gen 052013
 

pinzaSe il 5 Gennaio vi trovate ad attraversare le province del nordest è probabile che vediate dei falò accesi circondati da tanta gente in festa.
Si tratta del Panevin, una tradizione nata in epoca pre-cristiana e portata ai giorni nostri dalla cultura contadina dove,  sostanzialmente,  si brucia il passato, la “vecia” (un fantoccio) e si cercano buoni auspici per l’anno appena iniziato osservando la direzione presa dalle faville ed il fumo del falò. Se vanno verso est sarà un anno dai raccolti abbondanti, se vanno ad ovest…lasciamo perdere.
Il dolce tipico legato a questa festa è la Pinza (Pinsa), un dolce dalla ricetta “impossibile” perché è veramente difficile assaggiarne due fette preparate alle stesso modo. La ricetta non cambia semplicemente da zona a zona ma anche all’interno dello stesso comune se non addirittura da famiglia a famiglia (o panificio).
Di base si prepara unendo della farina di mais con della farina di frumento (oppure della zucca precotta in forno) con latte, burro e lievito. Una volta ottenuto un impasto omogeneo si aggiungono fichi secchi, uvetta e semi di finocchio. Questi ingredienti sarebbero sufficienti per la Pinsa ma, come ho detto, ognuno ha la sua ricetta speciale ed è praticamente impossibile dare un limite alle variabili; potreste trovarci del pane raffermo, mele, noci, pinoli, bucce di limone, semi di anice, ecc… Il tutto andrà aggiunto all’impasto che poi verrà lasciato riposare per un po’ e quindi versato in una teglia unta e infornato.
Come vedete non metto una ricetta dettagliata con dosi e tempi di cottura, come potrei?
Osservate la foto. Si vede benissimo che le prime due fette sono diverse da quelle che stanno sotto, come avrei potuto scegliere una ricetta piuttosto che un’altra?
In ogni caso tra questa sera e domani vedrò di assaggiarle entrambe e poi vi saprò dire com’erano.
Tutto questo (enorme sacrificio) ovviamente lo faccio in nome della scienza.

gen 022013
 

menu capodannoÈ andata. Si è chiuso il 2012 e adesso siamo tutti qui tracciare il bilancio dell’anno appena concluso e programmare (sognare) qualcosa per il 2013.
Ed io? Pensavo di pubblicare un post da categoria “Mo te magno”, dove mostrare il menù della cena di capodanno e descrivere la serata ma poi mi sono chiesto se era questo il momento giusto di pensare alle ricette.
Il momento festoso c’è stato e ve lo posso “documentare”con l’immagine di presentazione.
Le foto sono piccole ma si possono riconoscere delle fette di musetto (cotechino) su pane tostato accompagnate da salsa cren, un risotto con salciccia e radicchio e poi nuovamente del musetto con lenticchie, verdura cotta e polenta gialla, salcicce con radicchio al forno e la classica fetta di panettone. Mancano le foto della zuppa di fagioli e delle bottiglie di vino che hanno accompagnano la serata.
Mancano ovviamente le chiacchiere, le risate delle ore passate in compagnia, le cazzate dette dopo aver bevuto un bicchierino in più ma anche quelle dette perché, più semplicemente, “siamo fatti così”.
Poteva essere anche un post sulle tradizioni che parlano di magia e superstizione.
Ecco che avremmo dovuto evitare di mangiare carne di volatili o passarci il sale in tavola mentre lenticchie, cotechino e zampone avrebbero dovuto stuzzicare la nostra fortuna per il nuovo anno. Inoltre avremmo potuto scrivere un nostro desiderio su di un foglietto di carta e bruciarlo nel bicchiere che poi avremmo usato per il brindisi finale, avremmo potuto magiare un dattero e poi conservarne il nocciolo nel portafogli, avremmo potuto mettere una moneta sotto il piatto di ogni invitato, avremmo… si, avremmo potuto parlare di tante altre curiose tradizioni.
Questo poteva anche essere il primo post amaro del 2013 pensando a quelle persone che il loro post-capodanno vedrà l’azienda dove hanno lavorato per anni messa in liquidazione. Sono ben due le aziende “storiche” della mia città cadute sotto i colpi della crisi in questi giorni.
Un fatto che “finalmente” (passatemi nella forma corretta il termine) sta facendo svegliare un sacco di persone; tutte quelle convinte di vivere in una sorta d’isola felice dove, grazie a quattro mesi di turismo l’anno, c’era sempre la possibilità di portare a casa due soldini in più. Le cose non stanno più così.
Di quante altro cose si poteva parlare in questo post? Il passaggio dal vecchio al nuovo anno da sempre tanti spunti ma a questo punto meglio andare oltre.
Il 2013 è arrivato, e va vissuto.

