Nell’aprile del 2008 pubblicavo un post dedicato ad un piatto povero della nostra tradizione, era anche l’occasione per parlare della mia nonna allora ottantottenne. A due anni di distanza riprendo il filo del discorso perché (matematica non mente) nonna Gina questo sabato ha raggiunto quota 90 anni ed abbiamo deciso di farle una festa come si deve portandola fuori a pranzo in un bel ristorantino.
I giorni che hanno preceduto la festa sono stati un po’ tesi perché c’era la necessità di riuscire a mantener il segreto per farle la sorpresa ed allo stesso tempo c’era quella piccola apprensione legata ai suoi momenti di alti e bassi dovuti all’età.
Incombeva sempre il rischio che sabato non la cogliessimo in un buon momento di forma mettendo a rischio lo svolgimento della festa.
In questo siamo stati fortunati e la conferma del suo buon momento lo abbiamo avuto quando, giunti in ristorante, ha iniziato a sfornare alcune delle sue “sagaci” osservazioni, tipo: “Visto? Oggi è il giorno 14 e siamo 14 a tavola!”. (Incontestabile).
Non mi voglio dilungare oltre in questa storia fatta di chiacchiere tra una portata e l’altra e aneddoti più o meno simpatici legati al passato. Ne cito solo uno che mi vede protagonista (ma si…distruggiamo definitivamente la mia reputazione).
Si narra che un giorno di Natale di tanto tanto tanto tempo fa (avrò avuto tre anni) mia madre rincasando dal lavoro mi trovasse dormiente e russante sul divano.
Mio zio, allora quattordicenne, raccontò che al termine del pranzo di Natale mi ero impossessato delle bottiglie semivuote di spumante e le avevo “ripulite” al grido di “Che bon! Che bon!”. Prima che riuscissero a fermarmi avevo bevuto spumante sufficiente a rendermi zigzagante per il corridoio ed in seguito crollare sul divano.
Chissà..forse questa sbronza precoce spiega perché per anni sono stato praticamente astemio.
Due note conclusive.
La foto di presentazione mostra la prima apparizione pubblica del sottoscritto, accanto a me nonna Gina che non mi sta accarezzando ma reggendo in piedi.
Aggiungo poi una nota di merito ai ragazzi de “L’Altra Mirandolina” di Jesolo, un locale nato come pizzeria, dove si usa la pasta madre e prodotti base di ottima qualità, che di recente si è convertito anche alla cucina. I ragazzi arrivano da precedenti esperienze dove la buona cucina la faceva da padrona, quindi una scommessa vinta in partenza.
Qui sotto un collage d’immagini…rubacchiate dal pranzo dove spiccano tartare di tonno, gamberoni, un buon risotto….gnam!
![Immagini del pranzo a "L'Altra Mirandolina". [Via Verdi 47, Jesolo -VE]](http://www.blumannaro.net/wp-content/uploads/2012/04/pranzo-laltra-mirandolina-300x276.jpg)
Il mondo dello spettacolo è strano, ci sono persone dalle grandi qualità che non riescono mai a raggiungere la popolarità meritata e finiscono per rimanere le eterne seconde o, se va bene, le “spalle” perfette di qualcun altro.
Una di queste persone è, a mio parere, Marisa Merlini, un’attrice di grande talento e simpatia che dopo gli inizi di carriera nel mondo della rivista nella compagnia di Erminio Macario approdò al cinema lavorando con gente come Totò, De Sica, Monicelli ed altro grandi di quel periodo. In qualche modo possiamo dire che la sua non è mai stata una figura minore del cinema Italiano (vedi livello delle collaborazioni) ma le è mancato quello spunto in più per diventare una vera protagonista.
Protagonista lo è stata in ambito teatrale nell’ultima parte della sua carriera (ha lavorato fin quasi alla sua morte nel 2008) ma sappiamo bene che il teatro dà grandi soddisfazioni a chi ci lavora ma è legato ad un pubblico di nicchia diverso dal più numeroso (e distratto) pubblico televisivo. Pubblico che non mi sento di criticare perché non ha delle vere colpe in questo senso, mi sento di dover criticare chi organizza i palinsesti televisivi e non ha il “coraggio” di proporre qualche opera teatrale o musical in prima serata al posto di certi…format non sempre all’altezza.
Opere non del tutto ignorate dalla televisione ma relegate in orari assurdi o in qualche canale secondario del digitale terreste. Per capirci: niente Rai1 o Canale 5 alle ore 21 per teatro & co.
Chiudo spiegando il titolo del post.
Marisa Merlini negli ultimi tempi era diventata una specie di memoria storica vivente del mondo dello spettacolo anni 40/50 e veniva spesso invitata a raccontare episodi della sua vita in radio e televisione. Tra gli episodi che amava raccontare ce n’era uno legato al suo periodo giovanile nel mondo della rivista.
All’epoca le ballerine come lei erano delle vere dive ed il pubblico maschile impazziva per loro facendo la fila davanti ai loro camerini con enormi mazzi di fiori e gioielli.
