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A volte ho l’impressione che a certe notizie ci si abitui con troppa facilita’ e si finisca con il dare per scontato che alcune cose succedono e non ci si può fare nulla. Sara’ che di fronte alle truffe e’ facile indignarsi ma e’ altrettanto facile “glissare” il tema se disgraziatamente facciamo parte della categoria delle vittime. Un esempio? E’ di qualche giorno fa la notizia che nella mia provincia, e nella mia città in particolare, ad una serie di controlli da parte delle autorità preposte (scrivo quasi come un giurista…), si è scoperto che alcune pescherie e ristoranti rifilavano ad alcuni clienti del pangasio spacciandolo per cernia. Ora, non voglio entrare nella polemica sull’allevamento del pangasio; di tutti i dubbi legati alla sua provenienza, sulla qualità delle sue carni e se sia giusto o meno che circoli nelle nostre mense, in particolare quelle di scuole e ospedali, di tutto questo stanno dibattendo in tanti ormai da tempo. Quello che invece mi fa prudere i nervetti in questo momento è l’aspetto etico della storia visto che, per l’ennesima volta, ci troviamo di fronte al solito gruppo di “furbetti creativi”. Gente che con il sorriso stampato in faccia ti vende un prodotto, o meglio, l’illusione  di un  prodotto pregiato con un altro di valore infimo guadagnandoci così vagonate di soldi extra che gli permettono di cambiare il macchinone ad ogni cambio di stagione e farsi la vacanza esotica un anno si e un anno…si.
Come ho detto di questa storia si è parlato poco, forse perché coperta da altre vicende più eclatanti o forse perché in una qualche forma di rassegnazione la cosa finisce per passare quasi innoservata ai nostri occhi. Grugniamo due parole di disprezzo mentre leggiamo la notizia e poi la lasciamo nel freezer della nostra memoria insieme ai filetti di cernia (vera cernia?) nel freezer…quello vero.
Possiamo anche immaginare come andrà a finire la storia per i commercianti coinvolti in questa truffa (diciamolo, è una truffa). Solo se c’è qualche pirla nel gruppo, questo avrà dei seri problemi, nel senso che si vedrà chiusa l’attività per qualche tempo, ma è una cosa piuttosto rara, a memoria non ricordo situazioni del genere nel mio territorio. Cosa più logica e probabile per tutti è la condanna a pagare una bella multa, forse neppure tanto salata se riescono a tirarla per le lunghe, sicuramente non tanto salata da metterli economicamente in difficoltà, visti i guadagni interessanti derivati dalla loro gestione creativa degli affari.
E noi? Noi restiamo con il dubbio. Continuiamo a frequentare la nostra pescheria di fiducia sperando che non sia una di quelle coinvolte nel losco affare perché di più non possiamo fare. In realtà qualcosa si potrebbe fare se il nostro sistema giudiziario lo permettesse. Dando per scontato che le indagini siano state fatte in modo corretto e non si rischi di mandare alla pubblica  gogna dei commercianti onesti per delle leggerezze o fretta di concludere, accertato tutto questo, a tempo debito, basterebbe rendere pubblici i nomi dei “furbetti creativi” ed il problema sarebbe risolto. Quale miglior punizione di vedersi abbandonare dai propri clienti delusi e incazzati? Un danno d’immagine (corretto) può dare risultati ben più importanti di una multa o una condanna a qualche mese di galera virtuale. In questo modo si può pensare ad un ridimensionamento  di questo genere di truffe perché a nessuno, “furbetti creativi” in testa piace l’idea di farsi spillare dei soldi dalle tasche, altro che scherzetti.

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