set 102012
 

Alcune sere fa mi trovavo in un ristorante in compagnia di un vecchio amico e la sua vivace figlia di dieci anni. Insieme formavamo un terzetto che potrebbe aver incuriosito i nostri vicini di tavolo nel caso avessero colto i nostri dialoghi durante la serata; dialoghi che passavano fluidamente dall’economia, ai viaggi, da Art Attack (e qui unanime interesse) al giudizio sulla qualità dei dolci nei vari locali.
Mentre cenavamo ad un certo punto è entrato il venditore di rose, essere cibernetico creato segretamente dalle donne in grado di fornire l’I.R.A. (Indice Residuo Amoroso) degli uomini.
Se osservate con attenzione i movimenti del venditore di rose all’interno del locale e la reazione degli uomini non vi sarà difficile individuare il tipo di relazione che intercorre tra le coppie sedute ai tavoli.
Amanti. L’uomo compra le rose, la donna sorride ed approva.
Primi appuntamenti. L’uomo compra le rose ma tratta su prezzo. Deve dimostrare d’avere “polso”. La donna, mostra un lieve imbarazzo ma comunque sorride e approva.
Fidanzati. Questa è la situazione meno prevedibile. La coppia è quasi sempre giovane e spesso con pochi soldi in tasca. I due fanno gli indifferenti contando sul fatto che il venditore prima o poi sparirà dalla loro vista (non lo vedo = non esiste). C’è la possibilità che l’uomo prenda coraggio e compri le rose consapevole del fatto che questo lo costringerà a pane e latte per un mese…ma questo è amore. La donna sorride e approva.
Marito e moglie. Per l’uomo l’arrivo del venditore di rose è fonte di stress. Se compra le rose la moglie potrebbe pensare:
A) Devi farti perdonare qualcosa?
B) Stupido! Ti sembra questo il modo di buttare via i soldi?
C) Comunque sia stasera non te la do lo stesso.
Se invece non compra le rose:
A) Lo sapevo che non mi ami più come un tempo.
B) Proprio il più taccagno dovevo sposare.
C) Questo pensa solo a mangiare, dormire e guardare la tivù steso sul divano.
Che l’uomo decida o meno di comprare le rose la situazione non cambia, la donna lo fisserà con occhi freddi e inespressivi.
Chiuse le osservazioni sulle coppie presenti al ristorante e concentrato sul tema del momento (ma Art Attack è un format della Disney?…) non mi ero accorto che il venditore di rose si era fermato al nostro tavolo. Il primo a reagire a quella inaspettata presenza è il mio amico che lo liquida con il classico “no grazie”; il venditore ci squadra tutti e tre e si allontana.
Due uomini e una bambina: forse il venditore di rose ha pensato fossimo una Coppia di fatto con prole. Al di la del fatto che nel nostro caso la situazione era ben diversa il mio primo pensiero è stato: – Caro venditore di rose, probabilmente ti trovi in Italia da troppo poco tempo per conoscere la nostra realtà.
Forse avresti venduto le tue rose se di fronte a te ci fosse stata una famiglia Iberica, Scandinava, ecc.. (Vedi mappa) qui, al momento, di sicuro no. Sottolineo il “forse” riguardo la vendita perché di sicuro i precedenti punti A-B-C valgono per le coppie gay come per le copie etero.
L’amore è bizzoso, vendere le tue rose sarà sempre difficile.-

ps: Unica nota dolente della serata. Quando siamo andati a pagare la cassiera ha regalato un lecca lecca alla bambina. A noi adulti…niente! Sgrunt!!