Una sera davanti al suo camerino si presenta un uomo che le urla “Signorina! Lei è come un maiale!” – “Ma come si permette? Cafone!”- “Ma no, mi scusi, che ha capito.” – Rispose lui imbarazzatissimo. -”Volevo dire che lei è così bella che è come un maiale…non si butta via niente!”-.
Questa si che è classe e originalità…meditate donne!
Uno
dei ricordi più belli che ho della mia infanzia è legato all’immagine di mio nonno che, rientrato dal lavoro, mi porge una busta contenente dei libri. Erano dei libri appartenuti al titolare dell’azienda dove mio nonno lavorava e che un bel giorno aveva deciso di sbarazzarsene facendoli gettare nell’immondizia. Mio nonno invece di gettarli pensò bene di portarli a casa per farmeli leggere almeno una volta.
Oggi, dopo quasi quarant’anni questi libri sono ancora in mio possesso, li conservo come un piccolo tesoro e continuo a chiedermi come mai quel giorno il vecchio proprietario decise di sbarazzarsene. Non li aveva trattati bene, graffi e pagine scarabocchiate sono cicatrici che questi libri avevano già allora ma, almeno per come la vedo io, delle opere stampate nel 1946 avrebbero meritato un maggio rispetto (parere personale).
Di questi libri ad affascinarmi non furono solo le storie, parliamo di romanzi di Emilio Salgari (vedi post precedente) ma anche le meravigliose illustrazioni che mi apparvero davanti mentre sfogliavo le pagine. Per il bambino che ero veder prendere forma i protagonisti della storia che stavo leggendo, quasi e forse meglio di un fumetto, fu un’emozione impagabile ed ancor oggi, quando prendo un libro in mano, dentro di me c’è sempre la speranza di trovarci qualche bella immagine a “corredo” della storia.
Purtroppo oggi si è perso il senso del libro da guardare oltre che da leggere, non so da cosa dipenda, di certo non è colpa dei “tempi moderni” perché il libro illustrato era una rarità anche nel periodo della mia infanzia, almeno per quelli che sono stati i libri passati sotto le mie grinfie.
Qui sotto si possono vedere alcune delle illustrazioni tratte da alcuni dei libri di Salgari in mio possesso.
Le prime tre illustrazioni sono tratte da “La Scotennatrice”, altre due sono estratte da “Le Selve Ardenti” (il seguito di “La Scotennatrice”), quindi ci sono due illustrazioni tratte da “I Tughs alla riscossa” ed infine un’illustrazione tratta da “Lo Scettro di Sandokan”.
(cliccare sulle immagini per ingrandirle)
Quando è possibile le persone cercano di trasformare il proprio posto di lavoro in un luogo più accogliente circondandosi di oggetti che lo rendano più familiare.
Se entriamo in un ufficio è probabile che si possano trovare piante che nulla hanno a che fare con l’arredamento, cartoline appese alla parete che ricordano una vacanza e foto di famiglia sulla scrivania.
Un giorno mi è capitato di vedere una foto diversa dal solito; non c’era la classica immagine di famiglia ma una curiosa foto di gruppo. Si vedeva un’anziana signora insieme a una dozzina di uomini in tenuta sportiva e sullo sfondo l’inconfondibile golfo di Trieste. Conosco quasi tutti i soggetti di quella foto così, alla prima occasione, chiesi ad uno di loro quale storia ci fosse dietro a quell’immagine.
Tutto ebbe inizio durante una pausa pranzo e, si sa, tra colleghi si chiacchiera del più e del meno. Uno iniziò a parlare di una sua zia che durante la seconda guerra mondiale partiva in bicicletta da Trieste ed andava a trovare la famiglia che si trovava a San Donà di Piave nel Veneziano. Si animò una discussione: chi disse che era impossibile fare quel percorso 70 anni fa, chi disse che “erano altri tempi” e chi disse….”perché non lo facciamo anche noi?” Da una semplice battuta il progetto prese forma.
Una domenica mattina di buon’ora il gruppo partì a bordo di un paio di pulmini e raggiunse Trieste verso le otto. Li, accompagnata dal figlio, li aspettava la signora, la vera protagonista di questa storia che saputo lo scopo di questa “gita” a Trieste del nipote e dei suoi colleghi/amici si commosse.
A quel punto dopo aver fatto la foto che li ritrae tutti insieme in Piazza Unità d’Italia i nostri…eroi iniziarono il viaggio di ritorno verso casa in bicicletta.
Nel gruppo c’erano alcuni ciclisti amatoriali con le loro biciclette da migliaia di euro ma anche dei veri e propri dilettanti allo sbaraglio con delle normalissime biciclette da passeggio (forse quelli che meglio interpretavano lo spirito della “missione”), tutti uniti in questa sfida contro la storia. Ovviamente non c’era competizione in questa corsa ed i due pulmini stavano sempre in coda al gruppo pronti a recuperare gli eventuali “scoppiati”.
Nessuno è crollato durante le corsa, sono bastate un paio di brevi soste per recuperare le energie perdute e raggiungere la destinazione.
Ore 14:00, dopo 6 ore di viaggio e 116 chilometri sulle gambe il gruppo è di nuovo a casa, stanchi ma contenti di aver ripercorso la strada che la signora di Trieste aveva percorso 70 anni prima.







