Se esistono la festa della Mamma e la festa del Papà perché in risposta alla festa della Donna non c’è la festa dell’Uomo?A questa candida ma lucida domanda che spesso sento porre dai bambini possiamo (e dobbiamo) dare una risposta.
Qui non parlerò della festa della Donna che tutti dovremmo conoscere non solo dal punto di vista giocoso ma anche, e soprattutto, sotto l’aspetto storico. Per eventuali approfondimenti vi rimando a pagine più serie e documentate.
Per quanto riguarda l’esistenza della festa dell’uomo la risposta in questo caso è “NI”.
Non esistono motivi storici o religiosi a dare un tono d’ufficialità all’evento, di conseguenza date e modalità del festeggiare sono cambiate nel tempo e differiscono da zona a zona, unico aspetto in comune: la goliardia. Va precisato che da qualche decennio il giorno della festa è diventato stabilmente il 2 Agosto, questo in particolare lungo l’arco Alpino e trova a Monteprato, una frazione di Nimis (Udine), il luogo deputato ai festeggiamenti più “seriamente-goliardici” con una sagra ormai popolare in mezza Europa .
Come tutte le feste degne di questo nome mangiare e bere sono “ingredienti” fondamentali del successo. Nel caso della festa dell’Uomo, forse perché manca l’ufficialità citata in precedenza, non ci sono (per il momento) delle pietanze assimilabili all’evento per cui ci si affida alla fantasia del momento.
Dalle mie parti, ad esempio, si usa preparare dei dolcetti a base di ricotta, cocco macinato e cacao ed il 2 Agosto ogni bravo maschio deve mangiare 2 di queste “palline” come forma di rituale….propiziatorio. ![]()
Questi dolcetti sono abbastanza conosciuti, io ve li propongo nella mia versione piuttosto “light” se paragona ad altre versioni che prevedono un uso massiccio di zucchero. Gli ingredienti possono venir dosati con una certa flessibilità, io come riferimento uso la busta del cocco, il resto viene di conseguenza.
Ingredienti.
Una busta da 250 grammi di cocco macinato.
3 etti di ricotta.
1 etto di zucchero.
50/70 grammi di cacao amaro.
1 bicchierino di liquore a piacere (ho usato del Martini).
Unire la ricotta, lo zucchero e buona parte del cocco fino ad ottenere un impasto omogeneo aggiungendo il liquore al bisogno.
Aggiungere il cacao a piacere. Quanto basta a dare il “giusto colore” all’impasto, quindi fare delle palline che andranno poi passate sopra il cocco macinato che abbiamo avanzato. Porre le palline dentro le apposite formine di carta o, più semplicemente, in un piatto senza farle toccare tra loro (così non si attaccano), quindi metterle in frigo per qualche ora. A questo punto sarà possibile metterle in un unico piatto/vassoio senza il rischio di vederle appiccicate le une alle altre.
Rischio inesistente se i dolcetti verranno divorati in un lampo!
Nota: consiglio di fare delle palline piuttosto piccole. Con il dosaggio presentato ho fatto meno di trenta palline. È un numero che si può superare, ne guadagna anche la capacità d’inghiottire i dolcetti da parte dei vostri ospiti.

E sono 24. Il mio “cuginetto” ha festeggiato il proprio compleanno con una festa alla sua maniera, barbecue in giardino e musica fino all’alba.
Con il passare degli anni queste feste diventano sempre più tranquille, si mangia, si beve, si canta… ma la caciara adolescenziale sta lasciando il posto ad una forma di divertimento più sobria, più matura; ci sono sempre un paio di signorine dal “bicchiere allegro” che riescono a farsi riconoscere ma comunque nulla a che vedere con le performance e le conseguenze subite da miss versami da bere.
Quasi come fosse un rito, il giorno dopo la festa la famiglia si è riunita in una simil-assemblea-condominiale dove, tra una chiacchiera e l’altra, sono usciti i ricordi di 24 anni fa.
