Entriamo nel piccolo ristorante dove abbiamo prenotato per la cena.
La titolare ci accompagna al tavolo e dice:-”Strana serata, ai tavoli ci sono soltanto uomini.”- : Ci guardiamo intorno ed in effetti è così.
Solo più tardi arrivano un paio di coppie “miste”.
La domanda è: donne, dove siete questo venerdì sera? Tutte a dieta?

 

La figlia adolescente dice al padre: – “Papà! Stavo facendo il bagno ed è finita l’acqua calda”! – Il padre rimane di sasso. Ha rinnovato da poco l’impianto di riscaldamento; impianto che gli è costato un super-mega-investimento.
Un sistema ibrido pellets-legna-pannelli solari ad altissimo rendimento (mi ha pure spiegato il funzionamento ma non sto qui a dilungarmi….). L’impianto prevede un sistema d’accumulo d’acqua calda di ben 300 litri, possibile che il “gioiello” sia andato in tilt?
La realtà, scopre poi, è molto più semplice. La figlia è entrata in bagno, ha aperto l’acqua calda, è tornata in camera da letto, ha scelto cosa indossare, è tornata in bagno portando con se un lettore musicale, l’ha acceso e lo ha ascoltato per un po’. Infine si è decisa…ed ha iniziato a lavarsi con quel poco di acqua calda che le era rimasta.
Al termine del racconto il padre mi ha detto:- “ L’estate prossima la mando a lavorare.
E’ arrivato il momento che cominci capire il valore delle cose…..”.

 

Introduzione: Per chi non conosce il Veneto orientale è doverosa una spiegazione prima di “narrare” la storia vera e propria.
Una delle strade che porta verso il mare segue per buona parte del suo percorso il fiume Sile e, a soli 15 minuti dalle spiagge, con un piccola deviazione dal percorso ci si può fermare all’osteria Pavan.
Un osteria che ha tutte le caratteristiche delle vecchie osterie di campagna, quindi nulla a che vedere con i locali e le attività delle vicine località balneari ed ancor meglio nulla a che vedere con attività legate al mondo del turismo di montagna.
Questo chi vive in zona lo sa bene…o almeno così dovrebbe essere.

La storia: Dino e Silvano sono due “creature acquatiche”; vivono in una località balneare e dedicano buona parte del loro tempo ad attività legate a questo mondo.
Tuttavia sono anche due appassionati di montagna e quando ne hanno l’occasione prendono l’auto e partono per una giornata dedicata alla sci. Può capitare che ai due si uniscano anche altre persone, un’occasione per passare in allegra compagnia le ore dedicate alle piste.
Il Giorno che alla compagnia si unì Giulia non fu diverso dagli altri: partenza di primo mattino, uno spuntino veloce e poi via a sfrecciare sulle piste fino al tardo pomeriggio.
A quel punto i tre, stanchi ma contenti per la bella giornata passata tra le nevi, prendono la strada per casa e tra una chiacchiera e l’altra parte la domanda che segnerà per sempre questo giorno nella storia.
“Giulia. Hai conservato lo skipass?” – “No. Perché? Avrei dovuto?”- Rispose lei perplessa -”Certo, tra poco ci fermeremo allo…Sci Club presso l’osteria Pavan per il rimborso dell’Iva. Basta consegnare lo skipass e ti danno subito i soldi”. Giulia rimase senza parole, nessuno fino a quel momento le aveva mai parlato di rimborsi Iva per lo skipass. Possibile?
Arrivati all’osteria i due uomini scesero dall’auto. “Tu non vieni Giulia?”- “No, io vi aspetto qui, tanto sono senza skipass” – Rispose lei.
Dino e Silvano entrarono nell’osteria a bersi un’ombra.
Risaliti in auto la conversazione  prese strada verso altri temi. Ci sarebbero state altre occasioni per decidere se e quando spiegare a Giulia che non esiste nessun rimborso Iva per lo skipass e che si era trattato solo di uno scherzo.

Immagine elaborata da: arthursclipart.org

 