giu 202011
 

Fuori dei confini Veneti, se parliamo di musica e dialetto, a questa regione non vengono associate tante immagini.
Forse solo tre: quella legata ai cori degli Alpini e la Grande guerra, quella dei canti popolari a volte ridotti a semplice macchietta (mangia polenta, bevi vino…) e quella più recente dei Pitura Freska, band che ha portato la sua ironia fino al festival di Sanremo.
Altre band hanno cercato di emergere, di uscire dalla limitata popolarità territoriale senza però avere molta fortuna, anche se qualche piccola eccezione non manca,  e tra queste possiamo citare i Trevigiani Radiofiera, band in attività dai primi anni novanta che ha frequentato gli stessi palchi di gente come Nomadi, Litfiba e 99 Posse.
Il loro è un folk-rock denso d’impegno e poesia che esce dagli stereotipi polenta-vino che citavo prima e che gli ha comunque permesso d’avere il seguito di un pubblico piccolo ma affezionato.
Anche per questo la band è ancora in attività dopo tutti questi anni e finalmente adesso, dopo una lunga pausa, hanno pubblicato un nuovo album d’inediti: Atimpuri dal quale è stato estratto il primo singolo “Me ciamo fora”.
Qui potete guardare il relativo videoclip e sotto leggere il test tradotto in Italiano. Il testo è stato tradotto “alla buona” dal sottoscritto. Ci sono sicuramente degli errori e delle imperfezioni, il senso del testo non dovrebbe cambiare ma resto comunque a disposizione per eventuali correzioni.
Aggiornamento
Mi sono arrivate alcune richieste riguardanti il testo originale in dialetto e gli accordi per chitarra. In effetti (ad oggi) non sono disponibili in rete e per questo ho pensato di provarci io. Come per il testo tradotto in italiano anche il testo dialettale potrebbe contenere errori o imperfezioni (il dialetto Veneto ha sfumature che cambiano da paese a paese). Resto a disposizione per eventuali correzioni, così come per gli accordi.

Immagine anteprima YouTube

Mi Chiamo Fuori
Padre dimmi tu se non conviene
saltare sopra un battello e lasciarsi andare
giù con la corrente giù senza far niente giù fin dove ti abbraccia il mare
padre dimmi tu se ho sbagliato
quando ho staccato quel Cristo inchiodato
l’ho tolto dalla croce l’ho pulito dal sangue secco almeno adesso dorme disteso
a me non va questa andar di frodo questo tempo insulso questo sole velenoso
non mi va chi sputa sul piatto
chi prega Dio per vincere al lotto non mi va
mi chiamo fuori non mi va
Madre dimmi tu se basterà
rimanere tutta la mia vita inginocchiato
per vedere il paradiso mangiare una scodella di riso e vivere senza essere bastonato
madre dimmi come si fa
far finta di non vedere tutto il male
abbassare la testa e gli occhi davanti a questi pidocchi
questi vermi buoni neppure per pescare
a me non va star zitto e basta davanti ad uno stupido con la testa bassa
non mi va un cuor che trema una lingua morta lacrime in terra
non mi va mi chiamo fuori non mi va
perché se questo sole anche se acceca
anche se brucia l’ho pagato
come il dolore ti piega la schiena così l’amore ti raddrizza il cuore
a me non va questo andar di frodo questo tempo insulso questo sole velenoso
non mi va chi sputa sul piatto
chi prega Dio per vincere al lotto non mi va
mi chiamo fuori non mi va

Nota: le parti di testo in grigio sono quelle che non sono convinto d’aver ben tradotto

Me ciamo fora
Pare dime ti se no convien
saltar sora un batel e assarse andar
so co a corente, so sensa far niente, so fin dove che te sbrassa el mar
Pare dime ti se gò sbaglià
lo gò stacà chel Cristo inciodà
lo gò cavà da a crose, o gò netà dae brose almanco adesso el dorme distirà
Mi no me va sto ‘ndar de sfroso sto tempo insulso sto sol ve-enoso
no me va chi spua sul piato
chi prega Dio par vinsa al loto, no me va
me ciamo fora, no me va
Mare dime ti se bastarà
restar tuta a me vita insenocià
pa’ veda el paradiso magnar na scoea de riso e viva sensa essa bastonà
Mare dime come che se fa
fa’ finta de no veda tuto el mal
sbassar a testa e i oci davanti a ‘sti peoci
‘sti vermi boni gnanca pa’ pescar
mi no me va star sito e basta davanti a un mona co a testa bassa
no me va un cuor che trema na lingua morta agrime in tera
no me va me ciamo fora no me va
Parchè sto sol anca se inorba
anca se el brusa o gò pagà
come el doeor te piega a schena cossì l’amor te drissa el cuor
Mi no me va sto ‘ndar de sfroso sto tempo insulso sto sol ve-enoso
no me va chi spua sul piato
chi prega Dio par vinsa al loto, no me va
me ciamo fora, no me va

