mar 232013
 

Dopo aver pubblicato un articolo sui Radiofiera ed il testo tradotto in italiano della loro canzone “Me ciamo fora” mi sono arrivate alcune richieste riguardanti il testo originale in dialetto e gli accordi per chitarra. In effetti (ad oggi) non sono disponibili in rete e per questo ho pensato di provarci io.
Come per il testo tradotto in italiano anche il testo dialettale potrebbe contenere errori o imperfezioni (il dialetto Veneto ha sfumature che cambiano da paese a paese).
Resto a disposizione per eventuali correzioni, così come per gli accordi.
L’articolo aggiornato lo trovate qui.

giu 202011
 

Fuori dei confini Veneti, se parliamo di musica e dialetto, a questa regione non vengono associate tante immagini.
Forse solo tre: quella legata ai cori degli Alpini e la Grande guerra, quella dei canti popolari a volte ridotti a semplice macchietta (mangia polenta, bevi vino…) e quella più recente dei Pitura Freska, band che ha portato la sua ironia fino al festival di Sanremo.
Altre band hanno cercato di emergere, di uscire dalla limitata popolarità territoriale senza però avere molta fortuna, anche se qualche piccola eccezione non manca,  e tra queste possiamo citare i Trevigiani Radiofiera, band in attività dai primi anni novanta che ha frequentato gli stessi palchi di gente come Nomadi, Litfiba e 99 Posse.
Il loro è un folk-rock denso d’impegno e poesia che esce dagli stereotipi polenta-vino che citavo prima e che gli ha comunque permesso d’avere il seguito di un pubblico piccolo ma affezionato.
Anche per questo la band è ancora in attività dopo tutti questi anni e finalmente adesso, dopo una lunga pausa, hanno pubblicato un nuovo album d’inediti: Atimpuri dal quale è stato estratto il primo singolo “Me ciamo fora”.
Qui potete guardare il relativo videoclip e sotto leggere il test tradotto in Italiano. Il testo è stato tradotto “alla buona” dal sottoscritto. Ci sono sicuramente degli errori e delle imperfezioni, il senso del testo non dovrebbe cambiare ma resto comunque a disposizione per eventuali correzioni.
Aggiornamento
Mi sono arrivate alcune richieste riguardanti il testo originale in dialetto e gli accordi per chitarra. In effetti (ad oggi) non sono disponibili in rete e per questo ho pensato di provarci io. Come per il testo tradotto in italiano anche il testo dialettale potrebbe contenere errori o imperfezioni (il dialetto Veneto ha sfumature che cambiano da paese a paese). Resto a disposizione per eventuali correzioni, così come per gli accordi.

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Mi Chiamo Fuori
Padre dimmi tu se non conviene
saltare sopra un battello e lasciarsi andare
giù con la corrente giù senza far niente giù fin dove ti abbraccia il mare
padre dimmi tu se ho sbagliato
quando ho staccato quel Cristo inchiodato
l’ho tolto dalla croce l’ho pulito dal sangue secco almeno adesso dorme disteso
a me non va questa andar di frodo questo tempo insulso questo sole velenoso
non mi va chi sputa sul piatto
chi prega Dio per vincere al lotto non mi va
mi chiamo fuori non mi va
Madre dimmi tu se basterà
rimanere tutta la mia vita inginocchiato
per vedere il paradiso mangiare una scodella di riso e vivere senza essere bastonato
madre dimmi come si fa
far finta di non vedere tutto il male
abbassare la testa e gli occhi davanti a questi pidocchi
questi vermi buoni neppure per pescare
a me non va star zitto e basta davanti ad uno stupido con la testa bassa
non mi va un cuor che trema una lingua morta lacrime in terra
non mi va mi chiamo fuori non mi va
perché se questo sole anche se acceca
anche se brucia l’ho pagato
come il dolore ti piega la schiena così l’amore ti raddrizza il cuore
a me non va questo andar di frodo questo tempo insulso questo sole velenoso
non mi va chi sputa sul piatto
chi prega Dio per vincere al lotto non mi va
mi chiamo fuori non mi va

Nota: le parti di testo in grigio sono quelle che non sono convinto d’aver ben tradotto