Fu un giugno particolare perché in quei giorni sia mia madre che entrambi i miei nonni erano ricoverati in ospedale. Circostanza che portò al rientro/arrivo a casa di ben quattro persone nel giro di poche ore. Ovvio che ci fosse una certa euforia nell’aria vista la coincidenza di tutte queste belle novità eppure,ancor oggi, l’immagine più forte legata a quel giorno è quella dell’incontro del neonato con il cane che avevamo allora.
Rochi (questo era il suo nome) era quello che oggi si definisce un bastardino ma che allora si poteva ancora considerare pùmaro, ovvero il cane del contadino, il cane del pollaio. Rochi non entrava mai in casa, il suo posto era lo zerbino davanti all’ingresso, la porta poteva rimanere aperta eppure lui non varcava mai la soglia…fino al quel giorno.
Il bambino venne portato in casa dai miei zii (attenzione, non i genitori del piccolo ma due persone comunque ben conosciute dal cane) che lo appoggiarono con la sua cesta sopra il divano. A quel punto il cane, trovata la porta aperta entrò e lentamente si avvicinò al divano, li si fermò e rimase a guardare il bambino.
Dopo qualche istante la zia fece per avvicinarsi ma si fermò subito perché, tra lo stupore di tutti, il cane le ringhiò contro. Rochi in quel momento aveva “adottato” il bambino.
Nei mesi successivi ogni volta che il piccolo venne portato fuori di casa il cane gli rimase sempre accanto. L’immagine che abbiano di quel periodo è quella di mio cugino in braccio a sua madre seduta in giardino. Ed il cane sotto la sedia.
Nell’occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, come qualcuno ha notato, questo blog è rimasto silenzioso. Non ho pubblicato post che trattassero l’argomento, ne ho lasciato commenti di alcun genere nei blog frequento.
Questo non per disinteresse al tema (tutt’altro) ma perché, come credo d’aver detto ancora, questo blog, salvo rarissime occasioni, “non sta sulla notizia”.
Altri, molto più bravi di me, sanno cogliere il momento e coinvolgere i loro lettori nella lettura delle “news”.
Io invece, quando posso (e se riesco) cerco di trattare i temi fuori dal loro contesto temporale; vedi ad esempio il caso “Rosarno” che trattai in Dicembre e non in Gennaio (anniversario) ponendo l’attenzione sul fattore prezzo delle arance e non sulla pura cronaca dei fatti.
Detto questo eccoci a parlare dell’anniversario dell’Unità d’Italia.
Ormai credo si sia detto praticamente tutto e non è certo il caso che mi unisca al coro, per questo motivo mi limito ad elencare del brevi “flash”, delle testimonianze raccolte prima e dopo il 17 marzo.
Io – Per me è stato giorno di riposo (niente lavoro). L’aspetto curioso è che per la mia categoria professionale si è deciso di attingere al monte ore delle festività soppresse, quindi, dalle 209 ore di ferie che mi spettano ogni anno sono state tolte le 8,20 ore che avrei dovuto lavorare quel giorno. Morale: per me il 17 marzo è stato un giorno di “ferie obbligatorie”.
La scuola – chiusa.
Palestra e piscina – Aperte (parliamo della stessa struttura che ospita la scuola).
Il falegname – Normale giornata di lavoro con costi maggiorati per il pagamento degli straordinari.
Il dentista – Studio regolarmente aperto.
Negozianti – Molti obbligati a rimanere chiusi con tanto di ordinanza comunale.
Supermercato – Regolarmente aperto fino alle 19,30.
Queste sono alcune “curiosità” che ho racconto nei giorni scorsi.
Piccole testimonianze che non hanno la pretesa di rappresentare un ipotetico valore statistico o cose del genere ma solo evidenziare qualche contraddizione nella gestione dell’evento.
In ogni caso…buon compleanno Italia! Ecco, alla fino l’ho detto.
