Quand’ero molto piccolo ho visto un Dio. Scarpagnavo verso la Bisacconi. Scarpagnare vuole dire camminare a saltelli per via del dislivello, io abitavo in montagna, la scuola era in basso. Si scarpagna senza pause, con l’inerzia della discesa che impedisce di fermarsi, un continuo scuotimento nei giovani marroni e un piccolo ansito nei polmoncini. Le Bisacconi sono le scuole elementari del paese, un cubo giallo vomito dentro un giardino di erbacce barbare, e devono il loro nome a un uomo di nome Lutilio Bisacconi ricordato per essere morto sull’uscio di casa, ucciso dal cugino fascista.

Sulla lapide infatti c’è scritto:

Lutilio Bisacconi, caduto.

Poi si vede che non hanno pagato lo scalpellino o c’è stato un litigio ideografologico ma è finita lì: caduto. Non è specificato se in guerra, per la Resistenza, nel fiore degli anni, niente: caduto e basta.

Che a noi venne da pensare che allora nessuno cadeva come Tadeo, che a Otto anni già non ci vedeva un cazzo come un anziano e aveva i piedi cavallerizzi storti in dentro e voleva andare lo stesso in bicicletta e aveva una bicicletta che sembrava masticata da uno squalo e in più non distingueva un paracarro da un precipizio e soffriva anche di un tic che gli storceva la testa fuori strada, perciò cadeva quasi tutti i giorni e aveva la fronte bozzuta e un polso sempre fasciato, e le ginocchia egizie con i geroglifici di ghiaietto.

Perciò si poteva anche intitolare la scuola a lui: Tadeo, caduto, oppure cadente, oppure tanto prima o poi cade ancora. Parlai di questo in un tema e mi fecero un culo come una tinozza.

Ma quel giorno di fine inverno era così bello da andar fuori tema con ogni pensiero. I prati eran zuccherati di brina e il sole se li beveva mentre io cantavo a bassa voce: se mi vuoi lasciare dimmi almeno perché. Cantavo e correvo verso l’obiettivo formativo della scuola, la cartella mi sbatteva contro le gambe, i piedi mi dolevano per il gelo, c’era la galaverna e voli alti di uccelli. La valle, giù in fondo, sembrava una tavolozza di pittore.

Mi fermai a bere e a specchiarmi al lavatoio, ed ero brutto. Pieno di brufoli di ogni colore e forma, cuspidati, col craterino, a fico spremuto, a capezzolo (enumero). Poi avevo il naso adunco come quello di una gallina e una testa di capelli a propulsione verticale, uno scopino da cesso alla rovescia. Tutte le volte che sorridevo a una principessa, quella cercava rifugio presso il drago. Tutte le volte che andavo in giro coi miei amici moschettieri, loro mi nascondevano sotto i mantelli per non spaventar la gente.

A metà circa del tragitto dello scarpagnamento mi fermai a una vigna e rubai un grappolo di schizzozibibbo. Ogni chicco era grande come la mia testa (esagero), un grappolo di teste di me stesso, ognuna che gridava non mi mangiare. Per gustar meglio il bottino tirai fuori di tasca una crosta di paneterno. Niente, nella vita, ho incontrato che fosse duro come quella crosta. Neanche i denti di una mietitrebbia o di un caimano famelico lo avrebbero scalfito. La crosta sembrava forgiata nell’acciaio. La mollica aveva la consistenza di certe pietre, porose ma solidissime.

Così mi sedetti, poiché albeggiava e il sole infuocava la brina di strisce di brace e la linea

delle montagne sembrava un gigante assopito messo un po’ di gallone. Il rumore del fiume mi teneva compagnia poiché sapevo che dentro c’erano cavedani e lucci e barbi e acquadelle, tutte creature meravigliose nel loro guizzare ed esplorare pozze buie che noi non conosceremo mai, per non parlare degli scoiattoli, del tasso dormione, della talpa rugagna e del falco che planava sul mio zenit. E di due mucche pezzate che ruminavano sotto un albero e gli cadevano i marroni d’India in testa e loro erano felici.