Me ciamo fora
Pare dime ti se no convien
saltar sora un batel e assarse andar
so co a corente, so sensa far niente, so fin dove che te sbrassa el mar
Pare dime ti se gò sbaglià
lo gò stacà chel Cristo inciodà
lo gò cavà da a crose, o gò netà dae brose almanco adesso el dorme distirà
Mi no me va sto ‘ndar de sfroso sto tempo insulso sto sol ve-enoso
no me va chi spua sul piato
chi prega Dio par vinsa al loto, no me va
me ciamo fora, no me va
Mare dime ti se bastarà
restar tuta a me vita insenocià
pa’ veda el paradiso magnar na scoea de riso e viva sensa essa bastonà
Mare dime come che se fa
fa’ finta de no veda tuto el mal
sbassar a testa e i oci davanti a ‘sti peoci
‘sti vermi boni gnanca pa’ pescar
mi no me va star sito e basta davanti a un mona co a testa bassa
no me va un cuor che trema na lingua morta agrime in tera
no me va me ciamo fora no me va
Parchè sto sol anca se inorba
anca se el brusa o gò pagà
come el doeor te piega a schena cossì l’amor te drissa el cuor
Mi no me va sto ‘ndar de sfroso sto tempo insulso sto sol ve-enoso
no me va chi spua sul piato
chi prega Dio par vinsa al loto, no me va
me ciamo fora, no me va

Accordi:
Strofa: Sol, Re, Do
Ritornello: Do, Re, Sol, Mi m
Ponte: La m, Re, Sol, Mi m

mar 162011
 

Domenica scorsa nella mia città si doveva svolgere la tradizionale sfilata di carri allegorici legata al carnevale ma, a causa del brutto tempo, hanno deciso di spostare l’evento di un paio di settimane.
Non tutti sapevano di questo cambiamento di programma e così, nel primo pomeriggio, sotto una leggera pioggerella, era possibile incontrare famiglie con i bambini mascherati da zorro, fantasmi, damine,ecc… .
Preso dalla desolazione del meteo decisi di fare due passi sul lungomare e fu li che una voce attirò la mia attenzione. “Mussa che vegno!” Possibile? Pensai. Era probabilmente dal tempo della scuola elementare che non sentivo queste parole.
Camminai verso il punto dove avevo sentito la voce e fu così che ,accanto ad un chiosco, trovai un gruppo di bambini intenti a giocare. I loro abiti carnevaleschi era sgualciti e inumiditi dalla sabbia (ricordo che stava già iniziando a piovere) ma questo non era un problema presi com’erano dall’euforia del gioco.
Un gioco per tanti di loro sicuramente nuovo ma non per quel nonno (immagino) che li stava istruendo.
Il gioco, nella tradizione Veneta, chiamato “mussa che vegno” o anche “saltamussa” consiste nel saltare sulla schiena dei compagni. Più alto è il numero di giocatori che riescono a a rimanere accavallati gli uni sugli altri e più ci si diverte!
Un primo giocatore, come si può vedere dal disegno in alto, s’aggrappa ad un albero o comunque una struttura ben solida; se i giocatori sono numerosi alle sue spalle può aggrapparsi anche un secondo giocatore.
A questo punto un altro giocatore urla “mussa che vegno!” ( traducibile più o meno con “asina che vengo”), il giocatore aggrappato all’albero e gli altri eventualmente già calati sul suo groppone rispondono “vien che te tegno!” (traducibile con “vieni che ti tengo”) e si preparano a ricevere sulle spalle il nuovo arrivato che, con un balzo, deve cercare di posizionarsi il più avanti possibile in modo da lasciare posto a nuovi saltatori.
Inevitabilmente ad un certo punto la muraglia umana è destinata a crollare ma questa non è una sconfitta, è l’occasione per farsi una risata e ricominciare da capo.
Mi chiedo se in altre parti d’Italia in passato i bambino giocavano in questo modo o se solo in Veneto siamo così…masochisti. :wink:

Nota: il contenuto di questo post è da considerare come un’appendice alle mie attività sul blog dialetticon

set 092010
 

Tranquilli, il titolo di questo post non è un segnale in codice per lanciare un attacco verso qualche misterioso bersaglio, quindi dimenticate subito il Tora! Tora! Tora! Giapponese della seconda guerra mondiale.
Qui parliamo più giocosamente di uno scioglilingua in dialetto Napoletano che, foneticamente, suona per l’appunto come Pavia, Pavia, Pavia.
La frase originale è: “P’a via ‘e Pavia, Pav’ia” e può essere tradotta con “Sulla strada per Pavia, pago io”.

Era da un po’ che mi frullava per la testa questa frase ma poi, grazie alla consulenza della gentile vi_di che, da buona Avellinese, ha sicuramente più confidenza del sottoscritto “made in Veneto” con il Napoletano, la mia curiosità ha finalmente trovato soddisfazione.
E’ possibile sentire la frase in questo audio/video di Enzo Fischetti insieme ad altre piccole perle di grammatica Napoletana.

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