apr 162012
 

Nell’aprile del 2008 pubblicavo un post dedicato ad un piatto povero della nostra tradizione, era anche l’occasione per parlare della mia nonna allora ottantottenne. A due anni di distanza riprendo il filo del discorso perché (matematica non mente) nonna Gina questo sabato ha raggiunto quota 90 anni ed abbiamo deciso di farle una festa come si deve portandola fuori a pranzo in un bel ristorantino.
I giorni che hanno preceduto la festa sono stati un po’ tesi perché c’era la necessità di riuscire a mantener il segreto per farle la sorpresa ed allo stesso tempo c’era quella piccola apprensione legata ai suoi momenti di alti e bassi dovuti all’età.
Incombeva sempre il rischio che sabato non la cogliessimo in un buon momento di forma mettendo a rischio lo svolgimento della festa.
In questo siamo stati fortunati e la conferma del suo buon momento lo abbiamo avuto quando, giunti in ristorante, ha iniziato a sfornare alcune delle sue “sagaci” osservazioni, tipo: “Visto? Oggi è il giorno 14 e siamo 14 a tavola!”. (Incontestabile).
Non mi voglio dilungare oltre in questa storia fatta di chiacchiere tra una portata e l’altra e aneddoti più o meno simpatici legati al passato. Ne cito solo uno che mi vede protagonista (ma si…distruggiamo definitivamente la mia reputazione).
Si narra che un giorno di Natale di tanto tanto tanto tempo fa (avrò avuto tre anni) mia madre rincasando dal lavoro mi trovasse dormiente e russante sul divano.
Mio zio, allora quattordicenne, raccontò che al termine del pranzo di Natale mi ero impossessato delle bottiglie semivuote di spumante e le avevo “ripulite” al grido di “Che bon! Che bon!”. Prima che riuscissero a fermarmi avevo bevuto spumante sufficiente a rendermi zigzagante per il corridoio ed in seguito crollare sul divano.
Chissà..forse questa sbronza precoce spiega perché per anni sono stato praticamente astemio.
Due note conclusive.
La foto di presentazione mostra la prima apparizione pubblica del sottoscritto, accanto a me nonna Gina che non mi sta accarezzando ma reggendo in piedi.
Aggiungo poi una nota di merito ai ragazzi de “L’Altra Mirandolina” di Jesolo, un locale nato come pizzeria, dove si usa la pasta madre e prodotti base di ottima qualità, che di recente si è convertito anche alla cucina. I ragazzi arrivano da precedenti esperienze dove la buona cucina la faceva da padrona, quindi una scommessa vinta in partenza.
Qui sotto un collage d’immagini…rubacchiate dal pranzo dove spiccano tartare di tonno, gamberoni, un buon risotto….gnam!

gen 182012
 

“Oh Romeo Romeo perché sei tu Romeo!?” – “Beh…un attimo, calma! Intanto chiamami Pompeo e non Romeo!” -
Come minimo fareste un balzo sulla poltrona se durante una rappresentazione teatrale vi proponessero questa brusca variazione nel testo di Romeo e Giulietta, il classico che più classico non si può. Eppure se lo spirito del teatro dovesse in qualche modo intaccare il mondo reale una situazione del genere potrebbe capitare davanti ai nostri occhi.
Questa contorta introduzione mi serve per raccontare la storia di Pompeo C. serenamente deceduto di vecchiaia poche settimane fa.
Ai miei occhi Pompeo C. aveva duecento anni! Ero bambino e lui era già vecchio. Un uomo alto e magro che indossava estate ed inverno una giacca grigia e che a bordo della sua bicicletta passava davanti alla mia casa portando sempre alcune cassette di verdura in equilibrio sul manubrio. Sprezzante dell’età che avanzava, sprezzante dei pericoli della strada (negli ultimi anni la vicina provinciale è diventata quasi un autodromo), sprezzante delle cadute e dei rimproveri di polizia municipale, carabinieri e finanzieri Pompeo C. ha continuato a girare con la sua bicicletta fino a pochi mesi dalla sua morte.
Qualche giorno fa, avendo l’occasione di passare per il cimitero, decisi di far una visita alla sua tomba e li, di fronte alla lapide, ecco la scoperta: Il vero nome di Pompeo C. in realtà era Romeo C.! Rimasi stupito dalla “rivelazione” così come erano rimaste stupite (ho saputo in seguito) le persone che avevano partecipato al funerale. Pochissimi erano quelli che conoscevano il vero nome di Pompeo C. (per me rimarrà tale).
La cosa mi ha fatto riflettere non poco. E’ vero che i soprannomi esistono da sempre; dalle mie parti Giovanni era Bepi, Antonio era Toni, ecc… forme contratte del nome originale oppure nomignoli di pura fantasia, ma qui si parla di un nome reale sostituito da un altro nome reale! E non si tratta di un episodio isolato: ricordo il caso di un uomo ricoverato in ospedale dopo un incidente stradale. Ad un’infermiera venne detto “In pronto soccorso è arrivato un tale *** **** , è un tuo parente?” – “Non so chi sia” – Aveva risposto lei. In realtà era suo zio ma lei, come tutti, lo conosceva con un nome che non era quello scritto sui documenti.
Situazioni analoghe possono presentarsi anche con i cognomi. Faccio un esempio personale. La mia famiglia ha un cognome tipicamente Veneto e diciamo “ordinario” ma per la gente della zona (…le vecchie famiglie) siamo conosciuti come “bùscarei”, forma alterata di “bruscar” ovvero “potare”, questo perché i miei…avi lavoravano nei frutteti/vigneti. In questo esempio il soprannome è facilmente riconoscibile ma conosco famiglie dove le cose si complicano e di parecchio. Immaginate una ipotetica famiglia Bianchi conosciuta come famiglia Rossi, ecco, questa è la situazione.
Ora mi chiedo: questo giocare con nomi e cognomi è caratteristico solo del triveneto o funziona così anche altrove? E poi, che senso ha sostituire nomi e cognomi veri con soprannomi altrettanto veri? Se qualcuno me lo sa spiegare……