Era un momento poetico, ma allora io facevo fatica a distinguere i momenti poetici tristi da quelli allegri, quindi quando sentivo arrivare un attacco di poesia era un po’ come quando si mobilita la budella e segnala e crepita prima della liberatoria, perciò quando sopraggiungeva il crampo dell’ecloga o del sonetto o dell’imperdibile istante, io ci mangiavo su.

Divaricai la mandibola come se volessi ingoiare l’orizzonte, mangiai Monte Mario, la stazione dei treni, un pezzo di strada cantonale e poi con rumore di tritura, un pezzo di pane. Si chiamava paneterno, perché poteva durare mille anni e si conservava sempre buono.

Quel pane lì lo potevamo mangiare solo io, il cane Fox che era un bracco grande come un cavallo, e la Strega Berega dentidighisa. Poiché la Strega Berega era una creatura fantastica inventata da me e da Selene (la mia pupa) e Fox il pane lo mangiava solo ammollato con acqua, latte e sbavatura autoprodotta, io ero l’unico a rosicchiare paneterno doc, e non per niente mi chimavano Lupetto.

Allora crac fece il pane doc sotto i miei canini e bau fece Fox lontano e ciac il sugo dello schizzozibibbo e non saprei sintetizzare il rumore del fiume ma il sole si alzò ancora e c’era odore di una certa felicità irripetibile.

Mangiai quattro chicchi e tre mi esplosero nella trachea, perché se un chicco di schizzozibibbo non ti va di giangone, cioè di traverso, allora vuole dire che non è buono, il chicco deve essere tutto compresso e turgido di sugo e zucchero e invidia d’ape, l’esplosione che avviene quando il dente lo ferisce è come una bomba, uno sborramento di gusto, e lo zibibbo va su per il naso e nei bronchi fino nel pancreas, e tu tossisci e godi e tossisci e godi e mentre tossisci mandi giù un altro chicco per godere di più.

Se non lo avete provato vi manca qualcosa, diceva il mio babbo che era rimasto col piede in una tagliola da volpi (ve lo racconto in seguito).

Allora son lì seduto per terra col culo gelato che mangio paneterno e schizzozibibbo e guardo un ragno che sferruzza, il sole che dilaga e intanto si fa ora di scuola. Mi sembra di sentire la campanella giù a valle, io l’orologio non ce l’hp, calcolo l’ora dal gelo dei piedi, è un gelo da sette e mezzo, con l’alluce addormentato, beato lui, e il calcagno che cigola.

Mi tiro su in piedi e di colpo il panorama si allarga, vedo le schiene dei pesci saltare nel fiume e la piazza del paese e Selene su una panchina che mi aspetta avvoltolando una treccia, e quella carogna statale del professor Testuggine che batte il piede perché sono in ritardo e il busto di Caduto Bisacconi nell’ingresso. Pregusto già quel buon odore scolastico di minestrina vomitata e formaggino tenuto sotto il culo e ….

 

