5 Dicembre 2025

Questa è la storia di un ragazzo che sentiva di non trovarsi nel posto giusto. E così è andato a cercarsene un altro.
In famiglia c’erano pochi soldi: quando si andava in pizzeria si sceglieva il piatto che costava meno, non quello che piaceva davvero. Il suo destino sembrava già segnato. Non aveva un talento particolare a cui affidarsi né un grande sogno da inseguire, e ogni volta che cercava di esprimere un desiderio trovava qualcuno che gli diceva che non era per lui. Così si era convinto che certi pensieri non se li poteva permettere.
Un giorno questo ragazzo scopre i libri in una maniera tutta diversa da come li aveva conosciuti a scuola. E ne rimane folgorato. Le pagine di Hermann Hesse, Gabriel Garda Marquez, Jack London, Joseph Conrad lo spingono ad alzare lo sguardo sopra tutte le seccature e dirsi: ci deve essere uno spazio anche per me da qualche parte. D’un tratto la sua vita non gli calza più, come una scarpa di un numero più piccolo. La lettura gli ha mostrato una via di fuga e trasmesso il coraggio per imboccarla. Ma cercare la propria strada talvolta vuol dire ferire chi resta, come quel padre che fino ad allora era stato il suo grande eroe triste. Perché un figlio che ha un genitore infelice si sente in colpa a toccare la felicità con mano.
In questo libro per la prima volta Fabio Volo abbandona la finzione del romanzo e racconta la propria storia personale senza filtri. Episodi commoventi si alternano ad altri di grande ispirazione, a scene più scanzonate e divertenti. Pagine scritte con una semplicità e un’autenticità che si fanno cifra stilistica, la stessa che negli anni lo ha portato a essere amato da così tanti lettori. Balleremo la musica che suonano è uno dei suoi libri più intimi e sinceri, un libro che dà forza e trasmette tenerezza.
Sono nato con un destino segnato, il posto in cui sono cresciuto non lasciava molte possibilità di cambiamento o l’opportunità di una rivalsa. Di solito se si riesce a fare un salto in avanti è grazie a un talento spiccato, nello sport o nella danza, oppure grazie a una voce incredibile, un’intelligenza superiore. Non avevo nessuna di queste cose, ero solo simpatico, come tanti altri ragazzini. L’attrezzo che mi ha permesso di scavare una via di fuga è stato l’amore per i libri. Da piccolo odiavo la scuola, leggere mi annoiava a morte, preferivo stare all’aria aperta. Giocavo per strada davanti al negozio dei miei genitori. Mia nonna aveva provato a portarmi all’asilo, quando siamo arrivati all’ingresso le ho detto che non mi piaceva e lei si è arresa subito, forse perché mi voleva a casa con sé. La seconda volta ci ha provato mia madre, mi ha lasciato a una maestra con la scusa di anda-re a chiudere l’auto. Appena si è allontanata le sono corso dietro e, anche lei come la nonna, non ha insistito affatto. Le piaceva avermi intorno, non creavo problemi e non avevo bisogno di attenzioni, sapevo intrattenermi da solo. In quelle ore ero l’unico bambino tra gli adulti.
All’epoca il panificio di famiglia faceva consegne a domicilio. Quando mio padre finiva di caricare la macchina, mi chiedeva se volevo andare con lui. Stare noi due da soli, senza mia madre o mia sorella, era la cosa più bella che mi potesse capitare.
A sei anni mi hanno detto: «Adesso a scuola ci devi andare per forza, altrimenti vengono i carabinieri».
La scuola è stata da subito un posto che mi separava dalla famiglia. Era un ostacolo tra me e le cose che amavo, ci andavo con il solo obiettivo di finirla il prima possibile e poter tornare a vivere la mia vita.