giu 292011
 

E sono 24. Il mio “cuginetto” ha festeggiato il proprio compleanno con una festa alla sua maniera, barbecue in giardino e musica fino all’alba.
Con il passare degli anni queste feste diventano sempre più tranquille, si mangia, si beve, si canta… ma la caciara adolescenziale sta lasciando il posto ad una forma di divertimento più sobria, più matura; ci sono sempre un paio di signorine dal “bicchiere allegro” che riescono a farsi riconoscere ma comunque nulla a che vedere con le performance e le conseguenze subite da miss versami da bere.
Quasi come fosse un rito, il giorno dopo la festa la famiglia si è riunita in una simil-assemblea-condominiale dove, tra una chiacchiera e l’altra, sono usciti i ricordi di 24 anni fa.
Fu un giugno particolare perché in quei giorni sia mia madre che entrambi i miei nonni erano ricoverati in ospedale. Circostanza che portò al rientro/arrivo a casa di ben quattro persone nel giro di poche ore. Ovvio che ci fosse una certa euforia nell’aria vista la coincidenza di tutte queste belle novità eppure,ancor oggi, l’immagine più forte legata a quel giorno è quella dell’incontro del neonato con il cane che avevamo allora.
Rochi (questo era il suo nome) era quello che oggi si definisce un bastardino ma che allora si poteva ancora considerare pùmaro, ovvero il cane del contadino, il cane del pollaio. Rochi non entrava mai in casa, il suo posto era lo zerbino davanti all’ingresso, la porta poteva rimanere aperta eppure lui non varcava mai la soglia…fino al quel giorno.
Il bambino venne portato in casa dai miei zii (attenzione, non i genitori del piccolo ma due persone comunque ben conosciute dal cane) che lo appoggiarono con la sua cesta sopra il divano. A quel punto il cane, trovata la porta aperta entrò e lentamente si avvicinò al divano, li si fermò e rimase a guardare il bambino.
Dopo qualche istante la zia fece per avvicinarsi ma si fermò subito perché, tra lo stupore di tutti, il cane le ringhiò contro. Rochi in quel momento aveva “adottato” il bambino.
Nei mesi successivi ogni volta che il piccolo venne portato fuori di casa il cane gli rimase sempre accanto. L’immagine che abbiano di quel periodo è quella di mio cugino in braccio a sua madre seduta in giardino. Ed il cane sotto la sedia.