Per terminare una cena in bellezza, o anche solo per spezzare il ritmo tra le varie portate, può risultare gradevole il consumo di un buon sgroppino al limone.
Ma cos’è questo sgroppino? Molti lo definiscono una variante alcolica al sorbetto ma su questo ci sarebbe forse da discutere visto che il sorbetto, di base, è più denso e quindi da consumare al cucchiaio mentre lo sgroppino, più fluido, si beve.
Lasciando ad altri questo dilemma diciamo che lo sgroppino è una bevanda nata in Veneto qualche secolo fa e che probabilmente il suo nome (sgropìn) derivi da “sgroppare/sciogliere” un groppo, o meglio, nel nostro caso, aiutare lo stomaco a far scorrere le abbondanti pietanze che lo hanno appena ingolfato.
Gli ingredienti base dello sgroppino sono: gelato al limone, vodka e prosecco da dosare e variare in base alle numerose scuole di pensiero. C’è chi tende a dosare vodka e prosecco al 50% oppure, ridurre a 1/4 la dose del prosecco, eliminarlo o sostituirlo con altri vini secchi. Altri ancora aggiungono un po’ di panna liquida per renderlo ancora più cremoso. La parte alcolica può essere anche completamente ignorata ed il gelato al limone può essere sostituito da pompelmo, caffè, ecc… ma qui ci allontaniamo dalla ricetta originale.
Preparazione. Oggi i locali dove si fa un gran consumo di sgroppino tendono ad usare l’apposta macchina simile a quella per la preparazione della granita ma per consumi più modesti e per una preparazione più fine si può lavorare il prodotto sia con la frusta che con il frullatore (meglio la prima soluzione).
Il gelato va messo in un recipiente e lasciato ammorbidire in po’ quindi si inizia ad aggiungere vodka/prosecco mescolando (frullando) il tutto lentamente fino a rendere il composto omogeneo e senza grumi. Bastano pochi minuti, non si deve esagerare con il mescolare per evitare che il composto si scorpori. Una volta pronto si passa lo sgroppino in una caraffa e quindi ai bicchieri dei commensali.
Ed ora bevete brava gente ma senza esagerare. ![]()
Nota: Questo post è dedicato a Gilda. Se una Veneta non sa o non ricorda cosa sia lo sgroppino è dovere civico di un suo conterraneo porre immediato rimedio. Fatto.
Prosit.
Sono molte le maschere di carnevale ad avere un aspetto sinistro.
Già la parola stessa, maschera, ha origini poco allegre; màsca, masc, sono termini del periodo medioevale che stavano ad indicare streghe e stregoni o anche fantasma in epoche più remote.
Nell’evolversi del significato non si può escludere l’influenza Araba con i verbi burlare o deridere ma qualunque sia la vera origine della parola ne resta comunque il significato per niente allegro, nonostante si accosti l’uso della maschera quasi sempre ad un ambito festoso.
Tra tutte le maschere che conosco una in particolare mi ha sempre inquietato. La figura di un uomo avvolto da un mantello nero, un ampio cappello sulla testa ed il viso celato da una grottesca maschera dove spicca un vistoso becco d’uccello. Si tratta del “medico della peste” e non è una maschera nata dalla fantasia popolare ma una vera e propria uniforme che i medici Veneziani indossavano quando la peste mise in ginocchio la città.
All’epoca la medicina si muoveva ancora a cavallo tra superstizione, intuizioni e spiragli di scienza. La peste era vista come un male portato dagli spiriti se non addirittura come “castigo di Dio” e per questo veniva affrontata indossando un abito “pauroso”. L’unico debole aggancio scientifico stava nel vistoso becco della maschera (pensata dal medico Francese Charles de Lorme) che conteneva delle erbe medicamentose, utili a contenere le esalazioni malsane dei corpi in putrefazione ma dalle opinabili proprietà protettive dal contagio; a questo dava maggiori garanzie di successo la bacchetta che il medico della peste usava per scostare le vesti dei malati senza toccarli.
Passati gli anni terribili del morbo l’uniforme si trasformò in maschera vera e propria diventando uno dei tanti ingredienti del carnevale Veneziano. Non sappiamo se questo sia dovuto al suo aspetto grottesco o sia stata una scelta per esorcizzare il dolore del passato, difficile dirlo, certo è che oggi non tutti conoscono le origini di questa tragica maschera (possiamo veramente dirlo).
Chissà se, e quante, maschere che vorrebbero divertirci nei giorni di carnevale hanno un passato altrettanto triste…
Immagine: Elaborazione di un acquerello di Giovanni Grevenbroch
Quaranta giorno dopo Pasqua la tradizione Cristiana celebra l’Ascensione, ovvero la salita di Gesù al cielo dopo la sua resurrezione. Per la città di Venezia questa festa assume un doppio significato; oltre a quello strettamente religioso si somma anche quello storico legato agli anni d’oro della Serenissima: il tutto prende il nome di “Festa della Sensa”.
La storia avrebbe inizio nell’anno 1000 proprio il giorno dell’Ascensione (in quell’occasione il 9 maggio) quando il Doge Pietro Orseolo II soccorse con la sua flotta la popolazione della Dalmazia minacciata dagli Slavi. Da quel giorno si cominciò a festeggiare “la Sensa”, ma solo molti anni dopo (nel 1177) in occasione del trattato di pace tra Papato (Papa Alessandro III) e Impero (Federico Barbarossa) firmato proprio a Venezia in presenza del Doge Sebastiano Ziani, la festa prese corpo in tutto il suo splendore. L’immagine simbolo della festa era lo Sposalizio del Mare; un rito probabilmente di origini pagane “sdoganato” al Cristianesimo da Papa Alessandro III. In questa occasione una processione di barche usciva in mare dalla bocca di porto di San Nicolò con alla testa l’imbarcazione del Doge (nel periodo più glorioso di Venezia questa barca era il mitico Bucintoro) che suggellava il matrimonio gettando un anello in mare.
Oggi la Festa della Sensa ha perso buona parte del suo significato originale assumendo quello di rievocazione storica. Il Bucintoro non c’è più, il Doge è stato sostituito dal Sindaco e nel corteo hanno trovato posto delle imbarcazioni sportive appartenenti alle principali società remiere Veneziane. Alla festa sono legate manifestazioni culturali, assegnazioni di premi, mercatini e competizioni di voga; quanto basta per rendere la Sensa un’occasione da non perdere per chi si trovasse a passare dalle parti di Venezia in questi giorni.
(Immagine da: venise-voyage.org)
In un freddo e ventoso sabato post-natalizio giravamo per Venezia. Arrivati nel sestiere di Canareggio (i sestieri sono i “quartieri” Veneziani) abbiamo deciso di visitare l’annuale mostra di presepi esposta presso la Chiesa della Maddalena. Anche in questa occasione ho scattato alcune foto (che pubblico qui). Le immagini non sono di altissima qualità, per realizzarle ho utilizzato un telefonino, spero comunque non sminuiscano la bellezza di questi piccoli capolavori.
Due piccole note a margine: A) se doveste capitare in zona in questi giorni di freddo vi consiglio di fare tappa nella vicina caffetteria/torrefazione a bere una cioccolata calda…vi darà una gustosa botta di energia!
(la incontrate arrivando dalla stazione ferroviaria). B) l’ultima foto mostra un dettaglio del ponte di Calatrava dove potete vedere la firma lasciata da un writer…alla faccia della “rigida” sorveglianza al ponte tanto pubblicizzata.