Fuori dei confini Veneti, se parliamo di musica e dialetto, a questa regione non vengono associate tante immagini.
Forse solo tre: quella legata ai cori degli Alpini e la Grande guerra, quella dei canti popolari a volte ridotti a semplice macchietta (mangia polenta, bevi vino…) e quella più recente dei Pitura Freska, band che ha portato la sua ironia fino al festival di Sanremo.
Altre band hanno cercato di emergere, di uscire dalla limitata popolarità territoriale senza però avere molta fortuna, anche se qualche piccola eccezione non manca,  e tra queste possiamo citare i Trevigiani Radiofiera, band in attività dai primi anni novanta che ha frequentato gli stessi palchi di gente come Nomadi, Litfiba e 99 Posse.
Il loro è un folk-rock denso d’impegno e poesia che esce dagli stereotipi polenta-vino che citavo prima e che gli ha comunque permesso d’avere il seguito di un pubblico piccolo ma affezionato.
Anche per questo la band è ancora in attività dopo tutti questi anni e finalmente adesso, dopo una lunga pausa, hanno pubblicato un nuovo album d’inediti: Atimpuri dal quale è stato estratto il primo singolo “Me ciamo fora”.
Qui potete guardare il relativo videoclip e sotto leggere il test tradotto in Italiano. Il testo è stato tradotto “alla buona” dal sottoscritto. Ci sono sicuramente degli errori e delle imperfezioni, il senso del testo non dovrebbe cambiare ma resto comunque a disposizione per eventuali correzioni.

Immagine anteprima YouTube

Mi Chiamo Fuori
Padre dimmi tu se non conviene
saltare sopra un battello e lasciarsi andare
giù con la corrente giù senza far niente giù fin dove ti abbraccia il mare
padre dimmi tu se ho sbagliato
l’ho staccato quel Cristo inchiodato
l’ho tolto dalla croce l’ho pulito dal sangue secco almeno adesso dorme disteso
a me non va questa andar di frodo questo tempo insulso questo sole velenoso
non mi va chi sputa sul piatto
chi prega Dio per vincere al lotto non mi va
mi chiamo fuori non mi va
Madre dimmi tu se basterà
rimanere tutta la mia vita inginocchiato
per vedere il paradiso mangiare una tazza di riso e vivere senza essere bastonato
madre dimmi come si fa
far finta di non vedere tutto il male
abbassare la testa e gli occhi davanti a questi pidocchi
questi vermi buoni neppure per pescare
a me non va star zitto e basta davanti ad uno stupido con la testa bassa
non mi va un cuor che trema una lingua morta lacrime in terra
non mi va mi chiamo fuori non mi va
perché se questo sole anche se acceca
anche se brucia l’ho pagato
come il dolore ti piega la schiena così l’amore ti raddrizza il cuore
a me non va questo andar di frodo questo tempo insulso questo sole velenoso
non mi va chi sputa sul piatto
chi prega Dio per vincere al lotto non mi va
mi chiamo fuori non mi va

Nota: le parti di testo in grigio sono quelle che non sono convinto d’aver ben tradotto

 