Lucio Lucertola festeggiò il suo settantesimo complean­no svegliandosi. Riteneva questo un fondamentale segreto della vita: svegliarsi e addormentarsi un numero di volte esattamente uguale. Se ci si sveglia anche solo una volta in meno non si recupera più, si sputa la pallina, consummatum est, diceva Lucio che era stato professore di latino e italiano, ed era inoltre Curioso in altre scienze, le naturali le fi­losofiche le zoologiche (in particolare i batteri), la botanica urbana, i cinesi, il concetto di inizio finale. Lucio Lucertola sorge dal letto faticosamente, con una protesta rumorosa di tutte le ossa. Un canto melodioso e trionfale lo accompagna. Le stesse cellule senza scrupoli che riempiono di ghiaia arterie e articolazioni del vecchio Lucio, animano il risveglio entusiasta del suo giovane canarino. In un bicchiere sul comodino Lucio ritrova il sorriso da cui si è separato per una flotte. Con un colpo di pettine lusinga i trenta capelli su­perstiti, quindi eroicamente piscia. Ci fu un tempo lontano in cui doveva prendere ogni precauzione perché il dorato arcobaleno non imbizzarrisse e bagnasse ovunque nei din­torni. Ora, proteso sui bianco dell’abisso, sta attento che maligne gocce perpendicolari non gli condiscano le pan­tofole. Tam citus prosilit, nunc prolapsa prostata. Ama comporre versi, il mattino. Si infila gli occhiali. Si avvicini alla tenda della finestra, la squarcia. Appare al mondo, e il mondo gli appare.
Lucio Lucertola sta ora sospeso trenta metri sulla crosta terrestre, in un terrazzo aggrappato alla parete nord del Monte Tre nella catena dei Periferici, i cui seimila appartamenti si snodano con il loro carico di malinconie pensili d quartiere Fagiolo a est al passo dei Quattro Benzinai a ovest Il quartiere che Lucio sta esaminando in veduta aerea deve il suo nome al fiume Fagiolo, così chiamato per la purezza delle sue acque, le quali ricordano appunto la minestra che si ottiene strangolando detto legume. Questo fiume, ormai ridotto a rigagnolo, non ha altro compito se non di accogliere con pazienza lo sfregio delle spazzature, sparger, ogni tanto all’intorno maestralate di fogna e ospitare qualche rana che finisce poi spalmata sull’asfalto dalle auto degli indigeni. Vi si pescano orrendi pesci bitorzoluti con occhi sbarrati che sembran dire: grazie di averci portato via di lì
Oggi (luglio, estate) il quartiere è deserto. Sporgendosi giù, come nel dipinto cinese ove un uomo sul ponte guarda nell’altro mondo acquatico una carpa, Lucio scopre ben pochi animali aggirarsi nell’afa del mattino. Due cani ran­dagi della specie salcicciometiccio, uno scarabeo stercorario che spinge davanti a sé un gran carretto di cartoni, un lavatore solitario di macchina, un Mottarello ambulante negretto commerciante nel ramo elefantini di legno. Più lontano, su una panchina dei giardinetti Kennedy, un vecchio è sdraiato per un riposo non si sa se meridiano o eterno.ll terrazzino di Lucio Lucertola è un regolare terrazzino da periferia con un basilico giallo e un canarino verde (mutazioni da inquinamento). Nel terrazzo sono in mostra diversi splendidi esempi di geranio condominiale, fiore che adeguatamente biberonato fin dalla nascita da un condomi­no amoroso arricchisce terrazze e giardini delle nostre cinture urbane. Su questi muri, d’inverno, la tramontana e il grecale gonfiano il petalo ruvido della Magliadilana, e d’estate mazzi di Mutande ingentiliscono il paesaggio. Su questi muri l’affetto per i gerani ha disegnato un lungo percorso verticale di lacrime: poiché si sa che in questi palazzi ognuno annaffia non i suoi gerani, ma quelli del piano di sotto.
Il piano del Reame di Lucio è l’undicesimo e penultimo. Nemmeno gli uccelli arrivano fin quassù. Solo qualche formica chiodata, o tegenaria parietina, ragno resistente come uno sherpa, si avventura talvolta sulle sue pareti: ma quasi mai arriva alla cima, là dove il vento si perde tra i labirinti dei lenzuoli e sbatte le antenne con rumore di scheletri. Talvolta per il caldo un moscone impazzito entra rombando nella casa di Lucio e si schianta rovinosamente contro un muro. Lucio prende i rottami aerei e li consegna in pasto al canarino. Non c’è tempo per piangere, come dice Dean Martin, e Lucio che vive da anni su queste altitudini lo sa bene. Ora dal terrazzo il suo sguardo effettua una lun­ga carrellata sui monti Quattro e Cinque ove altri Luci su terrazze lontane intrecciano carrellate analoghe, e ne sor­prende due in pigiama a righe, come galeotti. Con gli occhi scende poi al ghirigoro di strade che collega i monti Pe­riferici alla Grande Arteria e da lì al Cuore della Città, al fulgore dei suoi acquari ove nuotano branchi di scarpe, alla maestà dei vetri antiproiettile delle sue banche, ai suoi boleri di clacson. “Tanto auguri a me”, sospira Lucio, e ritorna all’interno dei quaranta metri ove è re. Anche se ogni giorno i suoi gesti sono pesanti, sempre più pesanti, egli coraggiosa-mente solleva una moca da caffè e la depone sul fuoco. Si siede fissando i serpentelli azzurri del gas che hanno tuttora il potere di ammaliano. La moca è una creatura strana col naso a punta. A differenza degli umani che lo fanno se raffreddati, essa fa uscire gocce dal naso una volta riscaldata…..