La mia esperienza lavorativa alle poste è stata breve ma non priva di emozioni tanto che ancora oggi mi chiedo se il mio sia stato un caso eccezionale figlio di quel particolare momento o se per un postino si tratti di normale amministrazione perché, se così fosse, ognuno di loro potrebbe scrivere un succoso libro di memorie al termine della propria carriera.
Ora, per tutta una serie di motivi legati (giustamente) ad un fatto di riservatezza non posso raccontare tutto che ho visto e che mi è capitato ma i brevi episodi che andrò a descrivere penso riusciranno a dare un quadro abbastanza preciso della vita di un novantista.
Come ho scritto nel post che ha anticipato il presente buona parte del mio lavoro consisteva nella consegna dei telegrammi. Telegrammi a volte tristi come quelli legati al lutto ed alle conseguenti condoglianze di parenti ed amici ma anche momenti più gioiosi come le felicitazioni per l’arrivo di un bebè o un matrimonio.
Ecco, in questo caso se la consegna dei telegrammi coincideva con la data/vigilia del matrimonio (generalmente di sabato) potevo benissimo evitare di far colazione perché regolarmente venivo strappato dal mio motorino e trascinato in casa dal padre della sposa che mi teneva sequestrato fin quando non accettavo di magiare qualcosa dal buffet e/o prendevo qualche lira di mancia.
E’ capitato di dover consegnare telegrammi a più coppie di sposi nella stessa giornata. Un dramma! Al terzo matrimonio tu sei pieno come un uovo e prigioniero del padre della sposa che non ti lascia andare finché non hai finito le tue tartine!
Restando in tema telegrammi, un giorno, mentre già mi stavo preparando per andare a casa una collega mi dice di aspettare un po’ perché c’è “qualche” telegramma dell’ultimo momento da consegnare. Si trattava della convocazione per “non so che” di tutti i medici della città! Ricordo che partii con la borsa colma di telegrammi (allora non immaginavo ci fossero così tanti dottori) e che al termine delle consegne ormai era buio pesto tanto che, al mio rientro in ufficio, il direttore (mi aveva aspettato) m’invitò a telefonare subito a casa visto che la mia famiglia mi aveva dato per disperso.
Come ho detto in quel momento scoprii che c’erano molti dottori in città ma in quel periodo scoprii (se ce n’era bisogno) che esistevano anche tanti malati. Spesso mi capitava di consegnare piccoli pacchetti di medicinali provenienti anche dall’estero; entrare nelle case della gente mi fece vedere la vita (per me allora giovanissimo e spensierato) in modo diverso.
Entrare nelle case della gente, cosa per me obbligatoria perché, a differenza del normale postino, io dovevo sempre ottenere una forma di ricevuta per quello che consegnavo, significò anche fare degli incontri , diciamo, curiosi. A parte quelli che non volevano accettare la posta (multe, atti giudiziari…) inventando le scuse più banali come “io non so scrivere” o (geniale!) “non ricordo il mio nome” capitò anche di trovarmi di fronte ad una signora completamente nuda che, non solo tergiversava sulla firma di una raccomandata, ma insisteva nel farmi entrare in casa con dei ripetuti “si accomodi giovanotto”.
Risparmiatevi le battute facili: trovarsi di primo mattino davanti ad una donna palesemente reduce da una sbronza (la fiatella anche a due metri non perdona…) che tenta d’insidiare il giovane impegnato nel fornire il suo pubblico servizio non è cosa semplice. Forse anche meno traumatico delle cadute dal motorino causate dal peso della posta.
Una sola per la verità ma che ferì il mio orgoglio più che il fisico; accadde in uno dei primi giorni di lavoro quando (ricorderete) operavo da “cargo” per rifornire di posta i colleghi nel loro giro. Una ripida discesa seminascosta, una borsa stracolma di posta sistemata appena sopra il fanale e BUMM!, il motorino fa una capriola in avanti degna di un tuffo da medaglia olimpica! Peccato che sul motorino ci sia anche il sottoscritto a minare la qualità della performance ma forse è solo un dettaglio.
Concludo con la questione cani, da sempre nemici dichiarati dei postini. Appena assunto tra i tanti suggerimenti ricevuti dai colleghi ne ricordo uno in particolare.
Ricorda (dissero), se devi consegnare della posta alla famiglia Ve**** o anche solo passare davanti alla loro casa accertati che la loro cagna sia incatenata, se è libera passa oltre, non fermarti. Mi dissero che in un giorno di pioggia un loro collega si era recato dalla famiglia in auto (una 500) ed il dolce animale gli aveva bucato una ruota a morsi! Verità? Leggenda? Non so. Vero è che si trattava di un grosso cane nero dall’aspetto poco rassicurante, nel dubbio evitai ogni forma d’incontro ravvicinato.
Incontro che non riuscii ad evitare con un altro cane anche se cane è una definizione generosa per quella specie di “topo” domestico. Stavo di fronte ad una casa con il giardino all’americana (senza recinzione) e quel coso peloso mi si era avvicinato tutto tremante; non ritenendolo pericoloso avanzai in direzione della casa e fu li che la piccola carogna spiccò un balzo incredibile per la sua statura, mi batté sul petto per poi rimbalzare sul terreno ed allontanarsi piagnucolando. In quel momento si aprì la posta della casa ed usci la proprietaria che dopo aver preso la raccomandata si scusò per il comportamento del suo cagnolino. Non ci sono problemi, dissi, e mi allontanai verso il motorino guardando la carognetta che mi fissava da sotto la siepe con un’espressione visibilmente soddisfatta.

(Immagine: rielaborazione tratta da search-best-cartoon.com)

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