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LUNA INCOSTANTE – Larry Niven

Stavo guardando il telegiornale, quando vi fu il cambiamento, come un movimento guizzante captato con la coda dell’occhio. Mi volsi verso il balcone. Qualunque cosa fosse, arrivai troppo tardi per afferrarlo.
La luna era molto luminosa, quella sera.
Lo notai, e sorrisi, e mi voltai dall’altra parte. Johnny Carson stava iniziando proprio allora il suo monologo.
Quando cominciarono i primi caroselli pubblicitari, mi alzai per riscaldare un po’ di caffè. I caroselli arrivavano a sfilze di tre o quattro, fino a mezzanotte. Avrei avuto tempo.
Il chiaro di luna mi colpi, mentre tornavo. Se prima era stato fulgido, adesso lo era ancora di più. Ipnotico. Aprii la porta a vetri scorrevole e uscii sul balcone.
Il balcone non era molto più di un cornicione con ringhiera, e spazio sufficiente per un uomo e una donna in piedi e per il barbecue portatile. Negli ultimi mesi il panorama era stato incantevole, soprattutto verso il tramonto. La Power and Light Company stava costruendo un palazzo d’uffici tutto a vetri. Finora c’era soltanto una struttura aperta di travature d’acciaio. Annerita dalle ombre sullo sfondo rosso del tramonto, spiccava cruda e surreale e diabolicamente impressionante.
Quella sera..
Non avevo mai visto la luna tanto luminosa, neppure nel deserto. Così luminosa che si può leggere il giornale, pensai, e immediatamente aggiunsi: ma e un’illusione. La luna (l’avevo letto da qualche parte) non era mai più grande di una moneta da un quarto di dollaro tenuta a una distanza di tre metri e settanta. Non poteva essere tanto luminosa da permettere di leggere. Era solo tre quarti!
Ma splendente lassù, sopra la San Diego freeway verso occidente, sembrava offuscare persino la fiumana dei fari delle automobili. Sbattei le palpebre, per difendermi da quella luce, e pensai agli uomini che camminavano sulla luna, lasciando impronte corrugate. Una volta per preparare un articolo, ero stato autorizzato a prendere in mano una pietra lunare, arida come un osso…
Sentii che lo show ricominciava, e rientrai. Ma, voltandomi a dare un’ ultima occhiata, vidi la luna che diventava ancora più fulgida. . . come se fosse uscita da un velo di nubi fuggitive. Adesso quella luce era pazzesca, e bruciava il cervello.
Il telefono squillò cinque volte, prima che lei rispondesse.
“Ciao, – dissi, ― senti. .
Ciao, – disse Leslie, in tono assonnato, lagnoso. Accidenti. Avevo. sperato che stesse guardando la televisione, come me. Io dissi: “Non gridare e strillare, perché ho una buona ragione per chiamarti. Sei a letto, giusto? Alzati e… Puoi alzarti?”. “Che ore sono”. “Un quarto a mezzanotte”. “Oh, Signore! “.
“Vai sul balcone e guardati intorno”.
Okay. Il ricevitore sbatté. Attesi. il balcone di Leslie era rivolto a nord e a ovest, come il mio, ma era dieci piani più in alto, e quindi godeva di una vista migliore. Dalla mia finestra, la luna bruciava come un riflettore zigrinato.
“ Stan? Sei lì?” “ Già. Cosa te ne pare?”.
“E splendida. Mai visto niente del genere. Cosa può aver reso la luna tanto luminosa?” “Non lo so, ma non è splendida?”.
“ L’indigeno sei tu”. Leslie si era trasferita qui soltanto da un anno.
“Senti, io non l’ho mai vista così. Ma c’è una vecchia leggenda, ― -dissi io. – Una volta ogni cento anni, lo smog di Los Angeles si dirada per una sola notte, lasciando a-ria pulita come lo spazio interstellare. Così gli dei possono vedere se Los Angeles c’è ancora. Se c’è, tornano a coprirla con lo smog, per non essere costretti a guardarla
‘Lo sapevo già Beh, stai a sentire. Sono lieta che tu mi abbia svegliata perché potessi vederla, ma domani debbo andare a lavorare”. “Povera piccola!”.
E’ la vita ‘Notte”. ….“Notte”.
Poi rimasi seduto al buio, cercando di pensare chi altro potevo chiamare. Telefonare a una ragazza a mezzanotte, invitarla a uscire per guardare il chiaro di luna. . . e lei può pensare che è molto romantico, o può infuriarsi, ma non penserà certo che tu ne hai chiamate altre sei……

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