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Ancora Benni: Questa volta con una storia “completa” e non una raccolta di piccoli racconti. In questo romanzo si ride amaramente. Storie metropolitane s’intrecciano tra loro, personaggi pieni di speranza incrociano il cinismo della realtà contemporanea. Il libro si esalta in un gioco di dialoghi e monologhi trascinanti. In breve… un altro piccolo capolavoro che si fa leggere tutto d’un fiato.

 

L’uomo primitivo non conosceva il bar. Quando la mattina si alzava, nella sua caverna, egli avvertiva subito un forte desiderio di caffè. Ma il caffè non era ancora stato inventato e l’uomo primitivo aggrottava la fronte, assumendo la caratteristica espressione scimmiesca. Non c’erano neanche bar. Gli scapoli, la sera, si trovavano in qualche grotta, si mettevano in semicerchio e si scambiavano botte di clava in testa secondo un preciso rituale. Era un divertimento molto rozzo, e presto passò di moda. Allora gli uomini primitivi cominciarono a riunirsi in caverne e a farsi sui muri delle caricature, che tra di loro chiamavano scherzosamente graffiti paleolitici. Ma questo primo tentativo di bar fu un fallimento. Non esistevano la moviola, il vistoso sgambetto, il secco rasoterra, il dribbling ubriacante e l’arbitraggio scandaloso, e la conversazione languiva in rutti e grugniti.
Gli antichi romani, invece, inventarono subito la taverna osservando il volo degli uccelli, e la suburra era un vero pullulare di bar. Gli osti facevano affari d’oro, tanto che divennero presto la classe dominante. Cesare cominciò la sua carriera come cameriere, e conservò per tutta la vita la pessima abitudine di farsi dare mance dai barbari sconfitti.
Nei bar romani si beveva molta menta, vini dei colli e assenzio. Le leggi erano molto severe: a chi veniva pescato ubriaco veniva mozzata la lingua. Questo provvedimento fu revocato allorchè in Senato le sedute cominciarono a svolgersi in perfetto silenzio.

