risposte necessarie. In questo senso Obama ha già dimostrato di saper partire con il piede giusto, lo ha fatto nel momento in cui si è scelto come vice Joe Biden, una vecchia volpe della politica, uno con le radici ben piantate nel senato americano ed esperto in politica estera (ex presidente della commissione rapporti internazionali del senato), al contrario del rivale Mccain che aveva puntato sulla contraddittoria Sarah Palin. I veri problemi per Obama penso deriveranno dalle grandi aspettative che persone ripongono in lui. Arriverà il momento che dovrà prendere decisioni anche impopolari, probabilmente farà cose in contraddizione con quello che in passato ha predicato (o che gli hanno attribuito), in breve, la luna di miele in politica non esiste, non appena il vecchio Bush lascerà la Casa Bianca per Obama non ci saranno più sconti, saranno tutti li a pesare ogni suo respiro. Buon lavoro Mr President…

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