Fin da bambino sapevo cosa avrei voluto fare da grande: lavorare con mio padre, stare con lui. Volevo continuare il percorso che aveva tracciato per sé, essere un prolungamento delle sue scelte, e delle scelte fatte prima di lui da suo padre e dal padre di suo padre. Sentivo che era quello che anche lui immaginava: avremmo portato avanti la tradizione di famiglia, non volevo deluderlo.
Non sapevo se davvero quel lavoro mi appassionasse, in realtà desideravo stare con lui perché mi mancava, perché lo amavo disperatamente.
Sono andato a scuola come un carcerato che deve scontare la pena, otto anni di cui ho contato ogni giorno.
Questo ha condizionato tutto, ho vissuto la scuola così male che anche dopo averla finita mi capitava di sognare di essere ancora tra i banchi. Al risveglio
ero sudato e sollevato di scoprire che era stato solo un sogno.
Vivevamo in un quartiere popolare, mio padre per aprire la panetteria si era indebitato. L’aveva scelto perché doveva essere un quartiere in espansione, cosa che non è accaduta.
Quasi tutti i bambini con cui io e mia sorella giocavamo per strada erano figli di meridionali, immigrati in cerca di fortuna.
Andavo a scuola nelle “baracche”, come chiamavamo la struttura che era stata costruita accanto all’edificio principale. D’inverno faceva così freddo che sotto i vestiti tenevamo il pigiama. Capitava che, durante la ricreazione, alcuni ragazzi più grandi ci avvicinassero con un coltello da cucina, per chiederci la merenda. Ovviamente nessuno faceva la spia, davamo la merenda e basta. Erano cattivi, facevi quello che ti dicevano perché avevi paura. Vivevano nelle Gescal, case popolari piene di leggende spaventose, si diceva avessero dato fuoco a una persona in ascensore, violentassero le ragazze e che uno dei boss tenesse in casa un leone. Nessuno di noi aveva il coraggio di avvicinarsi.
Quando ho finito la seconda elementare, mio padre, schiacciato dai debiti e accortosi che il quartiere non era per nulla in espansione, ha deciso di trasferire tutto — casa e bottega — in una zona nel centro di Brescia, ricca, residenziale, con palazzi e molte ville.
A otto anni, da povero tra i poveri sono passato a essere povero tra i ricchi.
Nel nuovo quartiere ci guardavano con diffidenza.
Loro erano la borghesia, noi eravamo degli intrusi.
Capitava che la domenica sera, dopo aver cenato dai nonni, sulla via del ritorno mio padre passasse vicino alla stazione dalle zie. Le “zie” erano le prostitute. Le salutavamo dal finestrino e loro ricambiavano. Io e mia sorella non sapevamo che cosa facessero, pensavamo che si baciassero con degli uomini. Una sera una di loro aveva aperto l’impermeabile e sotto era nuda, eravamo scoppiati tutti a ridere, compresa mia madre. Non c’era nessuna malizia, solo allegria, come fosse un carnevale. Qualche anno dopo, a casa di un mio compagno di classe, ho raccontato, con tutta l’ingenuità possibile, che da piccolo insieme alla mia famiglia andavo a guardare le prostitute. Ricordo ancora la faccia di sua madre, scioccata. Ha detto che era una cosa brutta, che quelle ragazze erano tristi, sfruttate, facevano qualcosa di illegale e che bisognava toglierle dalla strada. Fino a quel momento non avevo mai creduto che facessimo qualcosa di sbagliato. Quando ho visto 81 di Fellini, c’è stata una scena che mi ha fatto ripensare alla faccia della madre del mio compagno. Un gruppo di ragazzini scappa dal collegio dei salesiani e corre sulla spiaggia a cercare la Saraghina, una prostituta che vive lì, dentro una baracca. Le danno dei soldi e le chiedono di balla-re per loro. Ridono, saltano e si divertono di fronte alla danza della Saraghina, finché all’improvviso sbucano due preti, e attraverso il loro sguardo la scena cambia completamente, perdendo tutta la sua innocenza.

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