Stasera vi porto a Gnocca.
Calma! Non vi agitate, che avete capito! Parlo di una località alle foci del fiume Po, un luogo tranquillo dove ritrovare la pace con l’universo e mangiare dell’ottimo pesce.
Il posto non è difficile da raggiungere anche se, chi arriva da direzione nord come noi, deve affrontare la strada Romea che non è tra le più “confortevoli” e spesso è intasata da un pesante traffico commerciale. Comunque una volta superata località Taglio di Po sembra di entrare in altro mondo; traffico e zone industriali lasciano il posto a corsi d’acqua e campagna a vista d’occhio. Le poche insegne che incontriamo parlano di di Gnocca, Gnocchetta, Donzella e Bacucco, nomi che da soli già ti fanno entrare in clima di allegria.
Quando arriviamo alla nostra destinazione [vedi mappa], troviamo una bella locanda in località Santa Giulia. Il posto come ho detto è tranquillo, poche case in mezzo alla campagna, un ponte di barche per attraversare il ramo del Po che scorre li accanto ed in lontananza la luce di un faro (Faro del Bacucco).
La locanda degli Antichi Sospiri (ma si, facciamo il nome) è attrezzata per tutte le “moderne” necessità di un cliente: escursioni, pacchetti aziendali, area bimbi, ecc… sono messe a disposizione insieme al fiore all’occhiello della locanda: la cucina!
Per stuzzicarci l’appetito sono partiti con un cucchiaio, o meglio, una pallina di dentice dal sapore freschissimo, poi è arrivato l’antipasto, praticamente una zuppa a base di cozze, vongole e fasolari con sughetto assassino. Eh già… i sughetti sono terribili perché t’invitano a consumare pane riempiendoti come una botte e facendoti arrivare in sofferenza al termine della cena! E’ seguito un delicato risotto ed infine, dopo un intervallo con una sardea in saor è arrivato il pezzo forte della serata: anguilla ai ferri e ombrina al forno. Acqua, vino bianco friulano e caffè hanno accompagnato il tutto. Niente dolce, i nostri propositi battaglieri si sono arenati di fronte allo sfinimento.
Considerate che i secondi sono stati conteggiati per due, noi eravamo tre e li c’era da mangiare per quattro. Maledetto pane che ci hai fregato all’inizio!
Devo aggiungere che anche con il conto siamo stati trattati bene. Sarà che lontano dalle “località di prestigio” i prezzi rimangono ragionevoli di loro, sarà che la titolare della locanda ci ha presi in simpatia e ci ha fatto un buon prezzo, sarà che… siamo rimasti piacevolmente sorpresi anche dal lato economico.
Vi parlavo della titolare; complice la serata infrasettimanale (tranquilla) ha passato buona parte della serata in nostra compagnia. Ne è nata una piacevole conversazione dove si è parlato della storia di quei luoghi, delle soddisfazioni e delle difficoltà che incontra con il suo lavoro.
Ci ha parlato della sua storia personale, di lei che bambina ha visto quel mondo contadino che adesso non c’è più, di quando cresciuta, sposata e trasferita a Bologna ha deciso di tornare in quei luoghi dove la vita scorre più lenta e meno stressante, lontana dal caos ed anche dal crimine. Solo per fare un esempio, a Bologna aveva subito diversi furti nel giro di poco tempo mentre li, alle foci del Po è ancora possibile lasciare le chiavi dell’auto sul cruscotto.
Purtroppo la serata non poteva durare in eterno e, sia pur arrancando, ad un certo punto ci siamo dovuti alzare per avviarci verso casa.
Non prima però di aver ammirato per qualche istante un autentico juke box anni sessanta ancora funzionate ed un registratore di cassa centenario, altri due piccoli gioielli di questa locanda.
E’ il momento di andare e di fare una promessa: tra qualche mese si torna…per il brodetto d’anguilla (bisat).

Se termini come sardea in saor o bisat vi dicono poco consiglio di fare una ricerca nei siti di ricette :D

 

Domenica scorsa nella mia città si doveva svolgere la tradizionale sfilata di carri allegorici legata al carnevale ma, a causa del brutto tempo, hanno deciso di spostare l’evento di un paio di settimane.
Non tutti sapevano di questo cambiamento di programma e così, nel primo pomeriggio, sotto una leggera pioggerella, era possibile incontrare famiglie con i bambini mascherati da zorro, fantasmi, damine,ecc… .
Preso dalla desolazione del meteo decisi di fare due passi sul lungomare e fu li che una voce attirò la mia attenzione. “Mussa che vegno!” Possibile? Pensai. Era probabilmente dal tempo della scuola elementare che non sentivo queste parole.
Camminai verso il punto dove avevo sentito la voce e fu così che ,accanto ad un chiosco, trovai un gruppo di bambini intenti a giocare. I loro abiti carnevaleschi era sgualciti e inumiditi dalla sabbia (ricordo che stava già iniziando a piovere) ma questo non era un problema presi com’erano dall’euforia del gioco.
Un gioco per tanti di loro sicuramente nuovo ma non per quel nonno (immagino) che li stava istruendo.
Il gioco, nella tradizione Veneta, chiamato “mussa che vegno” o anche “saltamussa” consiste nel saltare sulla schiena dei compagni. Più alto è il numero di giocatori che riescono a a rimanere accavallati gli uni sugli altri e più ci si diverte!
Un primo giocatore, come si può vedere dal disegno in alto, s’aggrappa ad un albero o comunque una struttura ben solida; se i giocatori sono numerosi alle sue spalle può aggrapparsi anche un secondo giocatore.
A questo punto un altro giocatore urla “mussa che vegno!” ( traducibile più o meno con “asina che vengo”), il giocatore aggrappato all’albero e gli altri eventualmente già calati sul suo groppone rispondono “vien che te tegno!” (traducibile con “vieni che ti tengo”) e si preparano a ricevere sulle spalle il nuovo arrivato che, con un balzo, deve cercare di posizionarsi il più avanti possibile in modo da lasciare posto a nuovi saltatori.
Inevitabilmente ad un certo punto la muraglia umana è destinata a crollare ma questa non è una sconfitta, è l’occasione per farsi una risata e ricominciare da capo.
Mi chiedo se in altre parti d’Italia in passato i bambino giocavano in questo modo o se solo in Veneto siamo così…masochisti. :wink:

Nota: il contenuto di questo post è da considerare come un’appendice alle mie attività sul blog dialetticon

 

L’immagine notturna inserita come introduzione a questo post mostra l’ingresso dell’Osteria di Nonta, una minuscola frazione (diciamo pure Borgo) con meno di 30 abitanti del comune di Socchieve (Udine). L’osteria è gestita dai coniugi Picotti, ovvero il signor Gianni, un simpatico personaggio dal passato avventuroso (ex marinaio) e la moglie Elvira, silenziosa e geniale padrona della cucina.
Questa coppia dimostra ancora una volta come, in certi casi, destino e passione possano superare le logiche delle “programmazioni aziendali” o anni di studio in uno specifico settore. Come detto Gianni è un lupo di mare “costretto” a prendere il timone dell’osteria ereditata dai genitori, Elvira ha una formazione da segretariato d’azienda, insomma… due persone che tutto portano nella loro storia fuorché la ristorazione.
Eppure se volete gustare i sapori della cucina carnica preparati con la maestria dei grandi chef è proprio qui che dovete andare. Il locale è piccolo, rustico, non ci sono fronzoli come è giusto aspettarsi da una osteria, ma il menù non è mai il piattone di pasta più bisteccona stile “sfamiamo il camionista” ma un susseguirsi di portate, dall’antipasto al dolce, che ti accompagna nella scoperta della tradizione di questa terra unita ad un pizzico di creatività.
La prenotazione è d’obbligo ed il menù non è “trattabile”, ogni volta è una piacevole sorpresa condizionata (grazie al cielo) dai prodotti disponibili al momento nell’orto coltivato dalla signora Elvira e dalla generosità della natura del luogo con i suoi funghi e le gustose erbe spontanee. Tra le “cose buone” che l’osteria può offrire segnalo i cjarsons, una pasta ripiena simile ai ravioli dove dolce e salato convivono in perfetta armonia, nel ripieno  possiamo trovare ricotta, marmellata, cioccolato, uvetta, erba cipollina, ecc… gli ingredienti possono essere diversi, ogni cuoco ha il suo segreto. Oltre i cjarsons troviamo il frico (una frittata di formaggio e patate) i gnocchi con gli sclopit (silene vulgaris…se a qualcuno ricordano qualcosa), gli arrosti,i formaggi, le verdure cotte, tutto insaporito dalle misteriose erbette, ed i dessert come i semifreddi e le crostate dai sapori delicati.
Una cena all’Osteria di Nonta può venir allietata anche da un’inaspettata e gradita sorpresa; come detto l’ambiente è piccolo e bisogna prenotare il tavolo, all’arrivo ci si può trovare in compagnia di alcuni sconosciuti che, dopo un paio di bicchieri di vino e gli interventi del signor Gianni tanto sconosciuti non lo sono più. Sabato sera ci sono capitati tre ragazzi di Firenze! Domanda:-”ma come diavolo siete capitati a Nonta?”- Risposta:-”Siamo in vacanza e nell’albergo dove alloggiamo ci hanno consigliato di venire a mangiare qui”- (Tipico).
Ovviamente la serata è passata nel tradizionale clima da osteria: barzellette rigorosamente sozze e critiche feroci al mondo della politica (in entrambi i casi i Fiorentini sanno farsi valere).
Al termine, mentre rientravamo verso casa, ci è preso un velo di malinconia al pensiero che quando i coniugi Picotti non avranno più le forze per continuare il loro lavoro un altro tassello di tradizione e sapori sparirà. I loro figli sono inseriti nel mondo del lavoro moderno…non ci sarà continuità.

Nota conclusiva: sembra proprio che in questo 2010 il rapporto tra le cene ed i miei vestiti non sia proprio idilliaco. Forse per una forma di presentimento mi ero tolto la felpa e l’avevo appoggiata sullo schienale della sedia cert>o di averla messa al sicuro. Niente di più sbagliato! L’amico che stava seduto di fronte a me ha rovesciato un bicchiere di vino, vino che ha sfiorato il sottoscritto ma che ha macchiato la manica sinistra della felpa (vedi foto).
Speriamo che il 2011 sia più tranquillo in questo senso, nel frattempo per le prossime cene vedrò di procurami uno scafandro da palombaro.  :wink:

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