Accordi:
Strofa: Sol, Re, Do
Ritornello: Do, Re, Sol, Mi m
Ponte: La m, Re, Sol, Mi m

giu 142011
 

Stasera vi porto a Gnocca.
Calma! Non vi agitate, che avete capito! Parlo di una località alle foci del fiume Po, un luogo tranquillo dove ritrovare la pace con l’universo e mangiare dell’ottimo pesce.
Il posto non è difficile da raggiungere anche se, chi arriva da direzione nord come noi, deve affrontare la strada Romea che non è tra le più “confortevoli” e spesso è intasata da un pesante traffico commerciale. Comunque una volta superata località Taglio di Po sembra di entrare in altro mondo; traffico e zone industriali lasciano il posto a corsi d’acqua e campagna a vista d’occhio. Le poche insegne che incontriamo parlano di di Gnocca, Gnocchetta, Donzella e Bacucco, nomi che da soli già ti fanno entrare in clima di allegria.
Quando arriviamo alla nostra destinazione [vedi mappa], troviamo una bella locanda in località Santa Giulia. Il posto come ho detto è tranquillo, poche case in mezzo alla campagna, un ponte di barche per attraversare il ramo del Po che scorre li accanto ed in lontananza la luce di un faro (Faro del Bacucco).
La locanda degli Antichi Sospiri (ma si, facciamo il nome) è attrezzata per tutte le “moderne” necessità di un cliente: escursioni, pacchetti aziendali, area bimbi, ecc… sono messe a disposizione insieme al fiore all’occhiello della locanda: la cucina!
Per stuzzicarci l’appetito sono partiti con un cucchiaio, o meglio, una pallina di dentice dal sapore freschissimo, poi è arrivato l’antipasto, praticamente una zuppa a base di cozze, vongole e fasolari con sughetto assassino. Eh già… i sughetti sono terribili perché t’invitano a consumare pane riempiendoti come una botte e facendoti arrivare in sofferenza al termine della cena! E’ seguito un delicato risotto ed infine, dopo un intervallo con una sardea in saor è arrivato il pezzo forte della serata: anguilla ai ferri e ombrina al forno. Acqua, vino bianco friulano e caffè hanno accompagnato il tutto. Niente dolce, i nostri propositi battaglieri si sono arenati di fronte allo sfinimento.
Considerate che i secondi sono stati conteggiati per due, noi eravamo tre e li c’era da mangiare per quattro. Maledetto pane che ci hai fregato all’inizio!
Devo aggiungere che anche con il conto siamo stati trattati bene. Sarà che lontano dalle “località di prestigio” i prezzi rimangono ragionevoli di loro, sarà che la titolare della locanda ci ha presi in simpatia e ci ha fatto un buon prezzo, sarà che… siamo rimasti piacevolmente sorpresi anche dal lato economico.
Vi parlavo della titolare; complice la serata infrasettimanale (tranquilla) ha passato buona parte della serata in nostra compagnia. Ne è nata una piacevole conversazione dove si è parlato della storia di quei luoghi, delle soddisfazioni e delle difficoltà che incontra con il suo lavoro.
Ci ha parlato della sua storia personale, di lei che bambina ha visto quel mondo contadino che adesso non c’è più, di quando cresciuta, sposata e trasferita a Bologna ha deciso di tornare in quei luoghi dove la vita scorre più lenta e meno stressante, lontana dal caos ed anche dal crimine. Solo per fare un esempio, a Bologna aveva subito diversi furti nel giro di poco tempo mentre li, alle foci del Po è ancora possibile lasciare le chiavi dell’auto sul cruscotto.
Purtroppo la serata non poteva durare in eterno e, sia pur arrancando, ad un certo punto ci siamo dovuti alzare per avviarci verso casa.
Non prima però di aver ammirato per qualche istante un autentico juke box anni sessanta ancora funzionate ed un registratore di cassa centenario, altri due piccoli gioielli di questa locanda.
E’ il momento di andare e di fare una promessa: tra qualche mese si torna…per il brodetto d’anguilla (bisat).

Se termini come sardea in saor o bisat vi dicono poco consiglio di fare una ricerca nei siti di ricette :D