I camerieri erano per la maggior parte schiavi cartaginesi. Ma c’erano anche molti filosofi greci, che servivano in tavola per mantenersi agli studi. Aristotele fece il cameriere per due anni al « Porcus rotitus », ed ebbe l’intuizione della sua Logica osservando un cliente che cercava di infilzare con la forchettina una grossa cipolla. Platone fece lo sguattero al « Pomplius », uno dei ristoranti più à la page di Roma dove il carrello del bollito era una biga a due cavalli. Anche in Grecia i bar ebbero grande diffusione. I filosofi Peripatetici insegnavano nei tavolini all’aperto e finivano le lezioni completamente ubriachi. Pitagora inventò la sua famosa tavola perché era stanco di essere imbrogliato sui conti della birra, e Zenone divenne Stoico perché non aveva mai la pazienza di far raffreddare la sua cioccolata in coppa.Il medioevo fu uno dei periodi d’oro dei bar. Fu inventato il posto di ristoro, o stazione per cavalli, in cui i cavalli potevano riposare e i cavalieri rifocillarsi. In realtà la cosa andava così: il cavaliere chiedeva al cavallo « Sei stanco, sì? », si fermava e beveva. Questo avveniva anche trenta, quaranta volte in un chilometro.Nelle taverne ci si fermava a duellare e a schiaffeggiarsi con i guanti. D’Artagnan sfidava e uccideva tutti quelli che sorprendeva a giocare a flipper, perché il rumore lo mandava in bestia.In queste taverne, che avevano nomi come « Il Gallo d’oro », « L’Oca irsuta », « Il Buco del diavolo », si beveva in coppe pesantissime alte fino a mezzo metro, intarsiate di rubini e zaffiri, con olive gigantesche come cocomeri.Una variante celebre di queste taverne erano quelle dei pirati, dove si beveva quasi esclusivamente rhum. In verità i pirati andavano pazzi per il frappe’: ma rozzi e adusi alla vita di mare, finivano sempre per piantarsi i cucchiaini negli occhi. Per questo il novanta per cento portava la famosa benda nera.Molti finirono così distrutti dall’acqua di fuoco, finché il famoso Morgan l’orbo non scoprì che il frappé si poteva bere anche con la cannuccia. Per questa intuizione la regina d’Inghilterra lo nominò baronetto e gli regalò un timone in similpelle leopardo.Alcune di queste taverne erano leggendarie, come il « Cannone delle Antille », il cui proprietario era il famoso O’ Shamrok. O’Shamrok aveva un pappagallo straordinario, Bozambo, che egli aveva addestrato a tenerlo sulla spalla. Cioè era il pappagallo che teneva sulla spalla O’Sbamrok, il quale si teneva aggrappato con i piedi. Il pappagallo serviva i clienti in tre lingue e O’Shamrok fumava la pipa e si limitava a dire delle cretinate come « Shamrok vuole il brustolino » oppure’ « Shamrok dice buonasera. Eeeerk », e così via. In quella taverna si poteva entrare solo con una gamba di legno, o con un occhio di vetro, o con un uncino al posto della mano, tanto che c’era sempre un fabbro pronto a separare gli avventori che si salutavano. Il cliente più gradito era l’Olonese, che era in realtà un comodino con un braccio e un cappello in testa. L’Olonese beveva ogni sera quattro pinte di rhum, che gli venivano versate nei cassetti. Quando era in vena di scherzi, spalancava lo sportello in fondo e mostrava l’orinale, provocando l’ilarità degli astanti. Morì a Maracaibo: i suoi si ammutinarono e di notte gli riempirono il letto di tarli.Un altro cliente abituale era il Corsaro Nero. Aveva una gamba di legno saldata male, e quando cambiava il tempo la giuntura gli dava delle fitte atroci. Quando ciò avveniva, il Nero perdeva la testa, cominciava a urlare e con la scimitarra si tagliava la gamba. Per questo uno dei suoi uomini lo seguiva sempre con una sacca da golf piena di gambe di ricambio. Il Corsaro Nero era molto vanitoso e ne aveva più di trecento, tutte di legno pregiato, da combattimento, da Passeggio e da sera. Ne aveva anche una da affondamento, terminante in una pinna di tek.

Una sera che era molto ubriaco……..

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Inauguro questa nuova versione di 100 Righe utilizzando la stessa cronologia del vecchio blog. Apre le danze il buon Stefano Benni, uno dei mie autori preferiti. Bar Sport è stato il suo primo e forse più grande successo, tanto che molti lo identificano solo con questo libro, o al massimo con la seconda “puntata” dell’opera conosciuta con il titolo di Bar Sport 2000. Benni è molto di più…ed in futuro ve lo farò conoscere…certo che i personaggioni di bar Sport sono indimenticabili. La luisona, il tennico, ecc… :-)

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